“Ho forse dormito mentre gli altri stavano soffrendo? Sto forse dormendo in questo momento?”

Samuel Beckett; Aspettando Godot

Enrico Brega

Via dalla strada maestra

No, la vena esausta della tradizione non fa per me. Della tradizionale narratologia e relativi contenuti, intendevo dire. Quel tanto di caotico anarchismo (mi si perdoni la ridondanza, ma talvolta ci vuole) − facendo salva l’essenza mimetica delle storie – mi sarebbe bastato per non farmi catturare da un percorso di piatto realismo tipo facciamoci un aperitivo al bar e intanto vediamo come sta venendo il lavoro.
Tra gli anni Cinquanta e Sessanta, l’allora corrente letteraria americana stava lasciando il passo alla ricerca di diversi piani di lettura. E io seguivo con interesse il graduale avvento del nuovo.
C’era poi la mia l’età. Vent’anni. Dovevo cercarmi prima di tutto la strada da percorrere, un lavoro. Perché l’idea di mettermi a scrivere, che mi era venuta quand’ero ancora più giovane, di fatto la coltivavo come un sogno, volutamente ignorando le difficoltà da superare. Sono fatto così. Sebbene non integralista nelle mie convinzioni. In generale.

Se davvero conviene non sbandare

Si terrà al Palazzo Reale, qui a Milano, dal 21 Febbraio al 18 Giugno di quest’anno, 2017. Percorrendo per un lungo tratto, prima in tram poi qualche centinaia di metri a piedi le vie che mi portano all’ufficio di buon’ora, numerosi sono i manifesti che mi  saltano agli occhi. S’intitola About Art la mostra di Keith Haring.
Un’arte pittorica sfrenata, espressa senza limiti formali, dalla contaminazione in apparenza − ma solo in apparenza − tra lo sbandamento artistico e il tradizionale, multiforme nonché immaginario stile del dipingere. Fino al segno caratteristico dei cartoni animati.
Nella mia stanza da letto ho un poster di un suo quadro, quando la mattina mi sveglio, guardandolo mi trasmette gioia di vivere. Mi affascina.

Dal piacere alla felicità

– Ma hai idea di cosa hanno discusso ieri sera i nostri mariti? – è mia moglie Laura, che al telefono lo chiede a Giuliana.
– Non saprei. Quando è rientrato aveva un'aria un po’ così. Che ti devo dire... tipo aspetta e vedrai. Siamo sposati da più di trent’anni, lo conosco bene Giorgio. Quando decide di farti una sorpresa su qualcosa che interessa tutt’e due, ti tiene in una sorta di limbo con mezze parole, sorrisetti accattivanti, e pause di silenzio senza un’apparente ragione. È un modo come un altro per creare una incerta aspettativa che – ormai non mi sorprende più di tanto – d’improvviso e in quel suo modo distaccato, in particolari circostanze, lui rende comprensibile con apparente nonchalance, come si trattasse della più scontata realtà di questo mondo. Quale che sia la questione cui è rivolto l’interesse di chi gli sta parlando.

Tra erotismo e porno

Finalmente è arrivato! Tutti noi in attesa, con una certa impazienza. Lo tiene tra le mani unite a forma di coppa quasi dovesse trattarsi di un qualcosa di sacro, lo posa con delicatezza sul tavolino. È persino un po’ patetico, Giorgio.
– Sì, qui c’è tutto. Come vi avevo promesso – dice girando gli occhi con ostentata lentezza lungo l’intero perimetro del living nel nostro − mio e di Laura – buen retiro nelle Dolomiti Bellunesi.
È trascorso un mese da quella sera a casa di Giorgio e sua moglie Giuliana, dove assieme a Marco con la sua nuova amica Jenny e Lele abbiamo preso la decisione di dare ai nostri incontri l’impronta di Club tra amici per evitare una sterile dispersione di idee, opinioni, emozioni altrimenti utili al fine di cogliere nei limiti del possibile tratti riconoscibili dell’essenza umana. Il tutto attraverso una sorta di gioco da me definito – forse in maniera vagamente impropria – ludoterapia.

