“Ho forse dormito mentre gli altri stavano soffrendo? Sto forse dormendo in questo momento?”

Samuel Beckett; Aspettando Godot

Martedì, 25 Marzo 2014 00:00

I ruderi di Villa Adriana

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Un racconto breve di Franco Lucentini, iniziato nel 1948 (o 1949), abbandonato, ripreso ed infine pubblicato nel 1964.
Prefazione a posteriori per una possibile interpretazione arbitraria.

È un’esistenza precaria, quella del “Professore” (nel testo i pochi personaggi chiave non hanno nomi propri; solo appellativi tanto altisonanti quanto apparentemente insensati: “il Professore”, “la Marchesa”, “la Signora”).

Precaria non solo da un punto di vista materiale: la sua stessa esistenza dipende da cose mutevoli, come il volere della Signora (la tenutaria del bordello-pensione in cui vive sbrigando compiti minimi). Ecco: la cifra iniziale è proprio questo stato di dipendenza da una Sorte non divinabile, e perciò angosciante. La prossima decisione sarà benevola o malevola? Non è dato saperlo: si vive nell’attesa dell’attimo fatale, accontentandosi d’una speranza ad ore.
Attenuato dalla comicità crudele che l’autore marca con l’inettitudine relazionale del protagonista, con i suoi discorsi sgrammaticati, fatti di parole vaghe, semplici, mai connesse in un ragionamento che non sia banale o assurdo (quasi che l’imperscrutabilità degli eventi si rifletta nell’incapacità del personaggio di vedere il senso, riposto in qualche insondabile angolo di lui, a cui questi frammenti di linguaggio appartengono); attenuato da tale comicità, dicevo, il lettore avverte un mondo minaccioso. Non è però un male originario, un “cuore di tenebra” dell’esistenza, ciò da cui promana la minaccia; bensì l’estraneità della vita al vivente.
Tale è l’alienazione che il Professore avverte, a modo suo, come sua propria ed esclusiva condizione personale. All’inizio egli non pensa che così sia la Vita; solo la sua vita.
Da dove origina questa convinzione? Chi è il Professore? Quale la sua storia? Come è finito a fare commissioni da fattorino in un bordello? A viverci (parodia scalcagnata d’un Touluse-Lautrec senz’arte né parte, in una Roma misera e miserabile)? Non verrà mai rivelato.
Su questo occorre riflettere, perché è un primo sintomo del controcanto “ottimista” che scorre nel racconto. Parlare delle origini è parlare di determinazioni, influenze, costrizioni, che condizionano sia quando le si apprezzi per averci resi ciò che siamo, sia quando le si avversi per tentare di cambiarci.
Ma il Professore non è né contento, né scontento di sé. È quel che è, e l’angoscia della precarietà che si porta dietro, non percepisce come una prigione da cui fuggire. Non comprende la propria vita, però l’accetta: e pazienza se ciò lo rende torpido e passivo – sopporta con la speranza ad ore che nulla cambi.
Se mai è stata resa vivente l’icona degli uomini vuoti o delle donne di Canterbury di eliotiana memoria, questo è uno di quei casi. Vivendo ed in parte vivendo.

Ma è davvero vuoto, il Professore?
Di lui da subito si sa che ha un’ossessione per le sequenze ordinate, come i numeri di telefono scritti sul muro, in cui intravvede misteriose operazioni aritmetiche, o le file di mattoni, contate fin a perderne il conto.
In una realtà subìta, imperscrutabile, questa ossessione è un’àncora di salvezza. Un’àncora debole, ma pur sempre àncora: la parvenza di un ordine – ancora una volta non intelligibile – che svela bagliori di sé.
Il calcolo darà un risultato non interpretabile; i mattoni saranno contati e ricontati sapendo che non si arriverà mai a conoscerne l’esatta quantità; però basta la loro natura fenomenica, perché il fenomeno rimanda sempre ad un noumeno, l’apparenza ad una sostanza – e questo rimando di per sé è sufficiente per non andare alla deriva.
L’ordine, non si sa se ci sia davvero; forse il rimando è una pietosa illusione, più che un’intuizione; però si deve sopravvivere, in qualche modo.
D’altra parte, a ben vedere, quel dissolversi delle linee che delimitano i mattoni verso la visione effimera d’un unico piano non è forse una folgore che squarcia per un attimo il velo di Maya?
Resta ovviamente il dubbio, al lettore, e la certezza (per ora almeno), al Professore, che sia una faccenda privata.
Gli altri sono solo cacofonie di suoni che continuamente si sfaldano nelle personali incursioni del Professore all’interno… già: all’interno di che?
Soprattutto nel secondo capitolo, Lucentini spezza continuamente gli “altri” (fatti solo di quei suoni, che sembrano parole) con le solipsistiche distrazioni del protagonista: l’immensa forza gravitazionale del non-comunicabile non tollera che ci si distragga dalle sue distrazioni.
Per essere un uomo vuoto, ha un grande peso, il Professore: lui però non lo sa. Ed a questo punto del racconto, nemmeno noi.



