“La vita costringe l’uomo a molte azioni spontanee”

Stanisław Jerzy Lec

Lunedì, 14 Luglio 2014 00:00

Mosca, tre anni, un diario

Scritto da 

Scriverò un giorno una Storia della vita quotidiana nella
Mosca del 1919. − Non conosco altra Rivoluzione!
(Marina Cvetaeva)

 

“Mi sarebbe difficile andare avanti in ciò che faccio più volentieri, se non tenessi talvolta un diario. Non che io adoperi poi quelle pagine: esse non costituiscono mai la materia grezza per il mio vero lavoro. Ma un uomo come me, un uomo che conosce la violenza delle sue impressioni, sperimenta ogni particolarità di ogni giorno come se si trattasse del suo unico giorno, un uomo che vive di vere e proprie esagerazioni e, d’altronde, non combatte questa sua natura perché ciò che gli preme è lo spicco, l’acutezza e la concretezza di tutte le cose che compongono una vita, un uomo del genere esploderebbe in pezzi se non si calmasse scrivendo un diario”.

Elias Canetti ne La coscienza delle parole ci parla del Dialogo con il terribile partner ovvero con il proprio diario, ovvero con le proprie parole, ovvero con se stesso. “Nel diario si parla con se stessi” afferma Canetti: non esiste pubblico effettivo o potenziale, non esiste terza persona, altro sguardo, ascolto uditivo, non esiste condivisione all’aria, non esiste lettura salottiera, non esiste menzione o accenno possibile di questo mono-dialogo che rimane confinato tra sé e sé, in sé, mai oltre sé. “Nel diario, dunque, si parla con se stessi” ribadisce ancora Canetti, chiedendosi poi: “Ma che cosa significa? Ci si trasforma davvero in due persone che intrecciano tra loro un dialogo in piena regola? E chi sono questi due? E perché sono solo due? Non potrebbero, non dovrebbero, essere molti?”. Innanzitutto è sempre un discorso “a due”, con l’altro che è in noi, risponde Canetti a Canetti, un altro che tuttavia “muta le sue parti” come muta le proprie parti un attore: recita da confidente, fa da suggeritore o maestro, agisce da coscienza, appare in alcuni giorni simile a un frate o ad un parroco di provincia, che attende la confessione; in altri, invece, somiglia ad un provocatore malvagio e cattivo, che necessariamente vuole strapparti dal petto le impressioni che hai dentro, e a cui non avresti voglia di dare la luce.
Questo “colloquio con me stesso” prevede un vantaggio: “L’io fittizio al quale ci si rivolge ascolta realmente”. Non è ammessa distrazione, non c’è sbadataggine, non c’è superficialità alla lettura quando non c’è superficialità alla scrittura: la mano è una bocca, gli occhi sono orecchie, tra la mano e gli occhi accade ciò che accade tra una bocca che parla e le orecchie che ascoltano.
Ancora: l’altro io che sono io “ha il pregio di capirci”, “non lascia passare nulla, indovina tutto”, “si ricorda di ogni minimo dettaglio” e, non appena accenniamo a falsarlo − per pavidità, convenienza, scarso rigore etico o per paura − “vi torna su con veemenza” costringendo alla verità soggettiva.
Infine, aggiunge Canetti, in questo gioco che tanto somiglia a una caccia ed in cui strazio, tormento e felicità si alternano come si alternano già nella vita vissuta, “parlare a sé” – ammettiamolo – significa “parlare agli altri” senza parlare davvero anche agli altri: perché in un diario vi trovi, talora, anche “tutti i colloqui che nella realtà non si possono portare fino in fondo”, tutte le parole che rimangono in bilico sulle labbra, tutte le frasi che cominciano per non finire ed il cui inizio spicca il volo per poi accorgersi che non ha seguito, non ha proseguimento, ma solo fine. 
Elias Canetti sopravvive alla vita che vive grazie al diario, tracciando su pagina il discorso della propria condanna e, al tempo stesso, rimandando con la scrittura l’effettiva realizzazione di questa condanna: sono vivo e quindi scrivo; finché scrivo sono vivo; sono vivo perché scrivo.