Nada y pues nada y nada y pues nada

Erano gli anni Cinquanta. Da Piazzale Susa ci facevamo a piedi il Viale Argonne fino a Piazza Ascoli, dove nel suo stile fascista volto al Romanico si erge il palazzo che ospita la Scuola Media Statale Tiepolo.
Tutte le mattine dell’anno scolastico. Io e Stefano Bonali. Avevamo da poco compiuto i tredici anni, durante il tragitto fumavamo goffamente le prime sigarette della nostra vita.
A quell’ora nelle vie a lato dei marciapiedi dove camminavamo il traffico milanese era già tendente all’isterico.

Uno sguardo appena

All’epoca avevo ventitré anni. Ero decisamente un bel giovane. Ambizioni? Una nebulosa. Ma percepivo − sia pur latente nelle pieghe del mio animo − un che di assolutamente mio. Un appagante senso di essere depositario di potenzialità, per quanto vaghe nei contorni, del tutto assenti in quel poco che ritenevo di cogliere nel modo di essere di molti miei coetanei, con l’eccezione degli amici più stretti. Loro, quei miei amici, avevano deciso di continuare gli studi. Io di perdere tempo nelle aule universitarie non me la sentivo per niente. Gli anni del liceo, lo squallido grigiore didattico di quell’esperienza, mi avevano segnato al punto di convincermi che mi sarei fatto la necessaria cultura da solo. Altrove erano i miei pensieri.

Il tutto è impossibile

“... e l’insieme dei frammenti è la conoscenza” ha concluso Stefano nel salire sull’auto, dove io e Dario siamo già sistemati.
“Di chi è quell’aforisma?” gli chiedo.
“Non lo so, Enrico, ma mi piace. Anche se è solo una parte. La conclusione, insomma... se non sbaglio”.
Una lieve smorfia di maliziosa ironia sul volto di Dario.
È l’alba di un giorno che promette bene. Stiamo partendo per la nostra avventura dell’intelletto. E di crescita. Qualcosa come un mantra, o giù di lì. Non come formula magica ma pratica meditativa, scambio di opinioni, del personale sentire secondo le esigenze di ciascuno di noi.

Io Michelangela

“Prima dei quaranta, ehi bella, quando un ragazza mi permetteva di rivolgerle anche soltanto una parola io non mi fermavo lì...“ mi dice con fare vagamente scherzoso.
“Ma te la facevi. No?”.
“Mi è capitato un sacco di volte. È El Macho che ti sta parlando!”.
“Certo Federico, l’ho capito”.
Ci guardiamo di sguincio, e giù a ridere che è un piacere.
Lui con me ci ha provato, i suoi messaggi più o meno subliminali. Ma non c’è stato niente da fare. Dopo essermi laureata a Londra in Scienza e Tecnologia della Comunicazione, mi sono messa in testa ben altro. Niente distrazioni fugaci o peggio ancora avventure allo sbando.

Passeggiata tra le nuvole

Ci siamo salutati attorno alle due, o giù di lì, non ricordo bene. E quando con una pacca sulle spalle ho sparato: “Augusto ha un livello di emotività di una scarpa vecchia e scalcagnata”, Luigi, aprendomi la porta di casa per farmi uscire, ha accennato una smorfia di non facile interpretazione. Che fosse dovuta alla bottiglia di Irish Whisky ormai al capolinea, e tristemente abbandonata sul tavolino del suo salotto, non sono in grado di darlo per certo.
Quella serata sul fine settimana non è stata diversa dalle altre. Ci incontriamo alternativamente a casa di Luigi, di Augusto o da me. Amichevoli meeting senza ordine del giorno, se non l‘impegno di cazzeggiare vaneggiando. Tuttavia con un comune interesse per la letteratura sia pure variamente orientato.

Fandango

– Beh, dài, adesso non esagerare. – Si aggira nervosa in cerca di un angolino ben protetto dove posare tutto quanto hanno portato lì per farsi un tranquillo picnic e discutere – dopo aver ottenuto da pochi giorni il tanto atteso dottorato – sul modo di organizzarsi in tempi brevi dove completare gli studi con le necessarie esperienze sul campo. Lei è Flora, ventitré anni. Mavis è la sua amica di sempre, stessa età, porta un nome canadese perché quando è nata suo padre lavorava come project manager in quel Paese per conto della casamadre italiana. In quell’angolo per così dire protetto. Le due, che abitano a Torino, ci sono state più volte. Da sole, quando avevano bisogno di isolarsi, o in intima compagnia di ragazzi occasionali e non. La folta vegetazione su quell’argine della Dora Riparia è sempre stata per loro un sicuro rifugio lontano da occhi indiscreti.

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