“La memoria è una forma di coraggio”

Jean Vilar

Luca del Vaglio

Les boutades de Lubylu – Università: che fare?

Per me che uscivo dal liceo classico, doveva essere tutto più semplice perchè, a detta di molti, lo studio del latino e del greco mi avevano dato un’apertura mentale superiore, una forma mentis tale che avrei potuto fare veramente tutto.
Perciò sapevo di non voler fare niente.

Les boutades de Lubylu – See you later alligator

La contessina Maria Rosaria Galateva, la matura cugina americana Michelle Rabby con la figlia Ketty e poi c’ero io; come un redivivo Quartetto Tetra giravamo per la Florida cantando canzoni improbabili, in un afoso giorno di fine agosto, pronti per una visita guidata all’Everglades, una vera e propria palude attrezzata. Avevamo appena parcheggiato nel Parking l’auto col cambio automatico, che ormai ero solito guidare. Visto che tutte le volte che Michelle Rabby aveva guidato era stata una tragedia: la prima volta aveva preso l’autostrada, ’a Turnpaich, nel senso opposto; la seconda, era stata inseguita e bloccata da un’auto della Polìs, con tanto di 100$ di multa; la terza, guidava così veloce che sembrava stessimo decollando, tanto che ad un certo punto era apparsa l’hostess per indicarci le uscite di sicurezza.

Les boutades de Lubylu – 2007_ Washington a volo!

Alle 7:30, puntuale e un po’ reticente, Chiccumma mi era venuta a prendere a casa, accompagnata da Simoncello a bordo della fantastica “16”, il modello della Fiat più “fortunato”. Sul raccordo sembravamo andare sempre in “prima” ma dall’alto dei nostri sedili superavamo tutte le auto che viaggiavano nella corsia di destra; ad un certo punto uno strano tipo con gli occhiali da sole e gli occhi chiusi guidava una Citroèn bordeaux: “Ma chill’ è Gennaro!”. Dal finestrino tentammo di attirare la sua attenzione, Simoncello iniziò a suonare anche il clacson, uno dei sedici, ma niente, il Ray Charles del Cilento continuava dritto per la sua strada: “Sta’ proprio durmenn!”.

Les boutades de Lubylu – Defensor legis

Era sicuramente un giorno di fine giugno, stavo come sempre per partire alla volta di Roma, che era diventata un po’ la mia seconda casa.
Non avendo impellenze lavorative, ero solito fare il biglietto alla Stazione Centrale di Napoli, giusto in tempo per prendere l’adorato Eurostar.
Quel giorno le macchinette automatiche erano più occupate che mai, cioè le due funzionanti, le altre o erano fuori uso, o accettavano solo carte di credito; mancava poco alla partenza del treno, quando finalmente arrivò il mio turno. Con un occhio programmavo il biglietto, con l’altro iniziavo a prepararmi i soldi e con l’altro ancora (a Napoli bisogna avere cento occhi…) mi guardavo da extracomunitari equivoci, tossici in attesa della dose quotidiana e piccoli nomadi già esperti.
Divincolatomi con successo da tutto ciò, con la mia valigetta da pendolare mi avviai verso i binari, quando all’improvviso un poliziotto in divisa mi bloccò: “Documenti!”
“Perché ho la faccia sospetta?!” Incalzai io tra il serio e il faceto.
“Normali controlli”. Mi rispose accompagnandomi nel box della Polfer.
Pensai: “Questa sarebbe la giustizia di oggi? Questo sarebbe il mondo dopo l’11 settembre? Ce sta chellu ppoco ind’a stazione e controllano a me!?...”
Comunque il maresciallo seduto dietro la scrivania, con gentilezza si prese i miei documenti ed io, con la stessa gentilezza, gli chiesi di non perdere il treno.
Poi mi domandò cosa facessi nella vita, dove abitassi e soprattutto cosa stessi andando a fare a Roma. Un tragitto così lungo doveva avere una valida motivazione…
“Cerco lavoro!” Che poi non era proprio la verità, il lavoro lo avrei cercato qualche mese dopo, in quei giorni andavo, più che altro, per divertirmi.
“Fai bbuono! Sta -BIP- e Napule, è bella assai ma non ce sta ‘a fatica.” [Trad: Hai fatto la scelta giusta! Questo sperma di città di Napoli è meravigliosa ma non offre molti sbocchi lavorativi.] E poi aggiunse: “Comunque è tutto in regola, buon viaggio!”
Non persi il treno e quasi mi dispiacque per lui, che non aveva trovato niente di irregolare sul mio conto. Però ebbi la certezza che io ero un uomo pulito, un uomo rispettoso della legge che magari all’occasione sarebbe diventato un vero e proprio defensor legis.
E l’occasione arrivò, proprio due ore dopo.
Nel centro di Roma è raro che avvengano spiacevoli episodi di microdelinquenza, solo sui mezzi pubblici puoi rischiare di essere derubato, mezzi pubblici che sono spesso affollatissimi, malfunzionanti e maleodoranti (soprattutto nei mesi estivi).
Appena arrivato in Capitale, salii appunto su un autobus che mi avrebbe portato in viale Ippocrate a casa di una mia amica; avendo come al solito, un occhio verso la valigia, l’altro verso il mio portafoglio, l’altro ancora (quando c’è l’Atac, bisogna avere cento occhi…) che scrutava i potenziali ladruncoli.
A bordo, confuso tra la gente, c’era un ragazzo, certamente slavo o forse albanese (vabbuò un incrocio), che non me la contava giusta.
Oramai lo osservavo da alcuni minuti, osservavo i suoi movimenti sospetti, il suo volto poco affidabile, i suoi occhi sfuggenti.
Ed infatti all’improvviso, il ragazzino infilò la sua mano clandestina nella borsetta aperta di una signora, signora che guardava in direzione opposta e che quindi non poteva accorgersi del gesto furtivo. Passarono alcuni secondi mentre la mano continuava a frugare abusiva.
In quei secondi mi passò davanti tutta la mia vita, in quei secondi mi chiesi se era giusto restare indifferente, rimanendo nell’anonimato o se era giunto il momento di far sapere al mondo che il defensor legis era arrivato.
Scelsi questa seconda possibilità.
Con uno scatto afferrai il braccio del giovine delinquente, lo tenni stretto con tutta la forza che avevo e gridai: “Fermo! Fermo! Stai fermo!”.
E fu proprio in quel preciso istante che la signora, vittima designata di quello scippo, si voltò, mi guardò negli occhi e mi disse: “Veramente è mio figlio…”.
Una risata collettiva riempì l’abitacolo.
Immediatamente tutti i colori possibili della vergogna si palesarono in modo alternato sul mio volto: decisi di scendere, sei fermate prima.
Io, defensor legis sotto un sole cocente, giunsi a piedi, sudato, stanco, puzzolente a casa della mia amica.
E per l’imbarazzo, arrivai con gli occhi chiusi: uno, l’altro e l’altro ancora…