“Mi è necessario trovare conforto in qualcosa, non posso solo lavare, solo cucinare…”.
“E cosa scrivete? Versi?”.
“No, di versi ne ho scritti pochi, li scrivo solo quando voglio avvicinarmi a qualcuno e non posso farlo altrimenti. Adesso sono appassionatamente assorbita dai taccuini: tutto quello che sento per strada, quello che dicono gli altri, che penso io… E in più ho voglia di leggere, – quanti libri stupendi ci sono! – ma la cosa più importante sono i taccuini, questa è la mia passione, perché è la cosa più viva”.
Occorre immaginare Marina Cvetaeva piegata a un tavolino, fisso nell’angolo sinistro di una cucina nel quale il sole fatica ad entrare: anche al mattino. Occorre immaginarla con la schiena inclinata, il gomito ad angolo, lo sguardo sul foglio; a destra la lampada con cui si fa luce, a sinistra qualche matita, davanti il bianco del proprio quaderno. Occorre immaginarla mentre fuori si sente l’odore amaro della rivoluzione, mentre piove e la pioggia passa dal tetto gocciolando al pavimento, mentre bolle la zuppa di cipolle coi tozzi di pane vecchio regalati dai vicini. Sola, ma col pensiero al marito che vive e forse combatte chissà dove; sola, ma col pensiero alle figlie, portate all’orfanotrofio per farle mangiare almeno due volte al giorno; sola ma non sola fino in fondo: con se stessa, con le sue parole, con il suo diario.
Occorre immaginare questa magrissima donna d’acciaio mentre disegna le lettere con la grazia grafica della distensione, con la leggerezza elegante di chi cerca nel tondo della O e nelle curve della S un attimo di sollievo e bellezza; occorre immaginarla mentre batte le palpebre, stanca, ma ancora intenta a scrivere; occorre immaginarla mentre si affida alle pagine affidando alle pagine la storia di un uomo, di una donna, di un cane o di una betulla; il ricordo di un viaggio in carrozza, l’attesa di un libro da leggere, la fame che ha nello stomaco. Occorre immaginarla così come la immaginiamo leggendo i suoi Taccuini: indosso ha abiti dai colori tetri (nero, grigio, marrone) e dagli orli rattoppati; ai piedi stivali due volte più grandi dei piedi; nessun trucco sul volto; le mani bianche piene di segni dovuti ai lavori domestici, alle fatiche quotidiane. Marina lava il pavimento, stira fazzoletti, asciuga le lenzuola appendendole alle travi di casa; beve da una brocchetta artigianale senza manico, cucina patate in un pentolino di rame, vuota e svuota un bidoncino, si aggira per le stanze guardandosi intorno, sceglie un mobile, lo svuota, lo trascina, lo porta al centro della camera e lo sega per farne pezzi per la stufa; tiene acceso il fuoco e nel frattempo va al mercato, al mercato cerca molto (a poco) ma trova poco (a molto), insoddisfatta ritorna a casa, passa il corridoio dov’è ancora il pianoforte che baratterà per un pud di farina e si chiude in cucina: qui svuota la sacca, posa nel cassetto la tessera per i pasti, conta le tre o quattro monete rimaste, toglie il cappotto, guarda fuori dalla finestra, sbuffa, fissa l’orologio che non funziona, si siede, se ne ha si accende una sigaretta: ancora il quaderno, ancora il taccuino. Sempre il quaderno, sempre il taccuino.

La solitudine. “Per tutto il giorno non un’anima, non il suono di una parola umana. Il deserto ghiacciato nelle stanze. Il mio minuscolo, a stento vivo, focolare. La sega, l’ascia, l’ascia, la sega. Poi il crepitio del fuoco, il crepitio delle braci che cadono. Poi il rumore della scopa sul pavimento. Poi il canto della teiera sulla stufa. Poi il tonfo dei miei inchini sul guanciale”.
Un momento di abbandono. “Sono comparsi in me assolutamente senili. Sto seduta da sola sul letto – ho segato, sono stanca – le mani giacciono sgraziate e prive di forza sulle ginocchia. Niente di cui dispiacersi e niente di grave. Sia pure! (Tanto più che ho 27 anni e che non ne dimostro neppure venti!)".
La bacinella. “Prima di proseguire due parole sulla bacinella: è la protagonista della nostra vita. Nella bacinella sta il samovar, perché quando bolle con le patate l’acqua trabocca dappertutto. Nella bacinella vengono versate tutte le risciacquature – l’acqua e le condutture del bagno sono gelate – di notte la bacinella viene rovesciata da me dalla finestra. Senza la bacinella non si vive”.
Un episodio: “Ritorno dalla Prečistenka con il pranzo. Ho fame, mi affretto. Ai miei piedi si getta una vecchia – una vecchiaccia – assolutamente ributtante: ‘Qualcosa per comprare un pezzo di pane!’. Non rispondo, e indignata (chiedere a me!) corro oltre senza fermarmi”.
La poesia. “Non ho mai dovuto cercare i versi. I versi stessi mi cercano, e per di più con una tale abbondanza che davvero non so – cosa scrivere, cosa eliminare. Così si spiega il miliardo di versi non-compiuti e non-scritti. A volte scrivo persino così: alcuni versi a destra della pagina, a sinistra altri, poi da qualche parte di lato ancora un verso, la mano vola da un posto all’altro, vola per tutta la pagina, strappandosi da un verso, gettandosi su un altro – per non dimenticare! Afferrare! Trattenere! – Non c’è tempo – le mani non bastano!”.
Gli altri. “Mi disprezzano – (e hanno il diritto di disprezzarmi) – tutti. Quelli che hanno un impiego per il fatto che non ho un impiego, gli scrittori perché non pubblico, le domestiche perché sono una signora, le signore perché porto stivali da uomo. E in più tutti – tutti – perché non ho soldi”.

