"Quella di cui godevo in quei giorni afosi, camminando sui larghi marciapiedi di via Manzoni e di via Merulana, al riparo del fogliame dei platani, era indubbiamente una felicità partorita da un'illusione; l'illusione di un piccolo numero di strade e incroci capace di suggerirmi la sensazione, razionalmente insana, che esistesse per me, come per chiunque altro, un luogo capace di farmi sentire a casa, qualunque disastro fosse in corso o mi pendesse sulla testa"

Emanuele Trevi

Mercoledì, 09 Gennaio 2013 16:04

La Domiziana o Il vangelo a benzina

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La Domiziana nell’immaginario collettivo è strada di prostituzione e degrado. Noi, almeno qui nel napoletano, lo sappiamo da piccoli. È proprio su questa strada che Marco Ciriello (giovane scrittore partenopeo, classe ’75) fa muovere i suoi singolari personaggi in uno spettacolare noir dai tratti granguignoleschi.

C’è il commissario Valenzi che è fascista e la cui unica preoccupazione è il suo amato cactus Ciro, c’è l’assassino serbo Dragoslav che è come Vucinic, c’è un pornodivo che a trentotto anni è stanco e vuole cambiare vita, c’è un padre Comboniano che conosce tutto e tutti ma non sa cosa farsene di tutta questa conoscenza, ci sono tanti camorristi tra i quali uno che chiamano il Gorilla e che ha una tigre di nome Morena che per lui è un animale sacro, e uno più potente che chiamano il Casalese e del quale tutti hanno paura, c’è una prostituta, la Malinese, che fa sangue e carne e tanta paura anche lei, e poi altri personaggi ancora. Davanti a tutti però c’è lei, la via Domiziana, che irrompe tra le prime pagine del libro:
“La Domiziana è una strada vollente, di fianco tiene ancora i campi e pure la gente che li zappa, e in mezzo alle macchine che fujono trovi le negre. Madonne pittate che aspettano ai loro Giuseppe sotto oleandri che puzzano come arbremagic scaduti. La compagnia ce la fa la munnezza, a quelle che vanno bene, alle altre ci sta la terra che le macchine aizano, e loro spaparanzate cosce all'aria, assettate sopra i materassi sguarrati o 'ncoppa ‘e bidoni cappottati, sotto i piedi si annascuano buste di plastica coi nomi dei supermercati di qua attorno, dentro ci stanno i plasmon o i pavesini e l’acqua Tenerella, dentro i tubolari dei cartelli pubblicitari (che mmò ci sta quella faccia di cazzo di Tommaso Cozzolino, candidato all'Europa, isso che manco è mai andato a Milano) loro ci appizzano, come le formiche, i preservativi, e se dove stanno assettate il sole le appiccia, allora araprono un ombrello colorato che certe volte mi parono davvero delle madame, che poi quando passo piano e le guardo in faccia mi fanno le moine, ma io ‘o saccio che si cacano sotto, si mettono appaura che i clienti non le vedono e non se le chiavano e allora quelle stronze si sbracciano”.
I personaggi si incrociano sulla strada dal momento in cui accadono, in contemporanea, due eventi di eccezionale portata: l’assassinio di sei clandestini neri e l’assassinio del produttore di porno e camorrista e senatore Gennaro Romeo.
Per capirci qualcosa in più di questo magma di linguaggio e di storie abbiamo intervistato l’autore.

 

Il tuo linguaggio innanzitutto, come lo definiresti?
Il linguaggio è una invenzione, è una lingua campana che rispetta il peso storico e geografico delle città coinvolte. Per lo spunto posso dire che mi piace l’operazione fatta da Gadda in Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, volevo quella mistura di dialetto con un’aggiunta di violenza e carnalità capace di restituire la realtà dei luoghi che ho scelto di raccontare. E poi volevo la leggerezza dei film “polizzioteschi” italiani, quelli che piacciono a Tarantino.

 

La Domiziana poi, cosa rappresenta per te?
La Domiziana è una Ellis Island clandestina, dove approda di tutto, è una strada internazionale dove la violenza si declina con influenze globali, sembra un territorio extraitaliano, non solo per la presenza massiccia di stranieri, ma anche per le varie religioni, lingue, pelli, ci sono l’Est e l’Africa, i killer e i padri comboniani – la parte migliore della chiesa –, la magia e la carne, la violenza estrema, la droga, ma anche una vivacità che colpisce e che a tratti si scioglie in gioia tribale, un sistema di illegalità perfetto, è il futuro, per questo la nascondono dietro Napoli, che è il passato.

 

La tematica “camorra”, da Saviano in poi, ha fatto forse troppo scuola. Non ti sembra esaurita? Come ti collochi tra i tanti scrittori che ne trattano?
La tematica non è affatto esaurita, e io la rovescio. La camorra per me è una dittatura e l’ironia è l’unica arma di chi scrive, lo spiego alla fine del libro, nei “Ringraziamenti”, quando cito Kundera ("solo l’ironia è la vera, ostinata, opposizione al male", p. 115). Saviano tratta i camorristi in modo epico, io al contrario li derido, il mio Casalese è generico e banale come il male che rappresenta, io non cerco punti di appoggio con il lettore, un campo di citazioni comuni, no, cerco di fargli capire quanto di ridicolo c’è nel vivere in quel modo fuori da un film, ovvio col linguaggio mio non con quello di Raitre. Quando ho deciso di scrivere il libro volevo un “giallastro” che usasse la letteratura del genere solo come superficie, l’obiettivo era un libro leggero come un fumetto ma senza perdere di vista il racconto del reale, poi ho mischiato tutto e il risultato è Il vangelo a benzina. Mi annoia leggere del sud in modo buonista, il mondo non è affatto buono, e così ho scritto un libro che dicesse quello che non trovo di solito negli altri libri, con una lingua che suona. Nel mio romanzo non c’è indulgenza, non c’è redenzione, ma derisione, e tutto replica la violenza assolutista di quella strada e del pensiero di chi ci vive e agisce.

 

Quali sono i tuoi modelli letterari? A me è venuto in mente, per tono e ritmo, il primo Ferrandino, anche se tu estremizzi ancora di più il tutto.
I modelli letterati sono diversi, sicuramente molti statunitensi, da Cormac McCarthy a Kurt Vonnegut passando per Ben Marcus, poi il francese Jean-Patrick Manchette, lo spagnolo Manuel Vázquez Montalban, italiani – ovvio – Gadda, tu citi Giuseppe Ferrandino ed è giustissimo, lo leggo da quando sceneggiava i Dylan Dog e credo di essere stato l’unico a recensire il suo Spada, mi piace come si è smarcato da tutto. Per Napoli ti dico Davide Morganti, che è bravissimo, ha una visionarietà enorme tanto che è oltre il sistema editoriale italiano, quando si accorgeranno di lui, Napoli avrà di nuovo un grande scrittore.

 

Cos’è Il vangelo a benzina? E quanto c’è di reale in questo libro?
È un romanzo dispari, con una lingua dispari e personaggi unici. Il reale è onnipresente, potrei dire: lo sfondo è vero e i personaggi di più. Ti faccio un solo esempio: è più facile imbattersi nel mio Valenzi, fascista, rugbista e orgoglioso del lavoro fatto a Genova, che in altri commissari dal cuore d’oro.

 

 

 

Marco Ciriello
Il vangelo a benzina
Bompiani, Milano, 2012
pp. 113

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