“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Giovedì, 03 Aprile 2014 00:00

Benvenuti nell’era Post-Human

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Nel 2009 viene pubblicato in Francia Temps des crises di Michel Serres. Contestualizzato nel pieno della crisi finanziaria che ha devastato l’Occidente e che ancora oggi fa sentire i suoi effetti, il saggio del filosofo francese parte dalla tragica constatazione di una condizione della Terra (e dell’Uomo) critica, giunta ormai a un punto di non ritorno. Urge creare nuove strategie di sviluppo e soprattutto di sopravvivenza:
“La nostra cultura senza mondo, a un tratto, ritrova il mondo […]. La nostra voce copriva il mondo. Il mondo fa sentire la sua. Apriamo le orecchie.
Fusione dei ghiacci, esondazioni, uragani, pandemie infettive, la Biogea si mette a gridare. Ecco, infatti, che questo mondo globale, benché stabile sotto i suoi piedi, cade all’improvviso sulla testa di donne e uomini che se lo aspettavano così poco da domandarsi come accogliere, nella loro società senza mondo, scienze che, voltesi verso le cose del mondo, hanno appena fatto la somma, misurato le forze sovrane e udito la voce strana di questa totalità. Panico, il Grande Pan sta tornando!”
(Tempo di crisi, Bollati Boringhieri, 2010, pp. 54-5).

La ‘Biogea’, nell’opera di Serres, è la Vita e la Terra, il luogo “dove vivono in simbiosi gli umani e il mondo” (p. 47). Per uscire dalla crisi è necessario mutare il rapporto da sempre conflittuale tra uomini e mondo e porre al centro dell’esistenza non più l’uomo, ma la Terra.
Rosi Braidotti, filosofa e docente di Studi di genere all’università di Utrecht, inizia il complesso e articolato percorso dell’opera Il postumano (DeriveApprodi, 2014) con una critica alla categoria dell’“umano”, “convenzione normativa” che enuncia un “modello sistematizzato di riconoscibilità – di Identità – grazie al quale tutti gli altri possono essere valutati, normati e assegnati a una definita posizione sociale” (p. 34). Si tratta di superare questa a favore di una nuova categoria non più fondata sullo sfruttamento massiccio e scriteriato delle risorse della terra: stiamo parlando di zoe, la Vita, una forza capace di autorganizzazione che “taglia e ricuce specie, domini e categorie separate” (p. 68). Essa costituisce la svolta “postantropocentrica” in quanto è capace di opporsi alla logica opportunistica e dagli effetti sempre più devastanti del capitalismo avanzato così strettamente legato all’anthropos, capitalismo che si fonda sulla trasformazione della vita in bene di consumo per il profitto. Zoe è al di là della morte in quanto eccede le singole esistenze umane. Ci troviamo al cospetto di un nuovo soggetto, guidato da zoe, connesso all’ambiente come “entità collettiva finita”; esso è un “corpo-macchina”, ossia un’“entità incarnata, intelligente e affettiva che elabora processi e trasforma energie e forze” e che, “essendo legata all’ambiente e radicata a un territorio, […] si nutre di, incorpora e trasforma il suo ambiente circostante” (p. 148).
Il pensiero postumano nomade (tra i punti di riferimento di Braidotti ci sono Deleuze e Guattari) è un nuovo approccio all’esistenza. Si tratta di abbandonare definitivamente l’Uomo sempre perfettibile di matrice illuministica, di constatare il declino dell’umanesimo per andare finalmente oltre, verso alternative che non possono non partire dalla concettualizzazione di una nuova soggettività postumana: un “soggetto incarnato zoe-centrato” interconnesso agli ‘altri’ che non sono più limitati alla dimensione umana ma che includono anche l’apparato tecnologico.
Serres ci ha mostrato la deriva apocalittica dell’umanità in un pamphlet difficile da digerire e che ci concede qualche timido spiraglio per il futuro. Braidotti, pur partendo dal medesimo punto, e cioè dalla crisi profonda della condizione umana, con quest’opera sceglie di farsi “apripista” per un approccio critico e creativo verso i nostri tempi così difficili, un approccio teso a rielaborare in maniera positiva il rapporto con l’attuale condizione postumana che pure palesa tanti “lati inumani e disumani”. Il postumanesimo (ricordiamo, en passant, che il concetto di post-human non è nuovo, esso risale alla fine degli anni Ottanta e tuttavia è estremamente attuale) è una svolta, un’opportunità di reinventarsi secondo un’etica finalmente sostenibile che si fonda su un “senso allargato d’interconnessione tra sé e gli altri” per conseguire “il benessere di una comunità allargata, che includa le interconnessioni territoriali e ambientali di ciascuno” (p. 199).
Il postumano è un testo di non agevole lettura, un testo che presume conoscenze filosofiche e scientifiche non comuni, un testo resistente a ogni tentativo di semplificazione (l’autrice ricusa un approccio lineare, al contrario sceglie “una strada a zigzag attraverso paesaggi complessi”, p. 196), eppure pare segnato dalla stigmate della necessità. Un libro che tenta di mostrare un nuovo approccio all’esistenza è un libro sempre discutibile, ma in tal caso discutere vuol dire prendere in esame tutta una serie di tematiche che non possono essere più tralasciate, perché l’umanità, come ci ha mostrato anche Serres, sembra essere a un bivio, e Braidotti ci porge una cartina-cartografia per andare avanti: si tratta di ri-partire dal presente per permanere, come comunità, anche in futuro.

 

 

 

 

 

 

Rosi Braidotti
Il postumano. La vita oltre l’individuo, oltre la specie, oltre la morte
(2013)
traduzione dall’inglese di Angela Balzano
DeriveApprodi, Roma, 2014
pp. 220

Michel Serres
Tempo di crisi
(2009)
traduzione di Gaspare Polizzi
Bollati Boringhieri, Torino, 2010
pp. 87

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