"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Domenica, 09 Febbraio 2014 00:00

Scusate maestro, ma quann’ v’accirite?

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Antonio Franchini vive nell’incubo e nell’attesa che gli venga fatta questa domanda. Ma tranne sua madre − che se ne faceva carico assumendosi questo gravoso compito ogni qual volta un grande uomo, e il figlio stesso, diceva una grande idiozia, riassumendo il tutto in un efficacissimo “ma veramente, ma quann’ t’accir'?”, − nessuno ha più avuto tanto ardire, e lo scrittore napoletano ne avverte una malinconica mancanza. Così ho letto Quando vi ucciderete, maestro? nella speranza di poter in qualche modo esaudire il suo desiderio, ma sono desolata, il maestro Franchini non fa venire voglia di invitarlo ad andare all’altro mondo, quanto piuttosto di continuare a leggerlo e di approfondire la sua conoscenza.

Questo libro mi è stato gentilmente ma enfaticamente imposto dal mio libraio di fiducia che al riguardo fu lapidario: “Tieni, leggi questo. Fatti un favore”. Sulla copertina il volto tumefatto di un uomo in accappatoio bianco, chiaramente un pugile. “Davide scusa, ma di che parla? Mica di boxe?”. “Di letteratura”. “Di letteratura?!?”. “Di letteratura. Fidati”.
Il primo capitolo, La letteratura e il combattimento, inizia in una palestra: si parla di judo e di arti marziali, di tecnica perfetta e di colpi dai nomi impronunciabili. Chissà, forse Davide aveva avuto una giornata molto difficile e non era del tutto in sé quando mi ha suggerito di fare questo gran favore a me stessa. Arrivata a Bruce Lee e al “ti spiezzo in due” di Ivan Drago in Rocky IV, il turbamento iniziale stava per cedere il posto alle parole: sospetto, scherzo, Davide, Golia, furiosissima ira, sasso. Ma ancora prima che questo accadesse, le corde del ring avevano assunto un aspetto familiare e quello spazio chiuso era diventato “aringo”, termine usato da Dante per definire la sua ultima cantica, il Paradiso, “l’aringo rimasto”. Il ring si fa letteratura e il Paradiso, per Dante, è l’ultimo round.
Il disegno di Franchini, a questo punto, è chiaro: l’autore parla di letteratura servendosi delle sue dirette conoscenze sul pugilato e sulle arti marziali. I temi trattati sono tanti e lo scrittore dimostra di saperli governare con la lingua sciolta di chi ha alle spalle una grande conoscenza delle cose di cui sta parlando. Ed è così che ci addentriamo in questioni di estremo interesse come i preliminari e la loro bellezza, quella fase dedicata al ‘riscaldamento’ che purtroppo sembra che in letteratura non possa essere esibita (anche se, soprattutto tra le ultime generazioni, devo dire di aver assistito ad interessanti esperimenti in questo senso; un esempio su tutti: Cargo di Matteo Galiazzo).
Si parla poi delle pulsioni, non sempre nobili, che spingono ad impossessarsi dello strumento letterario, perché la letteratura può essere usata come arma infallibile, come il bastone filippino fatto di semplice rattan che padroneggiato con abilità diventa la più semplice delle armi mortali, e cosa c’è di più semplice e mortale della parola? Oppure come arma di seduzione. A fronte della medesima impellenza ci sono giovanotti che acquistano ‘cucciolosissimi’ esemplari canini da utilizzare come esche vive ai giardinetti pubblici, ed altri che, col medesimo fine, diventano dei letterati: “Per cosa avrei studiato retorica" − dice lo studente che trama per farsi la moglie del villano nei racconti di Canterbury − "se non fossi capace di mettere nel sacco un contadino?”. A questi fanno da contrappunto i virtuosi, quelli che non “fanno vedere la loro cultura come le ballerine mostrano le gambe”, e che considerano gli esercizi di prestidigitazione non solo riprovevoli ma addirittura esecrabili. Michel Leiris in La letteratura come tauromachia afferma che “ciò che avviene nel campo letterario è senza valore se rimane ‘estetico’, anodino, esente da sanzioni, se non c’è nulla, nello scrivere un’opera, di equivalente a quello che per i toreri è il corno aguzzo del toro”.
Anche il tema più insidioso e sdrucciolevole, il rapporto tra la letteratura e la morte, viene affrontato in una prospettiva tutt’altro che scontata. Apprendiamo, così, che non esistono relazioni dirette tra la letteratura e la morte: “è colpa della letteratura aver spesso spacciato per consanguineità una lontana parentela”. Quando si tratta di ‘morte letteraria’, e quindi irreale, il rischio sanzionato dalla morte è sempre utopico, a volte patetico, ed è indispensabile stare attenti agli equilibri, alla moderazione e allo stile; non è un caso se le epoche contrassegnate da una certa confidenza con la morte siano state anche quelle che hanno saputo rappresentarla senza eccedere in isterismi e convulsioni. Quando, invece, si tratta della vera signora con la falce, tutto diventa più facile e si può essere molto più sciolti e, volendo, sono consentiti anche gli eccessi: “L’abbigliamento fastoso del torero non risulta ridicolo solo grazie alla vicinanza della morte”.
Una certa similitudine è ravvisabile tra la letteratura e le arti marziali: in entrambi i casi “grande spreco di studio e di proponimenti, infiniti sogni di impatto sulla realtà, ma sono finzioni entrambe”. Questa è la parte del libro in cui Franchini racconta aneddoti che sono piccole gemme, spaziando da Myamoto Musashi a Mishima: il primo, che è considerato il più famoso maestro di spada giapponese, all’età di cinquant’anni, non trovando più avversari da combattere, lasciò la spada per prende la penna e scrivere il Libro dei cinque anelli, che grazie a teorie come quella del ‘vantaggio’ ad ogni costo senza esclusione di colpi, è diventato uno dei classici dai quali attinge la cultura manageriale. Il secondo, autore molto più noto, sembra aver fatto il percorso inverso: si concentrò sul corpo solo dopo essersi nauseato dell’anima, così a trent'anni, quando generalmente gli atleti cominciano a pensare di smettere, lui decise di diventare “un San Paolo dell’attività fisica” dedicandosi ad essa con lo stesso impegno con cui in gioventù aveva affrontato la letteratura.
Questo strano libro riesce a fare qualcosa di veramente inaspettato, un giro nella letteratura che parte da lontano e sceglie di seguire le strade meno battute alla ricerca dei ‘caruggi’ più nascosti.
Per rendere così appetitoso e sfizioso questo piatto ci voleva un maestro davvero geniale, e Franchini è chiaramente quel tipo di persona che partendo da Popeye riuscirebbe a far mangiare spinaci e broccoli anche ai bambini più ostinati e prevenuti.


 

 

Antonio Franchini
Quando vi ucciderete, maestro?
Marsilio, Venezia, 1996
pp. 168

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