“La sofferenza, il dolore sono l’inevitabile dovere di una coscienza generosa e d’un cuore profondo. Gli uomini veramente grandi, credo, debbono provare su questa terra una grande tristezza”

Fëdor Michajlovič Dostoevskij

Enrico Brega

Uno sguardo appena

All’epoca avevo ventitré anni. Ero decisamente un bel giovane. Ambizioni? Una nebulosa. Ma percepivo − sia pur latente nelle pieghe del mio animo − un che di assolutamente mio. Un appagante senso di essere depositario di potenzialità, per quanto vaghe nei contorni, del tutto assenti in quel poco che ritenevo di cogliere nel modo di essere di molti miei coetanei, con l’eccezione degli amici più stretti. Loro, quei miei amici, avevano deciso di continuare gli studi. Io di perdere tempo nelle aule universitarie non me la sentivo per niente. Gli anni del liceo, lo squallido grigiore didattico di quell’esperienza, mi avevano segnato al punto di convincermi che mi sarei fatto la necessaria cultura da solo. Altrove erano i miei pensieri.

Il tutto è impossibile

“... e l’insieme dei frammenti è la conoscenza” ha concluso Stefano nel salire sull’auto, dove io e Dario siamo già sistemati.
“Di chi è quell’aforisma?” gli chiedo.
“Non lo so, Enrico, ma mi piace. Anche se è solo una parte. La conclusione, insomma... se non sbaglio”.
Una lieve smorfia di maliziosa ironia sul volto di Dario.
È l’alba di un giorno che promette bene. Stiamo partendo per la nostra avventura dell’intelletto. E di crescita. Qualcosa come un mantra, o giù di lì. Non come formula magica ma pratica meditativa, scambio di opinioni, del personale sentire secondo le esigenze di ciascuno di noi.

Io Michelangela

“Prima dei quaranta, ehi bella, quando un ragazza mi permetteva di rivolgerle anche soltanto una parola io non mi fermavo lì...“ mi dice con fare vagamente scherzoso.
“Ma te la facevi. No?”.
“Mi è capitato un sacco di volte. È El Macho che ti sta parlando!”.
“Certo Federico, l’ho capito”.
Ci guardiamo di sguincio, e giù a ridere che è un piacere.
Lui con me ci ha provato, i suoi messaggi più o meno subliminali. Ma non c’è stato niente da fare. Dopo essermi laureata a Londra in Scienza e Tecnologia della Comunicazione, mi sono messa in testa ben altro. Niente distrazioni fugaci o peggio ancora avventure allo sbando.

Passeggiata tra le nuvole

Ci siamo salutati attorno alle due, o giù di lì, non ricordo bene. E quando con una pacca sulle spalle ho sparato: “Augusto ha un livello di emotività di una scarpa vecchia e scalcagnata”, Luigi, aprendomi la porta di casa per farmi uscire, ha accennato una smorfia di non facile interpretazione. Che fosse dovuta alla bottiglia di Irish Whisky ormai al capolinea, e tristemente abbandonata sul tavolino del suo salotto, non sono in grado di darlo per certo.
Quella serata sul fine settimana non è stata diversa dalle altre. Ci incontriamo alternativamente a casa di Luigi, di Augusto o da me. Amichevoli meeting senza ordine del giorno, se non l‘impegno di cazzeggiare vaneggiando. Tuttavia con un comune interesse per la letteratura sia pure variamente orientato.

Fandango

– Beh, dài, adesso non esagerare. – Si aggira nervosa in cerca di un angolino ben protetto dove posare tutto quanto hanno portato lì per farsi un tranquillo picnic e discutere – dopo aver ottenuto da pochi giorni il tanto atteso dottorato – sul modo di organizzarsi in tempi brevi dove completare gli studi con le necessarie esperienze sul campo. Lei è Flora, ventitré anni. Mavis è la sua amica di sempre, stessa età, porta un nome canadese perché quando è nata suo padre lavorava come project manager in quel Paese per conto della casamadre italiana. In quell’angolo per così dire protetto. Le due, che abitano a Torino, ci sono state più volte. Da sole, quando avevano bisogno di isolarsi, o in intima compagnia di ragazzi occasionali e non. La folta vegetazione su quell’argine della Dora Riparia è sempre stata per loro un sicuro rifugio lontano da occhi indiscreti.

