"Quella di cui godevo in quei giorni afosi, camminando sui larghi marciapiedi di via Manzoni e di via Merulana, al riparo del fogliame dei platani, era indubbiamente una felicità partorita da un'illusione; l'illusione di un piccolo numero di strade e incroci capace di suggerirmi la sensazione, razionalmente insana, che esistesse per me, come per chiunque altro, un luogo capace di farmi sentire a casa, qualunque disastro fosse in corso o mi pendesse sulla testa"

Emanuele Trevi

Venerdì, 21 Marzo 2014 00:00

Storia di un'impasse

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Il tempo materiale ha molte particolarità. Il tempo materiale è ambientato in Sicilia nel 1978. Il tempo materiale narra la storia di tre adolescenti che possiedono uno sguardo estremamente acuto sulla società a loro contemporanea, che li porta a costituirsi in una cellula brigatista.

Potrei scrivere pagine e pagine parlando delle particolarità del libro di Vasta, eppure non riuscirei ad esaurire tutto il suo potenziale narrativo ed ideologico. C’è però da sottolineare che si tratta di un libro estremamente complicato, quasi stratificato: dal tema principale si dipanano diversi fili conduttori che, in maniera più o meno manifesta, vanno a scavare, quasi con un lavoro di erosione, la struttura carsica della società della fine degli anni Settanta.
Uno di queste direttrici è quella del linguaggio: non solo quello, di primo livello, utilizzato dall’autore nella scrittura del romanzo vero e proprio, ma anche quello, posto in un livello immediatamente inferiore, teorizzato e messo in atto dai tre personaggi principali.
Ciò che accomuna i due livelli è la concezione della lingua come mezzo conoscitivo, come uno strumento atto a prendere coscienza dello stato delle cose umane. Si pone – ovviamente − anche come mezzo imprescindibile per comunicare le proprie idee; è così importante che ha il suo equivalente nell’analisi – tra lo scientifico e il morboso – che il protagonista compie del mondo; come tutte le emozioni forti, serve a capire il mondo, ad interagire con esso, al pari del dolore, della sofferenza, della rabbia. I crani scoperti ed indifesi dei tre ragazzi, che si rasano i capelli a zero per aderire meglio all’ideologia esclusiva posta alla base del loro progetto, sono però protetti dalla specificità e dalla forza che essi fanno confluire in un’idea, dalla costanza con cui perseguono i loro scopi.
Quello che impressiona, nel romanzo, non è solo il fatto che dei tredicenni riescano a costituirsi in una cellula brigatista, quanto il fatto che essa si basi su precise regole e convinzioni che, in un modo o nell’altro, rimandano sempre al linguaggio come forma di comunicazione. Potremmo individuare tre stadi attraverso i quali i tre ragazzi si rapportano, in maniera più o meno consapevole, a questo strumento conoscitivo che lascia aperta la via alle possibilità più disparate.
Il primo stadio è caratterizzato dal rifiuto del dialetto: i ragazzi lo disprezzano, sia dal punto di vista ideologico, perché li lega ad una dimensione regionale e non nazionale, sia fonetico, perché considerano il dialetto siciliano troppo gutturale, quasi agonico. Nel suo rifiuto si compie già un’elevazione dal particolare al generale, dal locale al nazionale; si compie uno scarto: è importante farsi capire da tutti, anche se ciò si compie attraverso il disprezzo di un patrimonio vernacolare che, a parere di molti, vale comunque la pena conservare. L’italiano corrente, d’altronde, non è stato che uno dei tanti vernacoli presenti sulla Penisola che, solo grazie ad una serie di circostanze favorevoli, è riuscito ad imporsi sugli altri, parimenti meritevoli. D’altra parte, si riconosce l’utilità e l’insita bellezza di una lingua nazionale, comprensibile pressoché da tutti, che sembra il contenuto adatto per le idee, a loro volta in un certo qual modo nobilitate.
La seconda fase è l’imitazione del linguaggio dei brigatisti. Ora la lingua è diventata un modo per creare un legame, un senso di appartenenza.
Diciamo che sembra ritornare quella sua funzione sociale che pareva un po’ sparita nella prima fase: se prima l’uso della lingua nazionale era un modo per distaccarsi dalle masse dialettali ancorate alla dimensione regionale, ora l’uso di un determinato registro stilistico, riconducibile ad un gruppo di appartenenza, torna ad essere un mezzo per ristabilire una connessone all’indietro, con quella massa da cui in precedenza si era elevato (benché il rapporto sia sempre gerarchico e di superiorità). Questo passaggio si compie anche attraverso la perdita dell’identità personale, simboleggiata dal nome di battesimo, compiuta attraverso l’attribuzione di soprannomi evocativi, come Nimbo, dal cui punto di vista è narrata la storia. È come se l’individualità si annullasse nel flusso evocato da un disegno più grande, come se fosse al servizio di qualcosa di superiore, e questa tesi è dimostrata anche dallo spirito di sacrificio personale che anima i ragazzi nel momento di maggiore crisi del loro progetto.
La terza ed ultima fase è quella che vede l’approdo al linguaggio non verbale. Questo può essere visto come il superamento della necessità stessa di comunicare, è un chiudersi su se stessi, nel proprio piccolo gruppo. È vero che si comunica anche attraverso il linguaggio del corpo, ma esso è sempre necessariamente limitato. E deve essere convenzionale. I tre inventano un sistema di segni, o meglio segnali, basati sull’aspetto performativo della comunicazione, cosa che comporta l’impossibilità di esprimere concetti più astratti o articolati.
È come un’involuzione, è un ritorno alla chiusura, che si rivela controproducente, perché i tre finiscono per non capirsi più.

Giorgio Vasta
Il tempo materiale (2008)
Roma, Minimum Fax, 2012
pp. 174

 

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