La Marchesa è diversa. Non per il lettore, che si trova ancora una volta davanti ad un personaggio senza passato, salvo che prima stava a pensione dalla Signora, ma poi se ne è andata con questa Lea, che però quando ci ha avuto questa occasione per la carriera, le ha detto che se ne andava e lei si è sparata, che per fortuna… “Ma che c’entra Lea? Non è per Lea”.
E per chi, o cosa, allora?
Ammesso che lo si possa sapere, non importa. La Marchesa è diversa per il Professore, e questo solo conta. Non ha commissioni da fargli fare (sebbene se ne inventi un paio); vuole solo che la vada a trovare in ospedale per tenerle compagnia.
Ma perché proprio lui, che, senza mai descrivere fisicamente, certo grazie al linguaggio ed alle manie autistiche, Lucentini ci evoca nelle mente spoglio d’ogni attrattiva, per una donna di passo (ancora una volta scolpita giovane e carina dalle litoti, le apallagi e le reticenze d’un lessico altamente cerebrale, maneggiato dall’autore celando vezzosamente la padronanza funambolica delle immagini retoriche dietro una sintassi da sottosviluppato)?
Anche questo non si può sapere: il fatto è che la Marchesa è necessaria al Professore e viceversa, ma secondo una struttura del racconto molto elaborata.
Più che Beatrice è Giovanni il battista. La trasformazione del Professore non è causata da lei, eppure non sarebbe possibile se non per lei. Il vero motore immobile è la visita a Villa Adriana, ma tale visita non avrebbe uno sviluppo se lui non ne parlasse alla Marchesa in quella camera d’ospedale (luogo dei malati, dove si è fuori dalla società, alla quale si attende d’essere restituiti – e tuttavia non più gli stessi – dall’opera salvifica del Medico). L’incontro con la Marchesa è dunque la “voce che grida nel deserto”, intesa a preparare la discesa dello Spirito sul Professore. Del resto, che in quell’ospedale egli avrebbe trovato ben più che una semplice ragazza, tempo prima nella corte della Signora, ci viene rivelato da un particolare, il quale ha un antecedente ed un conseguente ben precisi.
Quando Lea accompagna il Professore all’entrata dell’ospedale, questi, in uno dei suoi soliti momenti di dislocazione dalla realtà presente, nota: “Io m’ero messo a guardare certe pietre scritte che stavano murate all’entrata, che però erano tutte rovinate e non si capiva che era. ‘Che,’ dissi ‘sono pietre antiche?’… ‘Dico, dell’antica Roma?’”.
Pietre, come i mattoni contati invano (questo l’antecedente), ma antiche e incomprensibili, come poi quelle di Villa Adriana (questo il conseguente). Il tema della pietra, simbolo della solidità e dell’immutabile assenti nella vita del Professore, viene introdotto vagamente da Lucentini, con quell’accenno ad una delle operazioni di autistica reiterazione tipiche del personaggio: la conta dei mattoni. Quindi viene focalizzato: al Professore interessano le pietre antiche, scrigno di un significato misterioso ma potenzialmente epifanico. Però l’epifania non può avvenire (la pentecoste non può avere luogo) senza l’incontro con il “preparatore”: la creatura che non chiede, non ingabbia il Professore in compiti che lo rendano accettabile; al contrario lo accoglie per quel che è, addirittura come un salvatore (la Marchesa gli dirà chiaramente di aver voluto che ritornasse a trovarla “Per farmi compagnia. Per farmi compagnia perché sto sola, no?”). Insomma: senza l’incontro con la Marchesa non potrebbe esserci la rivelazione trasfigurante, per lui e, di riflesso, per lei.
Il sentiero è così stato spianato; tempo di recarci a Villa Adriana.

