“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Martedì, 03 Giugno 2014 00:00

Dieci motivi per cui "Il trono di spade" piace così tanto a tutti

Scritto da 

Non sto parlando della serie televisiva. Una serie TV non richiede particolare attenzione, è più diretta e meno impegnativa di un libro, che richiede uno sforzo immaginativo e una costanza non indifferenti. Mi riferisco alla saga letteraria, il cui vero titolo è Le cronache del ghiaccio e del fuoco, scaturita dalla penna dell’americano George R.R. Martin.

È un vero contagio: tutti, ma proprio tutti, sembrano conoscere le vicende narrate nei romanzi, e la cosa più sorprendente è che nell’edizione italiana i cinque tomi originari sono stati furbescamente divisi in dodici volumetti. Quindi non proprio una lettura agevole, né rapida.
Eppure c’è qualcosa che rende questa saga vincente. Essendo io stessa vittima di questa pandemia, proverò a darne un personale spiegazione.

#1. Trama articolata
Le cronache del ghiaccio e del fuoco sono, in realtà, tre macrostorie diverse che, grazie agli spostamenti e ai rapporti tra i personaggi, vanno a convergere. Abbiamo, nel continente occidentale, una guerra monastica per la reggenza dei Sette Regni; allo stesso tempo, il confine settentrionale è minacciato dagli Estranei e dal popolo libero che cercano di riversarsi al di là della Barriera. Infine, nelle terre al di là del Mare Stretto, assistiamo all’ascesa della Madre dei Draghi, una ragazza di stirpe reale esiliata dalla nascita, che cerca di riprendersi il trono che le spetta nel continente occidentale attraverso un esercito di schiavi liberti. Inoltre, il gran numero di personaggi produce un’ulteriore frammentazione in decine di microstorie legate alle principali.
Alcuni lettori potrebbero tediarsi di fronte alla prospettiva di doversi ricordare i nomi di miliardi di personaggi, molti dei quali non sono che semplici comparse. Per non parlare delle parentele, o di nomi di città dal sapore esotico. Per fortuna l’autore ha ovviato a questo problema ponendo ogni personaggio sotto uno stemma araldico: il fatto che esistano casate maggiori, identificate con elementi figurativi e con toponimi, facilita notevolmente il lavoro mnemonico del lettore.
Una riflessione diversa richiede la trama articolata, che sottintende una lettura dall’attenzione costante. Se questo non dovesse accadere, ci penserà qualcuno dei fattori riportati di seguito a risvegliare l’attenzione del lettore distratto.

#2. Punti di vista
Ogni libro presenta i punti di vista di diversi personaggi, che finiscono per attirare le simpatie del lettore per il fatto che lo invitano a scrutare nei più profondi abissi delle loro paure e dei loro pensieri.
In un certo senso questa identificazione del lettore col personaggio narrante ha una doppia valenza: da un lato richiede un ruolo più attivo al lettore, che si sforza di comprendere la prospettiva presentata. In questo modo, è possibile cogliere la trasformazione di questi personaggi, arrivando a cambiare preferenze e simpatie nel corso della storia. Che l’autore arrivi a lasciare così tanto spazio al lettore, a parer mio, è una cosa estremamente pregevole. 
Non trascurabile è la presenza di occhi femminili come prospettiva sugli eventi: Martin compie infatti una descrizione molto accurata dell’universo femminile, ponendo le donne non come damigelle in pericolo da salvare – come sarebbe lecito aspettarsi da un romanzo del genere − ma come personaggi a tutto tondo capaci di combattere e di determinare gli eventi al pari degli uomini.

#3. Intrighi
Ognuno di noi, in fondo, ha un cuore da comare pettegola. Scandali, incesti, tradimenti, alleanze nascoste: nelle Cronache non manca proprio nulla. Se dovessimo dare adito a tutti questi atti non ufficiali, avremmo una seconda storia, torrentizia, che però finisce inevitabilmente per influenzare, se non determinare, gli avvenimenti più importanti, i cosiddetti snodi narrativi.

#4. Sesso
Qualche scena piccante è l’ideale per mantenere viva l’attenzione. Meglio ancora se la presenza di cortigiane, personaggi lascivi e particolarmente disinibiti è costante.
Dopo un po’ ci si abitua, e nessuna scena sembra più imbarazzante o esageratamente spinta.

