“In coscienza, Kàtja, non lo so”.

Anton Pavlovič Čechov

Pietro Pancamo

Frammenti di buio

In incognito

Dormo in incognito
per non farmi riconoscere dagli incubi.

Scavano per l’aria come talpe;
hanno un paio d’occhi
larghi e fotofobici.

Bagliori di versi

Danzai

Danzai nelle viscere di un sentimento
            all’ombra de’ tuoi occhi. 

Poi l’amore s’irradiò in rivoli di tempo.

“Che sia la vita!”, urlava il nostro dio
                            (o soltanto noi).

Silenzi e mancanze, fra ombre e luci

La fuga mancata

La voce trasuda parole d’accento piagato
ma è tiepido il grido del tuo respiro,
le piaghe troppo soffocanti
perché tu abbia il fiato d’urlare.

Morire da te

Tre poesie

Filosofia

Parole e frasi sono gli intercalari del silenzio
che smette, ogni tanto,
di pronunciare il vuoto.

Allora qualche indizio di materia
deforma l’aria,

Più conosco gli uomini, più amo gli animali

Il Signore Dio “scacciò
 l’uomo e pose ad oriente
 del giardino di Eden
 i cherubini e la fiamma
 della spada folgorante,
 per custodire la via
 all’albero della vita”
(Genesi 3,24)

 

I


I cherubini lavoravano intorno alla spada incandescente: vi gettavano dentro legna e carbone perché non si smorzasse il suo splendore; con le molle sistemavano i pezzi di legno per far attecchire meglio il fuoco.
Si trattava comunque di un lavoro che, molto presto, avrebbe perso ogni utilità: ormai da secoli il mondo era in pace e vi regnava il bene, tanto che gli uomini avevan riconquistato il diritto all’Eden. Quindi, non c’era più bisogno di sbarramenti o di ostacoli divini. Pure, quella spada fiammeggiante non smetteva di ardere.
Sulla Terra tutti i mali erano scomparsi: niente guerre, nessuna prepotenza, droga esaurita, estinte per sempre le grida di dolore (ormai restavano soltanto quelle “commerciali” e insistenti dei fruttaroli al mercato). Dunque, perché il sacro Dio non ordinava ancora di rimuovere la spada e di spegnerla in eterno?
Questo si domandavano i cherubini indaffarati con la legna, mentre una perplessità mista di noia e desolazione angustiava i loro pensieri.

 

II

Miagolava il superno gattino, coccolato a perdigiorno dalle buone mani del Salvatore.
Il sacro Dio non era mai stanco di vezzeggiare: nemmeno i malori gli impedivano di gingillare il suo gattino. E quel giorno le sue eran moine gravate dal mal di testa: perché il suo cervello aveva mandato di traverso nocivi rimasugli di sonno insufficiente e sofferto.
Il sacro Dio continuava sì, anche quel giorno (un umido lunedì celeste) a molcire il bel gattino (“Picci picci, pucci pucci”, gli sussurrava) però si sentiva triste e frastornato.
Intanto guardava la Terra con gli occhi cisposi. E una vertigine di nausea gli percorreva lo stomaco.
Da epoche lontane e persino indistinte nel passato, gli uomini eran diventati saggi e virtuosi. Ma il sacro Dio non riusciva ad essere felice.
Abbandonando i peccati e riavvicinandosi alla fede, gli uomini si erano gagliardamente redenti e trasformati: generosi col prossimo, eran rispettosi del padre e della madre. Inoltre non rubavano mai, s’impegnavano febbrilmente a non dire falsa testimonianza, non erano affatto invidiosi della roba altrui, non desideravano assolutamente la donna d’altri e facevano del tempo un pretesto di vita e preghiera.
Il sacro Dio vedeva e sapeva tutto ciò. E pur approvando fiero i progressi degli uomini, non gioiva, non celebrava; anzi un pensiero lo tormentava acidamente. Un pensiero ossessivo e maniacale che, millennio dopo millennio, aveva riempito d’incubi le sue notti e la sua anima, scatenandogli nel cuore un crescendo ininterrotto d’esasperazione. Già, il suo dolore aumentava, s’irrobustiva!
... E arrivò al culmine proprio quel lunedì.
“Uomo!”, sbottò infatti il sacro Dio, tenendo in braccio il superno gattino. “Uomo!” – ripeté, con un tono di voce allucinato, oscillante fra il magico e l’assorto – “Tu sei migliorato. Sei adesso la mia creatura più grande: la mia opera perfetta. Uomo, tu sei pio nobile puro... solo una cosa ti manca. Oh, perché... perché...” – il sacro Dio cambiò espressione, mutando la voce in un pianto furibondo – “Perché non miagoli? Perché???”.
Gridando di rabbia e delusione, il sacro Dio scagliò contro la sua opera non il martello di Michelangelo, ma il secondo diluvio universale.
Orrende piogge tropicali caddero ovunque: anche a San Gemini in provincia di Terni.



