“D'un tratto, per qualche motivo imponderabile, mi sentii profondamente addolorato per lui e bramai di poter dire qualcosa di reale, qualcosa con ali e cuore, ma gli uccelli che desideravo si posarono sul mio capo soltanto più tardi quando fui solo e non avevo più bisogno di parole”.

Vladimir Nabokov

Sabato, 03 Maggio 2014 00:00

I Giardini ridicoli di Márai

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Corri diritto, taci e ingoi. Il tempo, lo sappiamo, produce salti, ci disgrega – dannato tempo, demone macellaio. Basta una panchina, però. Anche un divano scomodo va bene, e tutto si cerchia, perde finalmente il ricamo rettilineo della strada. Leggendo, trova una posizione rotonda, la Vita. Se poi, infilati in questa dimensione assurdamente curva, un autore ci permette di catapultare in uno di quei giardini “ridicoli” e gravi “alla Čechov”, non bisogna assolutamente fuggire. R-e-s-t-a-r-e, cadere dentro, questo si deve fare. Perché significa che è il libro giusto, che è il magma adatto alla vita… per chi, naturalmente, la vita, ha fame di vederla anche gridata, sussurrata, scomposta e reincollata dalla pagina scritta.

In questo, io ho avuto fortuna. Ho trovato il mio pittore di Giardini. Vi confesso che non lo lascio da un po’ – come un cane fedele. Una perla tesa a farsi conchiudere, sono. Che fare? Certe volte uno ama solo così, e basta. Ho trovato Sándor Márai. E il suo primo giardino che ho amato, è stato L’eredità di Eszter.
Cari hegeliani, va detto: il citato autore non fa per voi. Per chi invece “tutto ciò che è veramente ­ reale è irrazionale”, che si sieda, che attenda con lui il raggomitolamento tutto dell’esistenza. In Márai, difatti, sempre, parla la lingua dei grammofoni, l’umidità dell’imprecisione emotiva, che però, non vuol dire Mancanza, assenza di Orizzonti di Senso. Il profilo delle cose è indistinto ma certo. Informe e sfumato, ma vero come vera è la carne, vera la sete, questa vestaglia, quella pietra, il foglio, le emozioni che ci inspessiscono. Nei racconti di Márai si diventa nomadi senza zaino, viaggiatori con la benda. Ritmo serrato e si fa silenzio. E si aspetta. Cosa? Tutto. Tempo e spazio si inanellano, dimenticano l’affanno della cornice logica in cui li stringiamo, e si fanno “onirici” –  che si sa, che più si viene scaraventati nella “Realtà”, e più tutto si fa “Sogno”.
La prima pagina del romanzo annuncia subito una Eszter oppressa dall’urgenza di raccontare, di fissare in parole una confessione. E questo io narrante dal biondo chiaro di una capigliatura ormai accesa da fili bianchi, immediatamente ci seduce con il compito di farci scrigno. Il suo carico di dolore è così dolce, e la sua postura esistenziale così compìta, che immediatamente ci prestiamo al ruolo di Confessore-diario. Eszter, ci confida, riceve un telegramma carico di lune, di rivoluzioni. Annuncia l’arrivo, nella sua casa, e dopo vent’anni, di Lajos, l’unico uomo che abbia mai amato in vita sua. Lajos il cialtrone truffaldino sempre a caccia di gruzzoli da sperperare, Lajos il frottoliere Incantatore, saggio di realtà immaginarie ma vere dentro; Lajos il Mentitore frivolo, che sforna menzogne con una “forza primordiale, con allegria indomabile”, come quella che le dichiarava il suo amore, prima, per sposare sua sorella, poi. La profezia del “Ritorno” viene realizzata con un semplice messaggio, il quale basta a farle comprendere “quello stralunato dormiveglia” in cui era vissuta sino ad allora, un sonno dove tutto era mutato solo apparentemente: “Quel sentimento si era coagulato in me – dice – come il sangue si coagula sulla ferita”. E ancora: “Ora che mi ero destata vidi di colpo la realtà così com’era. Ma non mi vennero più le vertigini. Nella realtà, sia in quella della vita che in quella della morte, vi è qualcosa di tranquillizzante”. E così, con l’allegria pacata e lucida dei folli – perché cos’altro è l’amore se non un viaggio alla scoperta della follia che ci abita dentro? L’amore non è poi, alla fine dei conti, una lotta antireazionaria con se stessi? – Eszter si prepara ad attenderlo come si attende il proprio innamorato. Allucinata allucinazione. Aspettandolo però sa. Sa soprattutto che nessuno può nulla contro di lui, contro il suo vivace potere di fascinazione, che dentro di lei sfila alla vita quella misera maschera di parvenza, e la rende “vita”. Nessuno potrà nulla contro i suoi incantesimi. Non potrà non lasciarlo fare. Cosa? Nessuno si ribellerà, nessuno protesterà. Quale manovra? Non può nulla contro di lui. Fa ciò che vuoi. Fammi pure a brandelli, Lajos. Accadrà tutto quanto vi potrà di paradossale. Apparizioni di fantasmi e di segreti, disvelamenti, confessioni-verità/menzogna. Espulsioni fisiche a prova di bomba, d-i-c-h-i-a-r-a-z-i-o-n-i di rombo, che in qualche modo sapranno ancora farsi sorde, soltanto scorci illogici degli Interni d’anima: “Eri tu che non volevi veramente questo amore. Non protestare. Non basta amare qualcuno. Bisogna amare con coraggio. […] Noi due non ci siamo amati con coraggio… Ecco qual è stato il guaio. Ed è colpa tua, perché il coraggio degli uomini in materia di amore è una cosa ridicola. L’amore è compito vostro. […] Siete voi a dover amare eroicamente. Ma tu hai commesso la cosa peggiore che possa capitare a una donna: ti sei offesa, sei fuggita. Vuoi credermi finalmente?”. Non lo so.
