“Perché per spiegare il prologo del Decameron, che è una questione di peste, morte, fuga, avete bisogno di di dieci pagine sulla civiltà comunale del Trecento, altre dieci sulla mimesi e la diegesi in Boccaccio, e magari altre dieci ancora per prendere in esame le opinioni di tutti quelli che vi hanno preceduto? Siete matti? Non lo vedete in televisione che fine sta facendo l'arte? Gli Uffizi devastati? Le case della mafia dentro i templi di Agrigento? Il ponte di Monstar distrutto a cannonate? Questo succede quando i popoli perdono coscienza che un romanzo o un quadro li riguardano, in quanto individui e in quanto parte di una comunità”

Emanuele Trevi

Venerdì, 19 Novembre 2021 00:00

Residenze Digitali: intervista a Giacomo Lilliù e Napo

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Si svolge dal 22 al 28 novembre la Settimana delle Residenze Digitali, un festival online dedicato alle contaminazioni tra le performing arts e l’ambiente digitale. Sette progetti, selezionati su centosettantotto partecipanti al bando, si susseguiranno per sette giorni, consentendo l’esplorazione e la sperimentazione di nuove forme di fruizione attraverso la Rete: progettualità legate a linguaggi artistici diversificati, che trovano nel web il loro spazio espressivo ideale.

Il progetto nasce dal bando delle Residenze Digitali, promosso dal Centro di Residenza della Toscana (Armunia − CapoTrave/Kilowatt), in partenariato con l’Associazione Marchigiana Attività Teatrali AMAT, la Cooperativa Anghiari Dance Hub, ATCL – Circuito Multidisciplinare del Lazio per Spazio Rossellini, il Centro di Residenza dell’Emilia-Romagna (L’arboreto − Teatro Dimora di Mondaino, La Corte Ospitale di Rubiera), la Fondazione Luzzati Teatro della Tosse di Genova e ZONA K di Milano.
Il Pickwick accompagna questo progetto con un ciclo di interviste agli artisti partecipanti. Sette domande per sette progetti che si succederanno in sette giorni.
Oggi è la volta di Giacomo Lilliù (Collettivo Ønar) e Napo, al secolo Matteo Palma (voce della band Uochi Toki, ma anche disegnatore sotto lo pseudonimo di Lapis Niger), che presentano il loro WOE − Wastage of Events.


Per prima cosa ci raccontereste il vostro percorso artistico? Come nasce la vostra esperienza? Come si è formata la vostra poetica?
GIACOMO: Io sono un attore e regista teatrale, con una formazione tra l’Italia e Londra. Faccio parte dal 2014 della compagnia teatrale MALTE. Ho sempre trovato limitante separare i settori. Anzi, ogni volta che posso mi piace mettere in continuità ambiti come ideazione, interpretazione, curatela progettuale, oppure l’improvvisazione con il lavoro testuale, l’immediatezza con la stratificazione dei linguaggi. Da queste esigenze nascono esperienze come Collettivo ØNAR, gruppo di sperimentazione multidisciplinare fondato da me e altri artisti nel 2015, ma anche lo studio degli Uochi Toki e quindi la conoscenza con Napo. Sono tutte tappe disseminate lungo il Budo del crossover.
NAPO: Io disegno e scrivo. In alcune occasioni ordino la lettura di ciò che ho scritto in schemi ritmici comprensibili quanto può essere visibile un torrente carsico. Potrei elencare una serie di realtà di cui faccio parte in maniera più o meno ingombrante ma la mia (non Mia) poetica e il mio (non Mio) percorso artistico si sono formati in luoghi che con la realtà hanno rapporti al massimo tangenziali. L’informità e la lontananza di questi elementi, tuttavia, prendono consistenza in progetti come la band Uochi Toki, le novelle grafiche di Lapis Niger e i progetti con Giacomo Lilliù.


Qual è stata la molla che vi ha spinto a partecipare al bando delle Residenze Digitali? E cosa vi aspettate possa germogliare da questa esperienza?
GIACOMO: Io e Napo avevamo in ballo già da qualche anno l’idea di provare a lavorare insieme. Tra le ipotesi che si erano vagheggiate negli scorsi anni c’è sempre stata quella di un progetto che prendesse le mosse da The Cage, graphic novel di Martin Vaughn-James, purissima avanguardia anni ‘70. Ci sembrava stimolante il lavorare su come mettere in moto performativamente il tipo di non-racconto per immagini che fa Vaughn-James, teatralizzando la tecnica già rodata dagli Uochi Toki del concerto disegnato in realtà virtuale. Le Residenze Digitali si sono presentate come il contesto ideale per mettere tutto questo in pratica, e così è nato WOE. Il progetto potrà forse anche vivere in una versione da palco, ma in quel caso diventerebbe tanto più curioso il far germogliare un lavoro in presenza da un terreno totalmente digitale.
NAPO: Nello specifico il bando delle Residenze Digitali offriva un ampio spazio di manovra, che ci è sembrato subito essere adatto alla tipologia di idee liquide e quantiche che ci passavano per la testa.


Un nuovo modo di pensare e di lavorare: la residenza digitale va considerata una soluzione emergenziale, o anche una soluzione praticabile a prescindere da fattori contingenti, come lo è stato ad esempio la pandemia?
GIACOMO: La digital liveness a volte viene percepita come una situazione “fai da te”, ognuno trasmette nella sua cameretta, si fa i suoi settaggi e via. Non sempre questo è un male, ma si rischia di diffondere l’idea che si tratti di un “modo minore”, di un ripiego, come spesso è successo durante la pandemia. C’è sicuramente bisogno di più occasioni come quelle del bando per concentrare risorse, confrontarsi nel merito e allenarsi a ragionare su una scala più strutturata e sfaccettata.