Nei Taccuini di Marina Cvetaeva, come in ogni taccuino, non c’è continuità narrativa, non c’è un andamento lineare: c’è, invece, un seguito di frammenti ampi alcune pagine o brevi quanto un rigo, e chi legge si trova così a sbirciare come si sbircia quando si ha a disposizione non uno specchio ma le scaglie di uno specchio in frantumi. Così non si ha mai la visione del corpo intero mentre si riceve la nitida impressione di un polso, di un occhio, di una caviglia, un lembo di spalla, un ciuffo di capelli, la parte laterale del collo. Occorre pertanto accettare la natura inevitabilmente friabile di questo diario, redatto con puntualità quasi quotidiana ma che è pur sempre non il romanzo (compatto, unitario, organizzato) di una vita ma ciò che resta di una vita che non ha mai avuto il suo romanzo. Così l’elenco dei prezzi al mercato (“Un uovo – 300 rubli”, “1 funt di caffè – 2.000 o 2.200 rubli”; “panna acida – 900 rubli”) si alterna al desiderio di un figlio maschio (“Mi è venuta nostalgia di un figlio piccolo: grassottello, sano, riccioluto, comune… Per vestirlo, svestirlo, gloriarsene a passeggio lungo il boulevard, fargli il bagno, baciarlo”). Così una discussione sulla letteratura e la poesia russa è scritta dopo la malattia della figlia più amata, la descrizione di una strada porta al ricordo della madre mentre la visione della “leggera nebbia rosata” che si posa su Mosca anticipa, non di molto, lo strazio per la morte (in orfanostrofio) della secondogenita, Irina –  la fanciulla cui non ha mai prestato attenzione, affetto, cura – presa, com’era, soltanto da Alja, la maggiore.
“A volte guardo la foto di Irina. Il visetto tondo (allora!) circondato dai riccioli dorati, l’enorme fronte saggia, i profondi – e forse vuoti – occhi scuri, l’incantevole bocca rosso vivo, il naso tondo schiacciato, qualcosa di africano nella composizione del viso, un negro bianco, Irina! Adesso penso poco a lei, non l’ho mai amata nel presente”.
Ancora: “M’irritava la sua ottusità, (come se avesse la testa chiusa come un tappo!), la sua sporcizia, la sua ingordigia, in un certo senso non credevo che sarebbe cresciuta – sebbene non pensassi minimamente alla sua morte – era semplicemente una creatura senza futuro”.
Ancora: “Irina non è mai stata per me una realtà, non la conoscevo, non la capivo. E ora mi torna in mente il suo sorriso pudico – così imbarazzato – così raro! – che lei si sforzava subito di reprimere”.
Ancora: “Irina! Com’è morta? Cosa provava? Si dondolava? Che ricordi le sfilavano davanti? Forse un angolino della casa di Borisoglebskij – Alja – me? Cantava ‘Ai-dudu-dudu-dudu’… Capiva qualcosa? Qual è stata l’ultima cosa che ha detto? E di cosa è morta? Non lo saprò mai. La morte di Irina è atroce perché avrebbe potuto essere facilmente evitata. Se il medico avesse diagnosticato ad Alja la malaria – se io avessi avuto un po’ di soldi in più – Irina non sarebbe morta. La morte di Irina per me è tanto irreale quanto la sua vita. Non conosco la malattia, non l’ho vista malata, non ho assistito alla sua morte, non l’ho vista morta, non so dove sia la sua tomba”.
Infine: “Perché sei esistita? – Per avere fame – per cantare ‘Ai dudu’…, per camminare sul letto, scuotere le sbarre, dondolarti, sentirti sgridare… Strana – incomprensibile – misteriosa creatura, estranea a tutti, che non amava nessuno – con occhi così meravigliosi! – con un vestito rosa così orribile! Cosa indossava quando l’hanno seppellita?”.

I libri di Turgenev e l’organetto; le fiabe di Andersen e un pavimento nero come la fuliggine; il dolce di riso, la farina bianca, la segatura, l’amore per il teatro, l’attrazione per uomini e donne ma anche la preferenza tra le figlie, il senso di colpa, la sensazione che, nelle vene, non scorra sangue “ma anima”. Una musica di Chopin che suona nell’aria, una slitta di campagna che scivola lungo il ponte, un grembiule sporco, le chiavi di casa accanto a un’automobilina rotta, il verso di una poesia non finita, la cenere delle sigarette tra una pagina e l’altra, una lacrima, mezza testa di cavolo crudo, una vecchia macchina da scrivere, il calore di una coperta sui piedi, il ferro da stiro, un rimpianto, un dolore nel fianco, la stanchezza con cui si conclude la giornata.
Mosca. Tre anni. Un diario. Un libro, questo libro.
Con dentro la "trasfigurata verità dei giorni" di una donna che si chiama Marina Cvetaeva.
Impegnata a dialogare con se stessa.

 

 

 

Marina Cvetaeva
Taccuini 1919-1921
traduzione e cura di Pina Napolitano
Roma, Voland, 2014
pp. 428

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