L’eredità di Eszter ha nell’Attesa il suo primo contenuto aereo, concetto “sentimentale”, che pervaderà il testo per tutto il tempo della narrazione. Quest’Attesa, però, è sapientemente vibrata da Márai in tutte le sue declinazioni, e da queste riempita. “Attesa” sarà agonia, ansia, sarà l’aspettativa e la preoccupazione. E lo sarà per il verso, e il canto, dell’incontro assurdo e incomprensibile con l’Altro – quell’Altro d’Amore, porto di apertura, frastuono di gioia e ghiaccio, dolore, dolore, e poi ancora dolore. “Attesa” sarà, ancora, per secondo canto, la gestazione, il Sogno. Gravidanza. Ciascun personaggio, al principio, si presenta per se stesso, gli somiglia in maniera pungente, definitoria – quella strana, utile ma strozzante invenzione dell’ “Io”. L’anima appare strutturata, quasi definitivamente. Poi, il Vento. Come in/nel Sogno. Ogni personaggio partorirà il dolore e la cattiveria dell’Altro, le sue piume e il suo profumo splendente. Chi si è presentato come carnefice, si ristrutturerà nel pianto rotto della vittima, e la vittima genererà in sé le contraddizioni di coltello di cui era accusatore e giudice. La storia narrata crea pieghe e, in un gioco perpetuo ed incessante di riflessi acquosi, ciascun personaggio riconoscerà in-Sé quell’Altro-da-Sé odiato, amato, temuto, rimpianto, dimenticato e ridicolizzato, sino poi a scoprire, ancora, in sé, degli Altri-di-, sconosciuti abitatori di-se stessi che non somigliano a nessun “Altro”, e che ora desiderano solo sfangarsi, dare finalmente una guardatina “fuori”. E nei lunghi monologhi, che sempre caratterizzano i personaggi “dalla lingua lunga” di Márai, emergeranno i passaggi d’intuizione, momenti fatali in cui verranno a galla questi contorti s-velamenti, abiti paurosi, rivelazioni. Io sono io, sono te, sono altri che mi abitano ma che ancora non so comprendere. È un gioco giocato sino all’assurdo. Gioco che come ogni vero gioco finisce per giocarmi. Si prende burla anche di me, del lettore. Con L’eredità di Eszter potrebbe accadere di ritrovare di sé, anche solo metaforicamente, la capigliatura stanca della vecchia Nunu, il suo vestito nero onnisciente o l’ingenua cattiveria-di-figlia di Éva oppure il tremito segreto e coraggioso di Tibor. Di annusare, dei propri “giardini”, il vuoto maleodorante e inconsapevole degli ospiti di piume, le loro parole facili, stancanti, impetuose di Nulla. Potrebbe capitare di intravedere il proprio sorriso nel sorriso sarcastico e cinico di Lajos, il proprio ardore nel suo ardore di idealista, di sognatore, e di assaggiare la propria disperazione nella sua confessata mancanza di “carattere”, che, pare a detta sua, sia quella più utile per vivere nell’Aldiquà tempestoso delle faccende che affaccendano. Come potrebbe accadere, infine, di intendere, e sentire, alla perfezione l’attesa di Eszter, la sua continua invenzione di finestre dove poggiare i ricordi, la sua melanconia, i sorrisi quieti. Ecco. Nel banchetto che è l’immagine tramata dal testo, si affaccia il non-luogo della nostra immagine e di tutto ciò che abbiamo vissuto, e che forse, dovremo ancora vivere. Márai ci consente questa stra-ordinaria esperienza e, infilando specchi nella trama, costringe anche il lettore, che diventa così Personaggio-tra-i-Personaggi, a dar conto di tutti i fili rampicanti che compongono il proprio intricato Sé. “Si tace per tutta la vita dei fatti più essenziali. Di questo silenzio a volte si muore. A volte invece si ha la possibilità di parlare… e in questi casi non si può, non è ammissibile che si continui a tacere. […] Nella vita esiste una specie di menzogna primordiale; ci vuole tempo prima che ce ne rendiamo conto. Non vuoi sederti? Siedi, Eszter, e stammi a sentire”. Ecco, siedo. Sediamoci.
Quale circo e tenerezza di giardini, Márai, l’eredità che ci hai lasciato.

 

 

 

 

 

Sándor Márai
L’eredità di Eszter (1939)
a cura di Marinella D’Alessandro
traduzione Giacomo Bonetti
Milano, Adelphi, 2007
pp. 137

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