“nuje simmo serie... appartenimmo à morte!”… all’Eguagliatrice che numera le fosse…
Da vivi le differenze qualitative tra individuo ed individuo sono innumerevoli; ma quando rimangono solo le ossa, tutto diviene uguale. Un osso vale quanto un altro, in sé, e partecipa paritariamente ad un insieme omogeneo e compatto.
Le ossa non ti giocano sorprese. Non celano il loro significato, non sono umbratili, umorali, imprevedibili. Di fronte a loro, neppure ti senti solo, poiché sai che la solitudine l’avvertirebbe anche ogni altro vivo. Ma, soprattutto, le ossa sono in tutti noi, ed il loro significato è il nostro intimo significato; l’unico significato oggettivo che si possa pensare.
Le ossa sono tremendamente serie.
Così i ruderi di Villa Adriana, ossa della Storia, potrebbero, con la loro solidità, redimere la mutevolezza dell’esistenza del Professore; rappresentare il senso che egli non riesce a scorgere nell’accadere degli eventi. Basterebbe saper interpretare cosa sono, o, meglio, furono.
Fortunatamente qui non è come all’entrata dell’ospedale dov’è ricoverata la Marchesa; qui c’è il libretto con le spiegazioni, con le teorie degli archeologi; e nel libretto è scritto cosa è cosa… ma ogni definizione è immediatamente revocata in dubbio: “diceva che ogni identificazione era arbitraria”. Nessuna certezza, solo ipotesi.
Insomma, nemmeno le ossa della Storia forniscono un punto fermo, una chiave interpretativa alla frammentazione inintelligibile del reale; e così fallendo, sorprendentemente, fanno sentire il Professore parte del Mondo a pieno diritto: la precarietà e l’insensatezza non sono più la cifra della sua esistenza, ma dell’Esistenza. Nello scacco alla certezza ed alla comprensione si realizza l’alchemica corrispondenza tra il sé individuale e quello universale.
Tuttavia non è a Villa Adriana che il Professore attinge le sponde di questa “allegria di naufragi”. La sua prima, torpida, reazione è una specie di distaccato contemplare. Sarà solo nel successivo dialogo con la Marchesa, in ospedale, che inizierà l’epifania.
La Marchesa è interessata, nel suo modo lieve, nella serissima leggerezza delle sue domande, a ciò che il Professore ha visto, là tra gli Scavi; e l’ostinato, pappagallesco ripetere le frasi del libretto, da parte di questi, pare continuamente deluderla: vorrebbe sapere cosa lui ha visto, cosa ha “capito”. L’impressione è quella di un dialogo tra sordi, una magnificazione dell’incomunicabilità degna del miglior teatro dell’assurdo; ma è un’impressione ingannevole: i due stanno lentamente sintonizzandosi (ed in tal modo svelando una stranita comunione). Lo si capisce da uno scambio di battute che, come vedremo in seguito, rappresenta un elemento fondamentale nella struttura narrativa: “Ti stavo a dire che siccome tante volte non si sa nemmeno se la costruzione è anteriore, dice che per forza, allora, pure l’identificazione è arbitraria!’ ‘E va bene!’ disse [la Marchesa]. ‘Questo l’avevo capito!…’"
L’Identificazione Arbitraria, come rompe la barriera della solitudine di quelle due esistenze (perché la Marchesa ne ha compreso il concetto), così inizia l’erosione della barriera tra quegli individui originariamente chiusi in se stessi ed il mondo esterno. Ma questo passo non sarebbe possibile senza la previa comunione tra i protagonisti (né essa senza la percezione dell’appartenenza al Mondo: mirabile autoimplicazione).

