“Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c'è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato”

Haruki Murakami

Mercoledì, 05 Febbraio 2014 00:00

Neil MacGregor, “La storia del mondo in 100 oggetti”. La nostra storia

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“Davanti all’oceano, sotto la scogliera, sulla parete di granito: queste mani aperte, blu e nere. Del blu dell’acqua, del nero della notte. L’uomo è venuto solo nella grotta, davanti all’oceano. Tutte le mani hanno la stessa grandezza. Era solo. L’uomo, solo nella notte, ha guardato nel rumore, nel rumore del mare, l’immensità delle cose. E ha gridato. Tu, che hai un nome, tu che hai un’identità: Io ti amo. Queste mani, del blu dell’acqua, del nero del cielo, impresse, aperte, squartate, sul granito grigio affinché qualcuno le veda. Sono quello che chiama, sono quello che chiamava, che gridava trentamila anni fa. Ti amo. Grido che voglio amarti.

Ti amo. Amerei chiunque senta che grido. Sulla terra vuota, resteranno queste mani. Sulla parete di granito, di fronte al fragore dell’oceano. Insostenibile. Nessuno sentirà più, né vedrà. Trentamila anni, quelle mani, nere. La luce rifranta sul mare fa vibrare la parete di pietra. Sono qualcuno, sono quello che chiamava, che gridava in questa luce bianca. Il desiderio. La parola non è stata ancora inventata. Lui ha guardato l’immensità delle cose nel fragore delle onde, l’immensità della sua forza, poi ha gridato. Su di lui le foreste d’Europa, sconfinate. Lui si tiene al centro della pietra, dei canaloni, delle vie di pietra, ovunque. Tu, che hai un nome, tu che hai un’identità... ti amo di un amore indefinito. Bisognava discendere la scogliera, vincere la paura. Il vento soffia dal continente, respinge l’oceano. Le onde lottano contro il vento: avanzano rallentate dalla sua forza e pazientemente toccano la parete. Tutto si schianta. Ti amo oltre te. Amerei chiunque mi sente gridare che ti amo. Trentamila anni. Chiamo quella che mi risponderà. Voglio amarti. Ti amo. Da trentamila anni grido davanti al mare. Lo spettro bianco. Sono colui che gridava di amarti. Di amare te.”

(Marguerite Duras, Les mains négatives, 1978)

 

