“Sono la lepre molto avanti alla muta dei miei critici”

Virginia Woolf

Venerdì, 11 Aprile 2014 00:00

Il ritorno di King all’Overlook Hotel

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Avevo undici anni quando misi piede per la prima volta all’Overlook Hotel. Ero in montagna per una settimana bianca, bloccata a letto a causa di un’infiammazione al tendine dell’anca, e mentre gli altri si dilettavano negli sport invernali, io scelsi di intrattenermi con un libro. Si intitolava Una splendida festa di morte, non si può resistere ad un titolo così ad undici anni. Sarà stata la montagna innevata, oppure il fatto di trovarmi in una stanza d’albergo, fatto sta che io all’Overlook Hotel ci sono andata veramente, e pure nella stanza 237, che aveva qualcosa di molto simile alla mia, probabilmente il bagno. Nonostante il cuore in gola e il terrore apocalittico, non riuscivo a smettere di leggere, era la cosa più terrificante che mi fosse mai capitata, ma allo stesso tempo non potevo fermarmi – deve essere stata una sensazione simile a quella che prova un alcolista per la sua ‘Bumba’. Giunta alla fine, ricordo di aver pensato che mai più nella vita avrei ritrovato un simile coinvolgimento emotivo con un libro, rimpiansi di essere stata così ingorda nel divorarlo in pochi giorni senza lasciarne nemmeno una briciola. Pensai anche: “Chissà se verrà mai scritto un seguito” e “sarebbe bello se c’avessero fatto un film, anche se, si sa, i film deludono sempre quando si è letto il libro”.

