“Duro? No. Sono fragile invece, mi creda. Ed è la certezza della mia fragilità che mi porta a sottrarmi ai legami. Se mi abbandono, se mi lascio catturare, sono perduto”

José Saramago

Lunedì, 21 Gennaio 2013 20:21

Amleto o della nostra storia

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All’Out Off Teatro Stabile e di Innovazione va in scena l’Amleto di William Shakespeare. Lorenzo Loris ne è regista ed interprete. Rappresentare l’Amleto è sempre cimento impegnativo e la conoscenza di una delle drammaturgie del Bardo maggiormente messe in scena fa sì che chi va a vederlo difficilmente possa trovarsi impreparato, ma anzi vi si assiste desiderando di assorbire come una spugna la riproposizionedelle parole del drammaturgo di Stratford.

La storia è ben nota ai più: il principe Amleto, intimamente combattuto nella ricerca della vendetta, dimentico degli ammaestramenti appresi a Wittenberg, troverà coronamento esiziale nel sangue che verrà versato nel castello di Elsinore; le azioni umane, guidate da impulsi, finiranno per lasciare la Danimarca in mano ai Norvegesi.
La struttura si articola in un atto unico ed il prologo ne è anche l’epilogo. Infatti la scenografia iniziale delle mura con i gendarmi di vedetta ritornerà identica nel finale. La scelta di un atto unico, intervallato nel cambio scenico dalla luce dei riflettori, dà l’idea della contemporaneità dell’opera. Il tempo è alluso in maniera fuggevole. Il riferimento alla contemporaneità si evidenzia anche nei costumi: si utilizzano maschere da scherma per caratterizzare i gendarmi, la regina irrompe sfavillante nella scena delle nozze con il re Claudio indossando con eleganza un moderno abito da sposa, rappresentando l’esteriorità di una classe sociale dominante povera di morale, mentre ancora più emblematico è il re stesso che indossa il frac. Cerimoniale ma anche funzionale, la scelta dell’abito lo offre ai nostri occhi come una sorta di presentatore televisivo, che a più riprese cerca di coinvolgere la corte (ovvero il pubblico) chiedendone il consenso.
Amleto, invecchiato nella non azione, nel perenne dubbio dell’essere e del non essere, si esprime in un italiano modernizzato, cadenzato con un tono flemmatico e spento. Ofelia, invece, il cui abito prende le forme di un lenzuolo, incarna il valore della moralità, ma anche la condizione di chi si scontra con la realtà e ne viene travolta.
Dopo la rivelazione da parte dello spettro del crimine di Claudio, in Amleto comincia a compiersi la metamorfosi che lo proietta, insieme all’opera, nella contemporaneità: da vecchio e stanco, incapace di reagire, viene pervaso per un attimo dal fremito della gioventù. Il ricordo, l’amore filiale verso il padre, scuotono il suo animo dal torpore, un po’ come nel nostro tempo, in cui sovente si è incapaci di opporre reazione alla realtà circostante, ma nel quale istintivamente e ad intervalli, per ragioni che scuotono l’animo, si hanno talvolta soprassalti ed impulsi che trascendono le necessità e che il più delle volte non riescono ad essere funzionali al cambiamento che agognano.
Perdura quindi una scelta insensata del protagonista, ma il genere umano non può sottrarsi alla logica delle conseguenze delle proprie azioni. Ofelia ne è l’esempio. Tenta di sottrarsi alle decisioni Amleto, ma l’escamotage della pazzia si rivelerà un infruttuoso mezzo. Due le scene emblematiche di questa sua infausta scelta. La prima quando Amleto vede Ofelia e prendendole il cuore fra le mani lo strapazza, con un cucchiaino le strappa il suo amore, poi lo rinvigorisce e ancora le strappa un pezzo, infine lascia la stanza irridendola per la terza volta con un invito lapidario alla monacazione: ”va’ in convento va’!”. Così accade che lo stratagemma messo in atto per celarsi dal re e da Polonio, estraniandosi da quella realtà perversa, gli si ritorce contro perché “la pazzia dei grandi non può restare incustodita”. La seconda scena chiave si produce quando, giunta a corte una carovana di attori, Amleto chiede loro di rappresentare una sua opera. Il Principe, che conosce la scienza, capace come il fuoco che plasma i metalli di plasmare le menti degli uomini, sa che la rappresentazione dell’omicidio del padre indurrà il re – che del padre era fratello – a sicura reazione. Cosicché Amleto potrà consumare la propria vendetta.
Il re e la regina siedono tra il pubblico, dopo un po’ raggiunti da Ofelia e Amleto, che ci stimola il sorriso quando ci comunica il titolo dell’opera da lui scritta: Trappola per topi.  Ma la sua scienza produce solo altro sangue, la morte di Polonio ed il suo stesso esilio. Allontanato per ordine del re, Amleto non può vedere le conseguenze delle sue azioni, mentre arretra dal proscenio, sul quale avanza la morale, accompagnata ed incarnata ancora dalla suggestiva follia, quella di una Ofelia magistralmente rappresentata, il cui canto variato e senza senso dilania chi lo ascolta. La sua bellezza, pur sempre abbacinante, appare come immobile, tagliata dalla follia che consuma lentamente il suo aspetto. Intorno a lei, inginocchiata su un tavolino, è tutto un riverbero di luce. Il suo tragico destino sta per compiersi. L’accompagneranno alla fossa due becchini intonando Malafemmena, esplicitando che le condizioni del rango di Ofelia la sottraggono da una non consacrata sepoltura. Amleto con in mano il teschio di Yorick, defunto giullare di corte, completa l’analogia con ’A livella di Totò.
Sedie bianche intorno ad un palco, un duello sceneggiato conchiude una morale: ”che non abbia a cadere nel silenzio la storia di Amleto”, la nostra storia.

 

 

 

Amleto
di William Shakespeare
traduzione Cesare Garboli
regia Lorenzo Loris
con Mario Sala, Lorenzo Loris, Alessandro Tedeschi, Davide Giacometti, Alessandro Marmorini, Sara Drago, Carla Stara, Paolo Dellatorre
scene Daniela Gardinazzi
costumi Nicoletta Ceccolini
consulenza musicale Andrea Mormina
luci Luca Siola
produzione Teatro Out Off
in collaborazione con Regione Lombardia - Progetto Next
Milano, Teatro Out Off, 18 gennaio 2013
in scena dal 9 gennaio al 10 febbraio 2013


 

 

 

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