"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Venerdì, 25 Gennaio 2013 01:00

L'eterno scontro tra il canarino e i gatti che lo volevano morto

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Non c’è che dire, ci troviamo di fronte a un film che è già sempre uno stereotipo, ma che ha anche, e non per giocare con le parole, la forza di un archetipo, riuscendo a dare vigore a un immaginario che all’epoca era presente prevalentemente in letteratura e che poi avrebbe inondato le sale cinematografiche di tutto il secolo successivo (cioè fino a oggi). Si tratta infatti di un film che pone le basi per ogni horror che si rispetti che si vuole ambientato all’interno di un’antica dimora. Siamo alla fine degli anni ‘20 e Hollywood, che non è ancora la fabbrica dei sogni che sarebbe divenuta poco più tardi ma che è comunque già una ben avviata fabbrica di soldi e può permettersi dunque ottimi contratti e ottimi ingaggi, chiama registi e fotografi di scena dall’Europa (prevalentemente dalla Germania) per rivitalizzare la propria industria cinematografica e per far giungere grandi talenti che un po’ addomesticati e con la necessità di campare del proprio mestiere possano rendere grande il cinema americano. Perché Paul Leni è un regista di razza, uno di quelli che ha ben chiaro non soltanto ciò che vuole raccontare, ma anche il come e il perché, e questo film lo dimostra pienamente. Intendiamoci, non si tratta di un capolavoro assoluto, ma, per così dire, di un capolavoro “minore”, girato bene, ben recitato, eccellente fotografia, storia grottesca e realistica. Non si tratta del suo capolavoro, L’uomo che ride, ma quella è (come si suol dire) un’altra storia.

La trama è di una semplicità e di una linearità che lascia con il fiato sospeso. Un vecchio miliardario sicuramente eccentrico ma considerato decisamente pazzo (e poi si capirà il motivo) perché si sente come un canarino circondato da gatti, muore e lascia un’eredità cospicua che potrà essere raccolta soltanto vent’anni dopo la sua morte. Il giorno arriva e gli eredi sono convocati nell’antica dimora del miliardario per l’attesissima apertura del testamento, che sancirà chi di loro il giorno successivo potrà considerarsi milionario. L’erede è Annabelle (interpretata dalla minuta ma bellissima Laura La Plante), che per ricevere l’eredità dovrà, secondo un altro dei cavilli del vecchio pazzo, dimostrare di essere sana di mente. Quella notte (l’apertura del testamento è avvenuta infatti a mezzanotte, secondo il volere dell’eccentrico Mr. West) giungerà anche un dottore (l’ironia di Leni è sempre piacevole e sarà proprio il dottore la figura più inquietante del film) per sancire la sanità o l’insanità mentale dell’erede; qualora infatti riscontri follia, in un’altra lettera lasciata dal milionario ci sarà il nome del sostituto erede. Il titolo originale del film è The Cat and the Canary e si riferisce al fatto che il vecchio miliardario si è sempre sentito come un canarino che vede attorno a sé tanti gatti neri che attentano alla sua fortuna, i futuri eredi che attendono soltanto la sua morte. Tutti gli eredi passano la notte nel castello e la notte si trasforma facilmente in un incubo, da un lato un pericoloso assassino (che si autodefinisce “Gatto” perché ama fare a pezzi le sue vittime come fossero canarini – ancora l’ironia di Leni) è scappato e potrebbe essersi nascosto proprio in quella dimora, dall’altro scompare inspiegabilmente il notaio che soltanto successivamente verrà ritrovato morto (il notaio possedeva la lettera con il nome del sostituto erede) e accadono tutta una serie di cose che fanno sospettare, e a buon diritto, che quella dimora sia infestata da fantasmi. Insomma il classico horror ambientato in un’oscura e antica dimora. A questo punto Leni può sfoderare tutte le arti espressionistiche della sua regia, l’uso eccezionale dei chiaroscuri e delle ombre, coadiuvato dal grande Warrenton alla fotografia, movimenti di camera (addirittura la soggettiva!) di grande suggestione, sovrapposizioni di immagini e inquadrature dal basso a rendere deformate le proporzioni.

Insomma gli elementi per un ottimo horror ci sono proprio tutti, ma Leni non si accontenta. Non vuole soltanto costruire un horror onesto e ben girato per il pubblico americano, ma vuole anche, come è nel suo stile, divertirsi e così crea tutta una serie di personaggi grotteschi (la governante con il suo humour sadico, la pettegola e sospettosa vecchia zia, il cugino imbranato e pauroso) che arricchiscono il film riuscendo a creare a tratti del sano umorismo nel bel mezzo di situazioni terrificanti.

Anche la conclusione è veramente piacevole, senza dilungarci su alcuni intricati particolari, basti sapere che l’assassino del notaio non è altri che uno dei parenti, quello che avrebbe ricevuto l’eredità qualora la bella Annabelle fosse risultata pazza e in effetti era quasi riuscito nel suo intento, Annabelle è fortemente scossa dagli eventi e giustamente impaurita da quello strano dottore (che è probabilmente una bravissima persona) che dovrebbe visitarla e che ha l’aspetto tipico del folle e sadico protagonista di film horror.

Dunque, un grande film, non soltanto perché mescola caratteristiche di generi differenti e li amalgama sapientemente, non soltanto perché riesce a rendere il prodotto perfetto per il pubblico americano (c’è anche l’happy end per la bella Annabelle) pur utilizzando, seppur in maniera diluita, tutta la sapienza dell’Espressionismo tedesco, ma anche perché, senza soffermarsi troppo e senza raggiungere assolutamente la profondità di un Fritz Lang, riesce comunque a mostrarci un altro stereotipo che non dovremmo mai dimenticare e che proprio l’America conosce bene: l’ossessione per il denaro e per la ricchezza che può spingere persone perbene e insospettabili a commettere i più orrendi omicidi.

 

Retrovisioni

The Cat and the Canary (Il castello degli spettri)

regia Paul Leni

con Laura La Plante, Creighton Hale, Forrest Stanley, Tully Marshall, Flora Finch

produzione Universal Pictures

soggetto dalla commedia di John Willard

sceneggiatura Walter Anthony, Alfred A. Cohn, Robert F. Hill

paese USA

lingua originale muto

colore B/N

anno 1927

durata 82 min.

 

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