Olympia e Venere

Vicine, quasi a sfiorarsi, senza mai che nessuna delle due volga all'altra lo sguardo. Vicine, quasi a toccarsi, nella loro infinita bellezza, si lasciano ammirare, osservare, studiare. Vicine, quasi reali, come due donne di epoche diverse, create da due mani diverse, ma che provocano eguale emozione. L'Olympia di Manet e La Venere di Urbino di Tiziano, per la prima volta sono esposte insieme, l'una accanto all'altra, nel magico scenario lagunare di Palazzo Ducale.

La leggenda del Mago e del Paròn

"Cari ascoltatori un cordiale benvenuto da Bruno Pizzul nell'inedito quanto affascinante scenario di Palazzo Reale in Milano dove sta per avere inizio il derby più importante dell'anno: Quelli che... Milan Inter '63".
L'intramontabile Pizzul, telecronista di remote notti magiche, è l'emozionante voce dell'audioguida Antenna International di questa mostra-evento che in modo originale e divertente ci immerge nella Milano del 1963, rivivendo e reinterpretando partite e finali dell'epoca. Sono gli anni in cui i trionfi sportivi italiani ed europei di Inter e Milan diedero al capoluogo lombardo una centralità ed un'egemonia non solo sportiva, ma anche culturale, sociale ed economica.

L'Angelo di Belluno

Attraverso il volgere di secoli di storia dell'arte, vi è un mondo di geni del pennello, di maestri della parola e di artisti dello scalpello, fuori dai canali tradizionali, lontani dalla fama, avulsi dalla critica superficiale, che hanno lasciato tracce criptiche ma indelebili delle loro immense capacità.
Uno di questi è certamente Angelo Majer, di Chiesa di Goima, lì dove le montagne di Belluno si specchiano nelle imponenti vette Dolomitiche.
Angelo fece del legno la sua forma mirabile di espressione raggiungendo un livello qualitativo che raramente in Italia trovò eguale valore.

Modigliani e quegli artisti maledetti

“Il tuo unico dovere è salvare i tuoi sogni”.
Parole di Amedeo Modigliani, genio di pittura e scultura, artista moderno e originale, uomo ribelle e travolgente. Creatore di un’arte unica, una firma indelebile, uno stile distinto e riconducibile ma non per questo meno geniale. Riottoso, polemico, difficile, ha attraversato due secoli, li ha lambiti, appena sfiorati, prima di finire troppo presto. Così da entrare nel mito della pittura, così da divenire icona della scultura, lasciando quel senso di indefinito, per quello che avrebbe ancora potuto e che la vita turbolenta non gli ha concesso.

Cinque secoli di volti

Volti meravigliosi, intriganti, drammatici attraversano cinque secoli di storia, lasciano segni immensi del genio pittorico di maestri senza pari. Volti che guardano complici, che cercano giudizio e mostrano sofferenza; figure introspettive e pensanti, sacre e consuete che dopo aver conquistato la Basilica Palladiana vicentina, ora si offrono alla città di Giulietta e Romeo.
Da Botticelli a Matisse, Volti e Figure nel Palazzo veronese della Gran Guardia, si muove e si evolve senza soluzione di continuità, pregiandosi di nuove accezioni e consolidate emozioni.

È Pablo Picasso

L’ultimo genio creativo della storia, colui che immaginò una nuova dimensione oltre lo spazio, cambiando per sempre coordinate del tempo e piani di osservazione della realtà: una forma unica di rappresentazione pittorica, una sublime intuizione realizzativa denominata “Cubismo”.
È Pablo Picasso.
La sua luce travolgente illumina Milano e Palazzo Reale.
L’occasione è irripetibile: il “Musée National Picasso” di Parigi, causa restauro dei suoi spazi murari, disloca temporaneamente l’intera collezione: oltre duecentocinquanta opere, meravigliose, devastanti, alcune delle quali escono per la prima volta dai confini della grandeur.

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