Anni dopo uscì il film Shining, mia madre mi chiese se avessi voluto vederlo dato che avevo letto libro. Ma io non avevo mai letto un libro col titolo simile, me ne sarei ricordata. Invece era proprio lui: l’Overlook, aveva cambiato nome ma era tornato a perseguitarmi. Sì, perché nonostante quello che il signor King si ostini a dire a proposito di quel film − addirittura, in una ‘nota dell’autore’ inserita nell’ultimo libro Doctor Sleep, ha riaperto la questione di quella che chiama “la faccenda del film di Stanley Kubrick”, definendolo il film che “per motivi a me ignoti molti ricordano come assolutamente terrorizzante” − dicevo, nonostante quanto afferma, non si può davvero negare che, sebbene il film in parte si sia discostato dal romanzo, non solo mette a dura prova gli sfinteri, ma è anche e indiscutibilmente di parecchie spanne al di sopra del libro. Probabilmente, il fatto che generalmente accade l’esatto contrario, non ha consentito all’autore di metabolizzare del tutto la sfortunata circostanza che proprio una di queste rare eccezioni sia capitata proprio a lui.
Come è stato detto da Giorgio Cremonini, se rileggiamo il “fortunato romanzaccio” (la definizione dispregiativa, in verità, non è di Cremonini ma di Giorgio Fink, che ne sconsiglia apertamente la lettura in “due, tre, molte apocalissi”) e lo paragoniamo al film, ci si accorge che nel primo “c’è insieme troppo e troppo poco”. Sia chiaro, King ha la capacità di creare storie difficilmente attribuibili ad una mente umana, come se l’ispirazione gli pervenisse direttamente da fonti aliene ed oscure. Lui stesso non è in grado di spiegarci la provenienza di ciò che scrive; nella sua autobiografia di un mestiere On Writing, dice che non esiste un Deposito di Idee, non c’è una Centrale delle Storie, perché le idee per un buon racconto spuntano dal nulla piombandoti addosso di punto in bianco e “il tuo compito non è trovare queste idee ma riconoscerle quando si manifestano”. Se le cose stanno così, allora vuol dire che King ha un’antenna in più perfettamente sintonizzata su qualcosa di molto lontano e molto poco rassicurante, e tutto quello che capta ce lo restituisce sotto forma di romanzo, come un medium. Il suo limite sembra, ma sottolineo sembra, essere la forma. Secondo Diane Johnson (co-sceneggiatore di Shining) “la forza di King sta nella capacità di inventare trame; non mi sembra che gli importi molto della forma, [...] mi sembra uno scrittore più interessato all’invenzione di una trama, cosa in cui eccelle”.
Lo stravolgimento più significativo che ha operato Kubrick sul testo, non è stato tanto il cambio del finale (nel libro Jack Torrance arderà nel rogo insieme all’Overlook Hotel, mentre i tre superstiti, Danny, Wendy e Hallorann, in un pomeriggio di sole, si lasceranno l’orrore alle spalle; nel film, invece, assistiamo all’imprigionamento di Jack/Nicholson nel labirinto ghiacciato, ma subito dopo ritroviamo il suo inconfondibile ghigno nella foto di gruppo in bianco e nero), il suo grande merito è stato quello di eliminare l’inutile, sfrondare e concentrare, lasciando così in primo piano il filo conduttore che conduce in un viaggio di sola andata dritti al centro del labirinto: la follia di Jack. Solo nel film, c’è una scena in cui Nicholson guarda con occhi da pazzo un plastico del labirinto, proprio nel momento esatto in cui la moglie e il figlio lo stanno esplorando. Visto dall’alto, il modellino ricorda i meandri di un cervello, dentro al quale si vedono le due piccole figure che si rincorrono. È in quel momento che lo spettatore ha la sua prima epifania, e avverte l’ombra della pazzia ancor prima che questa si affacci facendo ‘cucù’ da un varco nella porta solcato da una mannaia.
Il fatto che King si rifiuti di riconoscere l’horror nella trasposizione cinematografica, probabilmente, è dovuto a una diversa concezione del “terrificante”. Kubrick alla decomposizione corporale preferisce, infatti, quella della mente. È una scelta che, come ci dice Cremonini, rimanda alla fiaba e alla sua “natura non realistica” per cui lo scopo non è quello di comunicare informazioni sul mondo esterno ma, per dirla alla Bruno Bettelheim, “di chiarire i processi interiori che hanno luogo in un individuo”, così che ognuno di noi possa riconoscersi, almeno in parte.
Niente da fare, questo film fece a King lo stesso effetto che il colore rosso fa ai tori, un vero affronto, tanto da convincerlo ad effettuare una poco felice invasione di campo per realizzare lui stesso una serie televisiva di sei puntate su Shining, che sebbene sia stata molto fedele al romanzo non ha tuttavia lasciato alcun segno significativo nell’universo cinematografico.
Ma i fantasmi dell’Overlook in un giorno imprecisato devono essere tornati a fagli visita, nel frattempo se ne era pure aggiunto un altro (quello di Kubrick), ed è così che Stephen deve aver deciso di  riprendere coraggiosamente in mano il suo libro di culto, cancellandovi la parola fine, e riprendendo a scrivere. Con una precisazione/monito, però, che è lui stesso a fare al fine di mettere in guardia i potenziali lettori di Doctor Sleep, l’attesissimo seguito di Shining: se per caso del primo si fossero limitati a vedere il film di “quell'altro, riposi-in-pace, là” senza aver letto il romanzo, ecco, “vi avverto che Doctor Sleep è il seguito del secondo, ovvero La Vera Storia della Famiglia Torrance”.
In Doctor Sleep ritroviamo Dan (Danny) ormai adulto alle prese con seri problemi: l’alcolismo e i fantasmi dell’Overlook (questa volta sarà lui l’alter ego dell’autore; nel primo libro, invece, l’alter ego era Jack: “del resto ero quello che aveva scritto Shining senza nemmeno accorgersi di aver scritto di me stesso”). Ha ancora i suoi poteri, la “luccicanza”, e dopo un difficile percorso di disintossicazione li userà per aiutare i malati terminali a raggiungere in modo indolore le loro mete ultraterrene, diventando per tutti il Doctor Sleep. Quando tutto sembra volgere per il meglio, ecco che appare Abra, una bambina che ha i suoi stessi poteri ma elevati all’ennesima potenza. La bambina lo contatterà telepaticamente inviandogli una serie di S.O.S. che costituiranno il punto di partenza per affrontare qualcosa di davvero molto inquietante, roba da far sembrare i fantasmi della stanza 237 dei simpatici ribaldi. Conoscerete il “Vero Nodo” e da quel momento in poi, vi assicuro che quando incrocerete per strada qualche camper, lo guarderete con occhi molto diversi: “Chissà chi si nasconde dentro. O che cosa”.
Ma vorrei tornare un attimo allo stile di King, a quella forma cui ho accennato prima. È evidente che Stephen sia uno che ha le idee molto chiare in proposito ed ha fatto delle scelte dalle quali non si è mai discostato: semplicità, immediatezza, eliminare tutto ciò che è superfluo e arzigogolato; ma, aggiunge chi scrive, sacrificando così anche tutto quello che va oltre l’intelletto e la mera comprensione del testo e che dialoga con parti del lettore molto più sommerse e remote. Ora, non tanto dalla lettura del suoi romanzi, quanto dal saggio/autobiografia che vi ho prima citato, On Writing (se siete fan di King e questo non l’avete letto, vi suggerisco caldamente di procurarvelo in modi legali o non − dato che pare non sia più in circolazione − perché è veramente una meraviglia), mi sono fatta l’idea che lui possa fare entrambe le cose, ovvero che sia in grado di scrivere sia “parlando facile” che alzando l’asticella e rendendosi “difficile”. E questa intuizione mi ha fatto sospettare che forse King in realtà non è che abbia fatto una scelta di stile, quanto piuttosto di pubblico. Perché, come disse mio marito, “Non si scrivono best seller scrivendo come quello di Infinite Jest”.
D’altra parte se si mettesse a scrivere come un Cormac McCarthy (da lui stesso indicato quale esempio di scrittore dal vocabolario sconfinato ma dal linguaggio non semplice e diretto) perderebbe una buona fetta del suo vastissimo pubblico. Proprio a proposito di Meridiano di Sangue, Stephen ammette che è un bel romanzo, gli è piaciuto “anche se ci sono dei bei pezzoni che non capisco appieno”. Naturalmente sta mentendo, gli è piaciuto, punto. Solo che in qualche modo deve pur giustificare il fatto che lui non ha mai scritto, non scrive, e non scriverà mai come Cormac. E come dargli torto, voi cambiereste mai il vostro numero preferito dopo che vi ha fatto sbancare il casinò alla roulette? Naaaaa!

 

 

 

 

 

 

Stephen King
Doctor Sleep
traduzione di Giovanni Arduino
Sperling & Kupfer, 2014
pp. 517


Stephen King
On Writing.
Autobiografia di un mestiere (2000)
traduzione di Tullio Dobner
Sperling & Kupfer, 2001
pp. 320

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