III

I conti tornavano, ora: due guerre mondiali, due diluvi universali.
Un cherubino se n’accorse, smise di buttare legna nella spada fiammeggiante e contemplando gli uomini che affogavano sulla Terra, disse: “Beh, quelli che sopravvivono li possiamo finire nella vasca da bagno, no?”.

Apnea



Eran fissi come al solito, gli uomini: guardavano solleciti lo schermo casalingo, che in cambio (a mo’ di ricompensa) mostrava in diretta plenaria, e a reti congiunte, la ripresa ravvicinata d’un robusto pietrone, intento da sé – ovviamente per miracolo o volontà divina (senza cioè che nessuno lo spingesse) – a rotolare pian piano di lato e dischiudere lentamente l’imbocco d’una caverna angusta, rannicchiata nella roccia. Intanto la voce fuori campo di uno speaker, postillava il prolungato, flemmatico scivolamento, pronunciando un discorsetto: “E figuriamoci: c’è pure Quello che non riesce a trattenere la vita per più di tre giorni. Magari si sforza, si impegna allo spasimo. Ma niente da fare... In Lui, che è di costituzione eterna e imperitura, il soffio della vita ricomincia ben presto a fluire (rinnovandogli il corpo, rinfocolandogli la carne), proprio come il respiro torna subito o quasi ad irrorare l’organismo e i polmoni di chi – fra noi mortali – prova, prova e riprova... ma poi si deve arrendere all’evidenza di non saper trattenere il fiato per più di venti o trenta secondi”.


 II


I corsi e ricorsi della storia (o, se preferiamo, della sconfitta): forse immusonito dalla vergogna dell’insuccesso, l’Unto del Signore – lì all’aperto, sulla soglia del sepolcro rupestre (una minuscola grotta naturale) in cui l’ennesimo esperimento fallito aveva preso luogo – cercò di giustificarsi davanti ai microfoni e alle telecamere del mondo intero, farfugliando le solite scuse (poche) su quanto fosse comunque rilevante aver vinto di nuovo la morte, spalancando ai fedeli – anche stavolta – vasti orizzonti di redenzione. Dopodiché, per stemperare in qualche modo la delusione che sentiva in cuore, aggiunse in un tono colloquiale, che si fingeva frivolo e leggero: “Che dire... certo che questi, chiamiamoli così, 'tentativi d’apnea' son davvero la mia spina nel fianco! O magari... nel capo”. E si toccò l’ormai risaputa corona pungente, esibendo all’ingiro sorrisetti deboli e striminziti, che domandavano perdono e complicità ai giornalisti che lo attorniavano. Subito, però, uno di essi colse la palla al balzo e − per tutta risposta – commentò sghignazzando, con una battuta: “Beh, più che la sua spina nel fianco o nel capo, sarebbe il caso di definirli la sua lancia nel costato, non crede?”.
All’ilarità insolente e canzonatoria che dilagò generale fra cronisti, reporter ed inviati vari di emittenti o quotidiani, il Messia reagì pieno di confusione, dapprima grattandosi perplesso, attraverso il sudario, una vecchia cicatrice che aveva sul petto e, quindi, assurgendo nervosamente ai cieli, determinato a piantare in asso i media impuniti e i loro rappresentanti, per rifugiarsi nel profondo del Paradiso a smaltire in privato malinconia e imbarazzo.

La domenica sportiva

Buon Gesù, autore dell’umanità squinternata che abita il mondo, ascolta il mio inchiostro e la mia voce: San Bifolco Primigenio era il tuo antico tempio, nonché luogo di culto, in cui noi contadini di Sant’Arello ci riunivamo per celebrare il mistero della morte e resurrezione.
Seduti sulle panche, prestavamo orecchio e attenzione alle omelie del parroco, Don Giovanni Naiolo. Il quale “Diletti figlioli” – soleva annunciare ogni domenica dall’altare – “è il momento dell’Eucaristia: rendiamo grazie perciò a Dio... e un bell’applauso all’ostia consacrata”. E mentre noi fedeli battevamo le mani a scroscio, il prete sollevava con gesto intenso la pisside rilucente.

Serafino preposto al coraggio

Gli angeli si diplomano al Conservatorio Astronomico perché studiano la musica, che le sfere celesti producono ruotando. Fanno l’analisi armonica degli accordi supremi che, una volta, anche gli uomini eletti (Pitagora, ad esempio) avevano la forza e il diritto di ascoltare.
Gli esami sono molti, però che gran soddisfazione ultimare i corsi e ottenere infine (lode al Signore!) il permesso d’insegnare.
I miei studi sono a buon punto e fra poco l’esame conclusivo mi darà il titolo che sogno tanto: quello di Maestro!

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