#5. Omicidi
Qualche morte non guasta mai. Permette di eliminare personaggi sgraditi, di troncare fili narrativi senza via d’uscita e, soprattutto, di dare un forte scossone emotivo al lettore.
Martin fa questo e molto altro, spingendosi a uccidere personaggi che il lettore aveva imparato a conoscere, a cui si era affezionato. C’è da dire che questi colpi di scena sono sempre inaspettati: Martin infatti, cura la caratterizzazione diretta di ogni personaggio, descrivendone l’abbigliamento, i tratti somatici e spesso, indirettamente, i tratti psicologici. Di solito i narratori tendono ad affezionarsi a personaggi che richiedono un’invenzione e una determinazione tanto spinte, e il fatto che Martin riesca a ripetere questa operazione di separazione definitiva più volte durante il dispiegamento della fabula, dimostra come lo svolgimento dell’intreccio abbia la precedenza su qualsiasi personalità creata, che sia essa buona o malvagia.
È quello che succede nella storia: non si ricordano le personalità, a meno che non siano quelle dei leader o dei vincitori, tutti gli altri non sono che semplici pedine subordinate al dispiegamento dei grandi eventi.

#6. Ambientazione medievale
L’era di mezzo, con i suoi riti d’investitura, con le sue armature scintillanti, con lo sfarzo delle sete e degli stemmi araldici, con i suoi controversi rapporti di vassallaggio; un’epoca di cavalieri, di dame, di re e regine, di sedicenti santoni e di maestri esperti nell’arte alchemica, ma anche di predoni provenienti da mari lontani, di schiavisti tatuati e di ricchi mercanti mossi solo dal tintinnio del conio. É l’espressione, in potenza, dell’immagine di una fiorente città portuale come poteva essere la nostra Venezia ai tempi d’oro.
Un’epoca estremamente affascinante, soprattutto perché lontana.
L’autore ha dichiarato che le guerre tra casate non hanno nulla da invidiare alla reale Guerra delle Due Rose, tra Lancaster e York: si tratta pur sempre del gioco del trono (A Game of Thrones, titolo del primo volume della saga). Insomma, si preferisce il realismo al fantasy puro, il che ha permesso di catturare anche lettori non proprio amanti del fantasy sfrenato.

#7. Descrizioni accurate
L’approccio realistico e verosimile deriva anche dalla capacità di Martin di immaginare ogni dettaglio dell’universo narrativo da lui creato. Dalle descrizioni dei combattimenti, delle flotte navali, delle giostre in onore del re, fino a quelle degli abiti, dei lunghi e sfarzosi banchetti e delle portate, Martin riesce a intessere le coordinate di un mondo affascinante quanto verosimile, stipulando un forte e duraturo patto col lettore.
Si coglie anche un certo compiacimento nel mostrare lati – seppure verosimili − che per decenza i narratori, se non anche la gente comune, evita di raccontare. Sto parlando delle descrizioni più basse della corporeità umana, soprattutto nel momento della morte. Non c’è paura a mostrare il lato meno nobile della fisicità.

#8. Elementi fantasy
Il suddetto patto col lettore riesce a reggere anche quando nella storia appaiono elementi appartenenti al puro genere fantasy, come draghi, uomini morti che tornano alla vita, se non anche esseri minacciosi che portano con sé freddo e morte. Martin riesce, insomma, ad attirare l’attenzione del suo pubblico primario, quello appassionato del genere fantastico, senza però scadere nel banale, o peggio, in una copia di una famosa saga tolkeniana.

#9. Mondi diversi
Le tre macrostorie sono identificabili anche grazie ai luoghi in cui si svolgono, spesso diversi per clima, per usanze e per stili architettonici.
Solo nel Continente occidentale si hanno tre condizioni climatiche diverse, cui si accompagnano particolari scelte nell’abbigliamento (e quindi nella caratterizzazione) dei personaggi, e nella scelta delle abitazioni, navi, mezzi di trasporto adatti ai quelle particolari condizioni: si va dal freddo glaciale della Barriera, alle sabbie riarse dal sole di Dorne, passando per le piovose regioni centrali.
Al di là del mare il clima è afoso, gli uomini hanno mantelli di piume multicolori, le donne indossano toghe che lasciano scoperto un seno e i più abbienti viaggiano dentro portantine trainate da elefanti albini.

#10. Moralità discutibile
Nessun personaggio è totalmente buono o totalmente malvagio, e questo li allontana dalla rappresentazione stereotipata che molti di noi si aspetterebbero da un’impalcatura narrativa così elaborata.
E, parliamoci chiaro, i personaggi buoni annoiano, a nessuno interessa la vita intelligibile di un santo. I cattivi, d’altro canto, sono sempre più affascinanti, e nella loro controversa moralità, non si stancano mai di stupire.

 

 

 

 

 

 

George R.R. Martin
Le cronache del ghiaccio e del fuoco
Milano, Mondadori, 2012-2014

Lascia un commento

Sostieni


Facebook