“A questo mondo, compagni, il peccato in grado di coprire la spese viaggia liberamente e senza passaporto; la Virtù, qualora squattrinata, la fermano a tutte le frontiere”

Herman Melville

Domenica, 01 Giugno 2014 00:00

Così è se vi (ap)pare

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Mezzogiorno pieno. E scrivo responsabilmente.
Tutto bene. Simbolo con simbolo, un gradino dopo l’altro. Instancabilmente, tutto procede. E poi eccola lì. La mezzanotte che mi sballa. Suona in testa e mi rende suonata. Mi solletica con un atto di irresponsabilità. Infischiarsene degli ismi, dice. Cosa?! Come infischiarmene? Fuggire dal sovrappiù intellettualoide della luce, mi ripete. La mia personalità di Mezzogiorno vorrebbe dirmi che non “dovrei” essere del tutto in accordo con me stessa su questo atteggiamento, poi però sono tentata. Dunque che si fa? Dunque si va. Ho deciso, allora. Abbasso i gomiti? Me ne infischio dei tuoi gomiti, ascolta.

Mi ascolto nel fragore della pancia e dei ricordi. Del resto, è l’ora delle fontane. L’ora delle fate. Sarà forse per questo che, a scrivere de La pietra lunare di Tommaso Landolfi, la Letteratura improvvisamente si fa borderline. Così mi pare. Parola scritta, delle più nobili e diritte, e contemporaneamente “Teatro”, lucido di follia, Piede birichino. La Letteratura che conosco, qui, trascende se stessa, perde la sua identità occhialuta e si colora la zucca. Ride, perciò. Non posso ignorarla mentre indossa le venature della maschera e si fa Teatro – beninteso, parlo del Teatro come Visione, capacità immaginifica tribale, Teatro come creatore di Simboli che tramutano tutte le cose, il teatro dove la maschera, ontologicamente, è Rito, ritualità magica per tutti (attori, spettatori, tecnici… tutti. Nessuno escluso); teatro come Movimento con-turbante, capace di s-muovere tutte le cose, crearle sempre-ancoraunavolta. Con La pietra lunare, Landolfi rende performativo il romanzo letterario. La pietra lunare è Performance.
Il quadro umano che compare a prima pagina sembra confermarlo. Una vivace e strabiliante coloreria di caratteri. Il riso generato è da poltroncine rosse: il puzzo sotto il naso ma teneramente ingenuo del protagonista, il colto studente Giovancarlo, e l’affollato e grottesco salotto-cucina di un parentume assonnato di campagna, che il giovane poeta, venuto dalla città, riesce a svegliare, e a scatenare, solo con il “là” di una notizia tramutata subito in cattiveria, in pettegolezzo antifatica. E Landolfi, a rendere più performativo il teatro-letteratura, ci racconta la scena con quel linguaggio ricercatissimo, insieme alto e pazzo, che lo ha reso celebre – una lingua capace di provocare nel lettore una diffusa prurigine da dizionario, prima, e uno stupore pago, dopo. E meno male. Come si fa a com-prendere la Grazia? Non si fa.
Giovancarlo Scarabozzo si presenta come l’incarnazione della Città, della Cultura, del proposito, rigoroso e buffo, di farsi altezza assiepata nel mondo, di risolverlo (il mondo) costruendo griglie. Landolfi, non a caso, ce lo descrive come un giovane timido, che nonostante l’aspetto aitante, come mostrano i “piccoli baffi d’un nero di carbone”, non colleziona successi con le donne, ma, anzi, mena una vita strana: “quasi sempre solo col suo gatto e la sua cagna da caccia”, compone versi, va a caccia sulle più lontane montagne, fantastica tutto il giorno e dalla soffitta di casa si dedica allo “scoscendersi per l’inferno come a volitare per il paradiso”. Ovvero? Fa lo spione. Attività, questa, che il ragazzo fa rientrare nei suoi naturali “diritti di poeta”. Infila la curiosità dentro le finestre delle case vicine e si mette a spiare la vita, fin dentro le sue pieghe più misere. Poi, dal ridicolo-amaro, la regia tonale del romanzo prende a mutare e, come annunciato dal titolo, l’atmosfera si mineralizza. Giovancarlo si rivela “un solare” d’eccezione, un destinato all’iniziazione più profonda. La sua esistenza dovrà essere scombinata, dal fondo dell’oscurità e in modalità improvvisa, e mistica, da “due occhi neri, dilatati e selvaggi”, occhi “di riflessi violacei e profondi”, da “un volto pallido, dei capelli bruni, un seno abbagliante scoperto a mezzo”, un “corpo snello ed elegante”. Che fare? Non gli resta che sobbalzare, tra lo stupore e l’ansia erotica. Ma a Landolfi non basta, e nell’incontro amoroso con l’Altra, gli riserva i sentimenti di terrore, disgusto, orrore, e perfido sgomento. Perfido Landolfi. Giovancarlo, difatti, non è destinato ad una creatura moderatamente lunare (che lunare è ogni “femmina”, si sa), ma a Gurù: “il giovane seguì con viva soddisfazione la linea delle cosce affusolate, cui la stoffa aderiva strettamente, lasciò scivolare lo sguardo sul tornito ginocchio, e s’aspettava ora di scoprire una caviglia esile, un piccolo piede. Invece… […] In luogo della caviglia sottile e del leggiadro piede, dalla gonna si vedevano sbucare due piedi forcuti di capra, di linea elegante, a vero dire, eppure stecchiti e ritirati sotto la seggiola. E il curioso era che queste zampe, a guardarci bene, parevano la logica continuazione di quelle cosce affusolate”.