Nello specifico: come cambia il modo di lavorare in una residenza digitale? Quali sono le criticità derivanti dalla mancanza di un lavoro in presenza, dall’assenza del contatto umano diretto con le persone con cui si lavora? E quali sono invece i vantaggi e gli aspetti positivi?
GIACOMO: Come detto, è la prima volta per noi che lavoriamo assieme, per cui la scoperta dei ritmi di lavoro era inevitabile. La distanza fomenta sicuramente il ragionamento, la produzione di appunti, il brainstorming tentacolare. Poi però arriva il momento di concretizzare, e fortunatamente abbiamo avuto modo anche di lavorare in compresenza, il che, lo ammetto, resta ancora per me un fattore difficilmente sostituibile in ambito creativo. Anche perché non guidiamo la stessa macchina: Napo si occupa del disegno preparatorio e dell’esplorazione dal vivo degli ambienti, io dell’impianto drammaturgico e dell’interpretazione. Le due cose mi sembrano strettamente connesse, teoricamente e performativamente, e quindi vivono del costante prendersi le misure a vicenda.
NAPO: La capacità di relazionarsi è influenzata solo in parte dalla presenza fisica. Per creare in gruppo in una situazione in cui non è sempre possibile incontrarsi, la prima cosa da fare e non imperniare i propri pensieri sulla mancanza del contatto umano. Sappiamo bene quanto il contatto umano possa risultare impossibile anche quando l’umano è proprio davanti a noi e da questo, per sottrazione, sappiamo gestirci a qualsiasi distanza.


Più in generale, come sta cambiando secondo voi l’approccio all’arte alla luce delle nuove tecnologie, sia da un punto di vista filosofico che metodologico?
GIACOMO: Mi viene da dire che sta cambiando in maniera prevedibile. All’inizio mi sembra naturale che l’utilizzo delle nuove tecnologie avvenga sull’onda del fattore novità, appunto, e quindi anche con una sincera dose di curiosità. Ma trovo altrettanto naturale che diventino nient’altro che ulteriori strumenti a disposizione. Non è un giudizio di merito, attenzione: semplicemente trovo che un ologramma, per dire, è pienamente valorizzabile solo quando diventa un’opzione tanto pratica e malleabile quanto lo può essere una scenografia in cartongesso. Certo è pure vero che proprio adesso si parla di Metaverso. Ma su questa cosa forse ha voglia di sbizzarrirsi Napo.
NAPO: È molto difficile descrivere una curva di cambiamento nel momento in cui sta avvenendo e la si sta vivendo. Inoltre dedicare del tempo a creare queste descrizioni toglie energie che potrebbero essere dedicate al creare seguendo flussi di idee più trasversali, che vengono da più lontano e possono arrivare più lontano. Questo non vuol dire non sfruttare le nuove tecnologie (che di nuovo generalmente hanno davvero poco), ma usarle cercando di dargli un senso che sopperisca all’immenso vuoto pneumatico di cui sono strutturalmente permeate. Per quanto mi riguarda sono in grado di stare ore in VR come ore su carta e matita, e quando il nascente Metaverso crollerà sotto il suo stesso peso, la fonte delle idee non rovinerà con lui.


In che modo si trasforma il rapporto con il pubblico, nel momento in cui si lavora da remoto e si presenta poi l’esito di un progetto pensato per avere nel web il proprio spazio di fruizione ideale?
GIACOMO: Credo che entri in gioco una maggiore fiducia nel pubblico, e una maggiore vulnerabilità dell’artista. Da remoto il pubblico ha semplicemente più potere. Nel luogo fisico del teatro, lo spettatore sottostà a sovrastrutture comportamentali evidenti. Distrarsi a teatro è disagevole, perché bisogna cercare di non mostrarsi distratti. Per non parlare di quanto sia difficile lasciare uno spettacolo in corso rispetto a chiudere una scheda di streaming. Durante un evento digitale questa pressione si vaporizza, il controllo lo spettatore non lo percepisce, anzi è proprio lo spettatore ad essere in controllo. Per questo parlo di fiducia: affido la creazione al gentile (speriamo) pubblico, consapevole che quello ne farà ciò che vuole. Credo che sia una buona cosa; almeno finché questo non comporti perdere completamente l’alternativa dello spazio rituale fisico. Ma non credo ci sia questo rischio nel breve periodo. Poi, chissà.


Alla luce di quanto detto finora, ci illustrereste il progetto al quale avete lavorato e che presenterete nella settimana delle Residenze Digitali?
GIACOMO: WOE – Wastage of Events è un percorso in irrealtà virtuale, articolato in concrezioni surreali, ancorato a inconsci reali. Quanti dati, utili o inutili, vengono generati dall’uso quotidiano di un terminale? Quante stringhe di codice restano immagazzinate senza scopo? Quante sovrascrizioni può sopportare una memoria digitale prima di frammentarsi? E una memoria psichica? Sono queste le coordinate del nostro tour attraverso luoghi poligonali in rovina.
NAPO: Si tratta di un progetto essenziale, fatto di solo testo e scenografia. Può essere seguito dall’inizio alla fine, oppure ci si può concentrare sulle singole immagini ed espressioni chiave, per questo motivo si presta sia alla trasmissione in streaming che ad una eventuale messa in scena dal vivo. È un condensato delle immagini e dei riferimenti che io e Giacomo abbiamo in comune, da quelli letterari passando per quelli cinematografici, musicali, videoludici. Quello che vedrete è il distillato di un brainstorming continuo, rivestito di una estetica polimorfa e ripieno dell’intangibile scienza della sfumatura.





www.residenzedigitali.it





Realizzato nell'ambito della Media Partnership con il progetto Residenze Digitali

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