Chiamiamo mani negative le pitture di mani trovate nelle grotte magdaleniane dell’Europa Sud-Atlantica. L’impronta di queste mani – completamente aperte sulla pietra – era impregnata di colore. Di blu e di nero più di frequente. A volte di rosso. Nessuna spiegazione è stata trovata per questa pratica.
Questo libro è un grido.
Un grido contro l’oblio e il silenzio.
Un grido che parla di noi. Di quel che di noi resterà per gli occhi futuri che vorranno guardarci e attraverso le immagini leggere il cuore vero della nostra storia.
Sono pagine sublimi. Un racconto costruito con infinita attenzione e infinito amore. Si snodano l’una dopo l’altra le tracce di un passato che è anche presente. Si snoda la bellezza, la magnificenza del genio creativo, questo duende umano che fa sì possano nascere a latitudini e culture diverse oggetti che parlano l’alfabeto dell’armonia e attraverso il tempo lasciare inalterata l’emozione.
Tornano così a vivere oggetti diversissimi. Armi, strumenti, simboli, monete, piatti, utensili d’uso comune, opere d’arte. Il meglio della collezione del British Museum, 100 oggetti dai primordi dell’umanità che il suo direttore Neil MacGregor ha scelto per noi perché potessimo ricordarci chi siamo.
Questo libro nasce da una iniziativa a dir poco azzardata: una serie di trasmissioni radiofoniche giornaliere, di un quarto d’ora l’una, che Neil MacGregor accettò di fare per la BBC nella tacita scommessa di raccontare e descrivere alla radio quello che gli occhi non potevano vedere. E quelle trasmissioni, al di là di ogni previsione, furono un successo. Si parlò allora di “magia”. Io preferisco la parola “amore”. La parola “passione”. La parola “incanto”. Le stesse parole che danno vita a queste pagine e ci accompagnano in un viaggio alla scoperta di quel che eravamo.
“Se si vuole raccontare la storia del mondo intero, una storia che non privilegi indebitamente una sola parte dell’umanità non ci si può servire soltanto dei testi perché una larga fetta della popolazione mondiale, per lungo tempo, non ne ha prodotti… Come sappiamo la storia la scrivono i vincitori, specie quando sono gli unici in grado di farlo. I vinti, le società conquistate o distrutte, spesso hanno a disposizione solo gli oggetti per fornire la propria versione”.
Le civiltà sono il grande patrimonio del mondo. Ogni pagina di questo libro ce lo ripete. Ogni pagina restituisce voce al quotidiano di un passato togliendolo dall’oblio in cui immemori lo abbiamo confinato.
“Tenendo in mano questo oggetto sento che cosa poteva essere la vita negli spazi delle savane africane. Capisco il bisogno di tagliare la carne, per esempio, di dilaniare una carcassa per ricavarne un pasto”.
Il naturalista David Attenborough.
Ed ecco allora il Chopper di Olduvai, rinvenuto nella gola di Olduvai, Tanzania, e risalente a 1,8-2 milioni di anni fa. Ecco uno strumento che ci arriva da un’epoca primordiale. Un utensile da caccia è il più antico oggetto prodotto coscientemente dall’uomo. Là, nell’Africa dove tutto iniziò, in qualcuno brillò quella scintilla di intelligenza che lo spinse a fare di questa pietra un coltello. E questo spazio, questa distanza temporale che ci sembra immensa, è in realtà appena dietro l’angolo della nostra evoluzione: noi, siamo ben giovani rispetto all’alba del mondo. Noi siamo ancora quelli.
Ed ecco invece l’amore in questa "Statuetta degli amanti" di Ain Sakhri, ritrovata in Giudea, nei pressi di Betlemme, e plasmata nel 9000 a.C. Ovvero, l’amore al tempo della fine dell’ultima Era Glaciale. Questa statuetta è la rappresentazione più antica di un amplesso. Forse simbolo sacro. Forse espressione di uno stupore di fronte al mistero dell’incontro con l’altro e alla creazione di nuova vita. Sapremo mai cosa hanno spinto quelle mani a scolpire un’immagine come questa? la risposta è ancora in noi stessi.
Ed è anche la sessualità attraverso i secoli che vediamo scorrerci davanti agli occhi, come in questa Coppa di Warren, del 5-15 d.C., ritrovata nei pressi di Gerusalemme. Il piacere e il sesso (omosessuale) declinato al tempo di Cristo.
100 oggetti. Ed è difficile, impossibile affermare quale sia il più bello. Ognuno ci tocca con il suo mistero.
Guardate questo serpente a due teste. È una statuetta decorata a mosaico, rinvenuta in Messico e risalente al 1400-1600 d.C. Tra i rari resti degli Aztechi, è composta da 2000 tessere su legno.
E questa Maschera Olmeca di Pietra, nel Sudest del Messico, del 900-400 a.C. Definiti spesso “cultura madre” del Centroamerica, gli Olmechi governarono l’attuale Messico per circa 1000 anni. La maschera è alta 13 centimetri, e quindi è molto probabile che fosse posizionata su un copricapo o usata come ciondolo. Sulle guance delle stimmate e dei tatuaggi. Un volto ricorrente, che gli specialisti hanno chiamato “Signore del doppio rotolo”. A chi è appartenuto per la prima volta questo volto?
Ci guarda il passato. E forse vorrebbe insegnarci a vivere meglio il presente.
Pagina dopo pagina Neil MacGregor ci prende per mano e ci porta fino agli ultimi cinque capitoli là dove c’è lo spazio della contemporaneità. E voi immaginerete chissà quali meraviglie a cui la nostra epoca ci ha abituati e l’imbarazzo della scelta nel decidere quali. Ma non è così. In queste pagine finali non troverete l’automobile, il computer, il cellulare. Non troverete orologi atomici, né navicelle spaziali, né aerei, né radar. E niente di tutto quello senza il quale oggi vi sembrerebbe impossibile l’esistenza di ognuno. Queste ultime pagine sono invece dedicate al Piatto della rivoluzione russa, al quadro In the Dead Village di David Hockney, al trono d’armi, alla carta di credito islamica e alla lampada solare e accumulatore. Perché? Pensateci.
Capirete così che ognuno degli oggetti scelti per rappresentarci è il simbolo di un passo avanti, di un cambiamento irreversibile. Per un paese islamico ad esempio, questa carta di credito, recante scritte in arabo e in inglese, emessa nel 2009 dagli Emirati Arabi Uniti e collegata con tutto il mondo, è uno degli esempi più concreti della nuova finanza e dell’emanciparsi da una condizione arcaica legata alla sola visione religiosa dell’esistenza. Come il Chopper di Olduvai è uno spartiacque fra un prima e un dopo dal quale dipende il futuro.
Perché gli oggetti raccontano lo spirito del tempo. Quello che siamo capaci di vedere solo a distanza.
“Sono qualcuno, sono quello che chiamava, che gridava in questa luce bianca. Da trentamila anni grido davanti al mare. Lo spettro bianco”.
La distanza fra noi e il cielo. E quell’universo nel quale dal 5 settembre 1977 la sonda spaziale Voyager viaggia in direzione della costellazione dell’Ofiuco. A bordo un disco registrato di rame e placcato d’oro (il cosiddetto Voyager Golden Record) che contiene immagini e suoni della Terra. Le istruzioni per accedere alle registrazioni sono incise sulla custodia del disco, nel caso “qualcuno lo trovasse”. Quel disco potrà parlare di noi a qualcuno diverso da noi se vorrà ascoltarlo. Potrà dirgli chi siamo. E alla sua mente sembreremo sicuramente più belli. Esattamente come nei 100 oggetti di questo libro abbiamo visto snodarsi sotto i nostri occhi meravigliati la bellezza e la poesia del nostro essere uomini. Il nostro disco sono queste 706 pagine che vengono a ricordarci quello che abbiamo dimenticato e a rammentarci la distanza tra noi e il cielo.

 

 

 

Neil MacGregor
La storia del mondo in 100 oggetti
traduzione di Marco Sartori
Adelphi, Milano, 2012
pp. 706

ph. Copyright © the Trustees of the British Museum and the BBC, 2010. First published in the UK by Allen Lane. © 2012 Adelphi Edizioni S.p.A. Milano. Published by arrangement with Berla & Griffini Rights Agency.

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