In quel libro la mia salvezza

Siamo all’ottavo piano di un nuovissimo grattacielo, qui alla porte di Milano, al confine laterale destro della Tangenziale Est. Poco più avanti lo osservo dall’alto – il viale Forlanini, attraversato da un indolente flusso di auto dirette all’aeroporto di Linate. Quella lentezza è dovuta ai lavori per costruire un nuovo tratto della metropolitana che si colleghi al passante ferroviario e alle altre linee già attive. Un’operazione programmata per l’Expo, come uno dei concreti lasciti dello spirito della grande manifestazione internazionale che ha elettrizzato milioni di visitatori.

Una dolcissima storia d'amore

Non è umorismo svagato, al tempo stesso pudico, quello che coinvolge il lettore tenendolo in equilibrio emotivo (precario?) tra gioia e dolore. Si tratta piuttosto della stravagante goffaggine che tuttavia viene percepita come leggerezza di tocco, sottigliezza dello sguardo. In sostanza è rappresentata con stimolante ritmo narrativo la dignità di fronte all’ineluttabile, l’essenza stessa della storia narrata.
E non poteva che essere la fiamma creativa di David Foster Wallace a dare vita alla novella Solomon Silverfish (dal libro Questa è l'acqua), con una toccante introduzione di Don DeLillo quale versione del discorso − rivisto per l’occasione − da lui tenuto al Memorial  del 23 ottobre 2008 a New York.

Nel tuo letto, discutendo di Roth

1.
– Così lo chiamano.
– Chi? Ma prima dimmi, Bruno, che ci fai disteso nel mio letto? Lo sai che in camera mia non devi mai metterci piede. E poi, cosa direbbero i nostri se ci trovassero qui seminudi?
– È quasi l’alba, Mimma. Non ce la facevo più a dormire. Avevo bisogno di parlare con qualcuno. Mi viene quasi da sorridere: Call It Sleep, si chiama così quel romanzo che mi ha tolto il sonno. In America è talmente famoso che per tutti è un acronimo formato dalle prime iniziali del titolo. La critica lo ha subito valutato come un capolavoro. Da noi, come è giusto, l’hanno tradotto in Chiamalo sonno. E anche qui l’entusiasmo non è mancato.
– Dunque, CIS, per gli americani. Ma chi l’ha scritto?

Dal mio quaderno di appunti

Poi d’improvviso te ne accorgi. Quella domanda è per me un bizzarro rovello, poiché non mi è del tutto chiaro in quale prospettiva narrare con la scrittura mimetica l’insieme di stati reali – se tali si possono considerare – per consegnarli alle suggestioni del ricordo.
Dunque, la domanda: ho vissuto sin qui attraversando una sequenza di contingenze o scalando percorsi di progetti personali? E che fare, adesso?
Stiamo scendendo per un pendio coperto di aghi di pino color ruggine.

Music is love

Ray si inumidisce il dito con la saliva, lo infila con attenzione sul fondo della busta dove al tatto  si avverte la presenza di un sottile strato di polvere, poi si passa il dito sulla  punta della lingua. Gira lento la testa verso gli altri due seduti per terra nella stanza – è una loro usanza – e le sue labbra s’increspano come a simulare uno stentato sorriso difficilmente interpretabile. – È coca – dice.
Sono passati tre anni da quando è cominciata la loro storia. Allora erano in quattro, ragazzi prossimi ai vent’anni. Quel giorno, per loro così importante, seduti su una panchina dei Giardini Pubblici di Milano discutono sprigionando un entusiasmo incontenibile. Stanno per dare vita a una rock-band. Sono l’inglese Ray, figlio di un manager della filiale italiana GPS Foundation, e Antonello, Luca, Lele. Abitano tutti nel capoluogo lombardo dove si sono diplomati nello stesso liceo classico.

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