Ebbene sì. La fanciulla Gurù si s-vela come una ragazza-capra, una mannara che “all’imbrunire, e poi la notte, diventa[…] strana e inquieta, come se ne risentisse un malessere fisico”, e che per questo evita di guardare la luna, pena la trasfigurazione animalesca; è una Doppia, valle e canto, una Fredda da presagi-livido; è una figlia di Luna, Strega di nenie inquietanti e lupo impavido, bambina capricciosa e madre-Matrigna (a proposito di Teatro non può non venire in mente, qui, la Fata-bambina morta di Collodi, descritta e ri-scritta fascinosamente, e magnificamente, da Giorgio Manganelli in Pinocchio: un libro parallelo). Non può essere un caso – tanto i Simboli archetipici non lo sono mai. La capra allude alla libertà (da “capra” vien, difatti, la parola “capriccio”), e simbolicamente incarna quasi sempre il lampo, l’annuncio di uragano. Gurù è il lampo del Poeta. Gurù non parla, canta, e se parla lo fa senza punteggiatura. Non concettualizza, sente. Non guarda, compone presagi. È la “femmina” aderente al tipo-Giovancarlo? Certo. Gurù “è” l’Anima di Giovancarlo, e lui non può non sentirsene attratto. E lei lo sa – è conscia del suo compito, ancor prima di parlargli: “Sono venuta per andare con lui”, dice davanti a tutti –  e lo irretisce, lo circuisce. Lo spezza. Gli parla capricciosamente, senza “conoscerlo”: “leggeremo insieme i tuoi versi? Mi vorrai sempre bene?” “sei bello. […] Devi essere anche buono. Mi vuoi bene?”. Ma lui, camminando a tastoni sull’inquietudine, si lascerà andare. “Che cosa starò diventando io?”, dirà. Si abituerà al buio. Giovancarlo sperimenterà l’Assurdo, e muterà.
Il rito battesimale dell’eros tramite Gurù avviene subito, in lui, fin dal primo incontro con la fanciulla. La cerimonia che poi avverrà viene anticipata prima con l’idea di considerare come “segreto” comune e “complice” i piedi di capra, poi con il subitaneo tentativo di immaginare “il luogo del trapasso, e l’aspetto possibile della linea d’attacco fra la vellutata pelle femminile e il pelo ferino”, il punto di quel corpo-Altro in cui “cessava la fanciulla d’esser donna per mutarsi in capra”. La liberalizzazione erotica è solo annunciata col pensiero, ma sino alla fine, in Giovancarlo, non solo si incarnerà sensualmente ma avvierà quella della Vita. Lontani dall’“odore pesante d’avanzi di lavatura di piatti e d’insetti domestici” della provincia di campagna, lontani dalla città, dall’Università, Giovancarlo si avvicinerà all’Universo delle cose della Notte, terra viscerale di feste, Riti magici ed orge di potere, popolata da Creature fantastiche ed inconcepibili, al limite tra l’umano e l’animale, il Maschile e il Femminile. Lì dove “le ombre minacciano”, lo studente assisterà a Visioni di carne concettualmente inafferrabili (finalmente inafferrabili) come la trasformazione fisicoerotica di Gurù e lo Sguardo primordiale delle Madri primordiali (la cui apparizione, per movenze e sembianze non può non ricordare – ancora Teatro – le tre fanciulle “possedute” de Il Marinaio di Pessoa). Avventure irripetibili, che vanno solamente lette. L’“etereo pallore” degli incubi vellutati da un dolore muto, incomprensibile. È Sogno. Non è vero ed è tutto reale.
La pietra lunare ci ricorda che lontani dalla dimensione luminosa delle cose certe, utili, e abbordabili, si approda sulla “Luna”, territorio di pietra “numinosa”, ci rammenta lo sconcerto della maschera, lo spavento delle metamorfosi, la ferocia violenta di cui odoriamo tutti e che sempre è tesa a rompere la nostra comoda illusione di essere estranei all’Assurdo. Landolfi allude, e l’avviva col genere del “Fantastico”, alla necessaria ma sempre pericolosissima incursione dell’Ombra, del disordine e dei piaceri extramorali, nel mondo diurno delle sicurezze logiche. Siamo pietra di luna: “una scheggia opalescente con vaghi riflessi azzurrognoli, e magari giallognoli o verdastri, come delle creature disformi contro la luna”. Siamo Noi.
E adesso? Cedere al sonno? Come? Che paura. “Non è niente bambina. Gloglotteranno i paperi – e poi sarà pace di nuovo… Gloglotteranno – e poi sarà pace” . Ancora il Teatro, e l’amico Čechov che nanna e soccorre. Buonanotte.



Tommaso Landolfi
La pietra lunare
(1939)
Milano, Adelphi, 1995
pp. 164

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