“Chi v'agghia dici? Ca quiddu nda capa meja tengu tanti i quiddi buchi, cumi si ci avissi na negghia attùarnu attùarnu a capa. Pu a na vota nu colpu i viàntu e pi nu mumentu si vidi angunu cuntu, ca pu jè quasi sempi u stessi cuntu, e pu n'ata vota a negghia attùarnu....”

Saverio La Ruina

Venerdì, 04 Luglio 2014 00:00

Letteratura e musica, ovvero il giogo del significato contro gli abissi della sua assenza

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È il 14 di luglio del 1980 quando Giorgio Manganelli viene invitato da Paolo Terni nella trasmissione La musica e i dischi di a chiacchierare di musica dai microfoni di Radio 3. Si tratta del primo di una serie di appuntamenti che si protrarrà fino al 18 dello stesso mese e da cui verranno fuori cinque dialoghi grosso modo gioviali e calmi nello spirito ma fondi e pescosi in tutto il resto; dialoghi in cui lo scrittore milanese dice quanto pensa sui motivi più liberamente serpeggianti della musica, ovvero su un dolce e piuttosto incorruttibile campo dell’arte che, secondo quanto lo stesso Manganelli ebbe a sostenere, possiede delle ricchezze vertiginose che purtroppo non visitano la letteratura; ricchezze liberatorie, come si vedrà, quelle di una certa musica che bene o male gli smuoveva i visceri dell’animo (si parla di Wagner, per esempio, e di Stravinskij, Mozart e Schumann, per dirne solo quattro).

Nel 2001, a vent’anni dalla trasmissione radiofonica, quei cinque dialoghi vengono messi su carta da Sellerio, affiancati dalle memorie di Terni su quell’eccezionale esperimento radiofonico e da cinque brevi contributi che Manganelli, tra il 1976 e il 1989, scrisse per discutere ancora di musica. Oggi, che di anni ne sono passati trentaquattro, giorno più giorno meno, le edizioni romane de L’orma tornano a stampare Una profonda invidia per la musica, e quelle due voci affidate tempo fa alle generose braccia redistributive dell’etere convivono ancora in un nuovo volume, stavolta curato da Andrea Cortellessa, firma in calce all’attuale e bella postfazione che racconta della genesi del libro e non soltanto di quella.
Ciò che scopriamo leggendo queste pagine (o anche ascoltando il cd che vi è allegato, in cui per le orecchie resiste la voce di Manganelli che discute con Terni, ma non la musica che accompagnava i dialoghi, per materiali questioni di copyright), infatti, riguarda faccende assai importanti, che in un certo senso raccontano delle feconde parentele che sussistono nella famiglia delle arti. Tali questionate faccende si diluiscono, nel nostro caso, nell’apparente ambivalenza con cui Manganelli, l’uomo Manganelli ed evidentemente anche lo scrittore Manganelli, considerava le sponde innumerevoli dei continenti tersicorei.
Invidia, ecco cosa provava senza mezzi termini Manganelli per la musica, come d’altronde si legge nel titolo del libro di cui si sta parlando. Ma anche concreta, stupefatta ammirazione. Quest’ultima in quanto ascoltatore, in quanto visitatore di mondi. La prima (forse il più sincero tra i due sentimenti), invece, in quanto autore di letteratura: ovverosia in quanto semplice costruttore che, con la sua pur gigantesca capacità di dar vita a costellazioni di mondi ed erigere schiere composte di golem, più o meno fantastici, onirici oppure diurni, non sarà mai in grado di utilizzare strumenti che gli permettano di fuggire da quella necessaria attenzione al significato che tiranneggia sulle lettere. “Esiste”, sostiene Manganelli, “una specifica invidia dello scrittore verso il musicista che è l’invidia di una condizione particolare che a lui sembra infinitamente più libera e più inventiva, più naturalmente fantastica. […] Lo scrittore ha il problema di scrivere adoperando qualche cosa che si può presentare e descrivere come un significato e deve contemporaneamente liberarsi del significato. E questa macchinazione che porta all’abolizione del significato conservandone le strutture in qualche modo […] è il tema più angoscioso, diciamo, del letterato. E direi è l’eterna ambiguità della letteratura che non si sa mai se vuole o non vuole dire niente” (pp. 39-40).
La musica, invece, è qualcosa di diverso: è libertà dal significato, cancellazione per non sussistenza del significante e di conseguenza invito a librarsi sugli abissi del niente più distensivo senza necessariamente dover dire qualcosa che voglia dire qualcosa. Non un fatto di poco conto, questo è fuor di dubbio. Soprattutto perché ha a che fare con il problema dell’angoscia, che spesso frequenta il mondo delle lettere, o che addirittura lo fonda, almeno in certi ambiti, di quelli assai prossimi, se non identici, alla produzione di Manganelli. “Credo che la musica”, concludiamo con lo scrittore, “come la letteratura, come qualunque cosa di ciò che è misterioso… di quella cosa misteriosa che noi chiamiamo arte, sia costretta a giocare come in una favola – mi pare danese – ove una ballerina è costretta a danzare fino a che muore” (p. 47).


 

Giorgio Manganelli
Una profonda invidia per la musica. Invenzioni a due voci con Paolo Terni
a cura di Andrea Cortellessa
L’orma, Roma, 2014
pp. 168

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