Sul gesto quasi d’amore, o meglio: d’un quasi amore, con cui termina il quinto capitolo, potrebbe chiudersi anche questa breve riflessione.
La mano di lei che accarezza il viso non sbarbato di lui, rimproverandone affettuosamente la trascuratezza. Perché non ne va solo delle convenienze formali. In gioco c’è molto di più: il rischio di essere oggetto dell’Identificazione Arbitraria.
Davvero questo idillio, che galleggia al di sopra dell’abisso in cui precipitano le definizioni, trascinando con sé il Mondo in una perenne Caduta-dalla-Grazia, avrebbe costituito una degna fine; se non fosse che il racconto non finisce lì, ed almeno a questa volontà dell’autore si deve portare il rispetto di scrivere ancora qualche riga. D’altronde il sesto capitolo, forse non intenso come i due che l’hanno preceduto, oltre a completare la struttura musicale della narrazione, riserva un impercettibile colpo di coda.
Due gli eventi cardine: la seconda visita, serale, a Villa Adriana da parte del Professore e la passeggiata notturna con la Marchesa.
Un’immagine li lega, ed ancora una volta tutto parte dagli Scavi, dove un guardiano, poco prima della chiusura, offre al Professore di vedere “L’Antiquario”: un casotto alle cui pareti sono appese delle teche contenenti reperti rinvenuti nel sito. La sistemazione degli oggetti in quella costruzione così precaria, rispetto alla solidità maestosa della Villa, è “provvisoria… ma importante”, avvisa il guardiano.
Questa semplice coppia di aggettivi, in vago sentor d’ossimoro, cambia completamente l’atmosfera: lo psicopompo introduce il protagonista al cuore del Mistero; il casotto diviene un “Sancta Sanctorum”… peccato che ci sia pochissima luce e gli oggetti nelle teche non si riescano a scorgere: “parevano tazze e bottiglie rotte, chiodi, altri pezzi di ferro che non si capiva”. Solo una è illuminata da quel poco lume che viene dalla porta, dall’esterno. L’attenzione si ridesta, ne è attratta: forse è lì che stanno le cose importanti, quelle rivelanti; ma la luce in realtà permette di vedere solo il riflesso dell’esterno: la porta e la sedia del guardiano.
Il cuore del mistero ancora una volta elude, rimandando solo l’apparenza di quel Mondo che dovrebbe penetrare fino alla sostanza.
Eppure già sappiamo che Villa Adriana elude, non delude. Il riflesso frustrante è solo un’anticipazione di quello epifanico che chiude il racconto, quando la Marchesa ed il Professore si fermano innanzi alla vetrina buia d’un negozio di casalinghi perché lei si possa aggiustare i capelli. All’inizio il Professore vede solo il riflesso dei loro volti, nel vetro; poi però la Marchesa gli chiede un sorriso, e la soggettività comincia a dileguarsi sotto i colpi della comunione di quei due esseri: egli scorge allora anche il mondo esterno – “la strada con quelli che passavano” – e, infine, il mistero si lascia penetrare… dietro la serranda a rete “s’incominciavano pure a vedere questi articoli… che parevano pure qui tutte tazze, bicchieri, altri pezzi che non si capiva”.
La comprensione è ancora impossibile, ma ormai la vita individuale e la vita del Mondo non sono più estranee, ed entrambe, per quanto imperscrutabilmente, sono rette e promanano dal mistero custodito dietro alla vetrina, come dietro alle teche dell’Antiquario.
Villa Adriana ha operato la pentecoste del Professore grazie ad un profeta. Una giovane donna.
Può non sembrare molto, una pentecoste che non sveli il mistero-origine; può sembrare perfino iperbolico parlare di pentecoste, visto che il brano appena citato continua (ed il racconto termina) con un “e in mezzo a questi che pareva che eravamo noi che stavamo a guardare, ma che poi chi lo sa chi eravamo, e tutto quanto che era”.
Si sarebbe più portati a pensare al tema dell’identità (negata), che tanta letteratura moderna ha ispirato, e vedere in Notizie degli Scavi tutt’altro da quanto ho detto: una sorta di Beckett nostrano che contagia con l’incertezza assoluta del Professore, prima le relazioni umane, poi il mondo ed il tempo, e su questa constatazione di sterilità cosmica chiude le quinte, dopo aver gabbato i personaggi ed averci fatto gabbare da loro. Lecito, ma tra tanti testi in cui il tormento di non comprendere “cosa” si sia diviene quello di non sapere “se” si sia, ed altrettanti da cui alto si leva il lamento per un linguaggio incapace di definire alcunché (quasi non potesse darsi vita, senza linguaggio e comprensione), davvero qui mi pare d’essere di fronte ad un qualcosa di “altro”: molto meno teoretico e molto più esistenziale.
Perché spiacersi di non capire, di non poter classificare, quando si è visto e vissuto il senso?
In ciò risuona, trasformato, quel controcanto ottimistico di cui si parlava all’inizio, sottolineando come la mancanza di storia dei personaggi avesse una facies positiva nel non-condizionamento: ciò che non è condizionato può evolvere meglio.
E credo che la struttura narrativa (profondamente influenzata da quelle musicali – specialmente la sonata romantica) deponga più a favore della chiave esistenzial-ottimistica, che di quella teoretico-pessimistica.
Due volte, infatti, il tema del Professore e quello della Marchesa si intrecciano, per divenire infine uno. Ed ogni volta essi sono legati da qualcosa che viene da Villa Adriana. Ma la stessa Villa è un tema a sé, introdotto dal vago accenno alla conta dei mattoni; ripreso, con respiro poco più ampio, dalle pietre murate nella facciata dell’ospedale, e sviluppato pienamente nella doppia visita agli Scavi. Questo terzo tema fornisce le due cellule armoniche (prima l’Identificazione Arbitraria, poi le teche) che permetteranno a quelli dei due protagonisti, rispettivamente, di legarsi e di fondersi.

 

 

 

Franco Lucentini
Notizie degli scavi
(1964)
a cura di Domenico Scarpa
Mondadori, Milano, 2001
pp. 96

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