“D'un tratto, per qualche motivo imponderabile, mi sentii profondamente addolorato per lui e bramai di poter dire qualcosa di reale, qualcosa con ali e cuore, ma gli uccelli che desideravo si posarono sul mio capo soltanto più tardi quando fui solo e non avevo più bisogno di parole”.

Vladimir Nabokov

Martedì, 28 Gennaio 2014 00:00

Danza Mistica

Scritto da 

a Klaus Wiese

Se qualcuno di voi in futuro dovesse mai leggere queste righe, mi auguro solo che in quel momento, possa avere la giusta disposizione d’animo, combinata a sensibilità e rispetto per leggere, dall’inizio alla fine, questa mia. Queste parole proiettano la mia essenza, la mia più profonda intimità, la mia più grande constatazione.
B.H.P.


Ballo, ruotando su me stessa. Lo faccio da sempre. Appena attacca la musica, non importa quale sia il genere che sto ascoltando o le frequenze su cui viaggia la melodia, inizio a girare creando una sorta di cerchio. Priva di blocchi non mi preoccupo dei miei movimenti. Le braccia mi accompagnano, staccandosi un poco dal corpo, mentre con le mani disegno linee e circonferenze invisibili, seguendo le variazioni sonore. Sembra strano dirlo ma è la cosa che mi rende più libera da sempre. Come un derviscio giro e mi rigiro e, con me, anche i miei pensieri.

Immagini scorrono veloci dentro e intorno a me, così evado dalla mia realtà. Navigo in altri luoghi dove mente e corpo corrono leggeri; incontro persone, sorrido. Sento il calore del sole, il fremito di una carezza, la sensazione di un bacio. Se voglio, ripercorro il mio passato: lo rigiro e lo stravolgo a mio piacimento cercando spunti, attingendo a intuizioni, facendo in modo di sentire, anche solo per un attimo, la pace interiore.
Un giorno, mentre ero a casa da sola con la mia musica, cominciai a ballare e con la mente, inseguendo i pensieri, incontrai mia nonna. Tirava un vento maestoso che sapeva di salsedine mentre sotto di noi la costa brillava, solitaria. Ci tenemmo strette per tutto il tempo, non volevo che se ne andasse. Le teste appoggiate ad una parete di roccia levigata in tempi millenari, piedi scalzi stesi al tepore del sole, lei mi guardò negli occhi e mi disse: “Anch'io ti voglio bene”. Indossava una casacca del colore delle verdi olive, teneva i capelli raccolti alla buona e sfoggiava il sorriso che ho sempre amato. Poi la musica finì ed ebbi la conferma che lei, in qualche modo, anche se fisicamente assente, continuava ad esistere dentro me; ero felice di non aver dimenticato il suono della sua voce.
La musica riprese e con lei la mia danza. Questa volta il pelo della mia gatta tra le dita, il suo squisito muso appuntito infilato tra le braccia: “Quanto mi sei mancata, non lo puoi sapere”, dissi. Lei rispose con fragorose fusa. Mentre ballavo la sentivo lì con me e non c’era nulla di più reale.
Mi destai, col finire della melodia, come se nulla fosse accaduto. Cambiai genere di musica: ne scelsi uno ispirato alla musica classica indiana, il Raga, con contaminazioni dall’elettronica, campane tibetane, fiati, cassa, bassi e campionamenti. Un genere dove non sono le note ad essere protagoniste bensì il suono e ciò che desta nel nostro immaginario.
Fu così che ripresi vorticosamente la mistica danza e mi ritrovai in un giardino. C’erano dei fiori appena sbocciati e uno stagno in cui si rifletteva il chiarore delle stelle. Una luna sorgeva a sud, non riconoscevo nessuna costellazione e, al contempo, nemmeno la vegetazione che mi circondava. Ero sola ma ciò non mi inquietava. Notai una strada aprirsi tra gli alberi, simili ai nostri pini ma più alti e di un blu così intenso da non essere paragonabile a nessun altro. Cominciai a camminare lentamente mentre insetti luminosi, simili a lucciole, volavano intorno e sopra di me. Arrivai dinanzi ad un complesso architettonico a base quadrata, sovrastato da un’unica cupola. Sorgeva nel mezzo di una radura, maestoso nella sua semplicità. Non vi erano porte a ostacolare l’entrata, semplicemente un enorme arco di volta retto su colonne che davano il via ad un portico. Entrai senza alcuna esitazione. Mi ritrovai in un atrio dove subito notai delle vasche utilizzate per il raccoglimento delle acque piovane. Ad un tratto, udii della musica e delle voci provenire dalla stanza immediatamente prossima all’atrio. Proseguii passando sotto ad un altro piccolo arco e mi ritrovai in uno spazio affollato da persone danzanti. Mi videro ma non si fermarono e non sembrarono minimamente disturbati dalla mia presenza. Ballavano proprio come me: uomini, donne e bambini giravano su se stessi sorridenti, oscillando le braccia divaricate a seconda delle variazioni della musica. Le vesti ampie fluttuavano vorticosamente seguendo i movimenti del corpo: ne sortiva la visione di tante spirali. Anche io sorridevo, poi la musica finì e mi fermai. Tutto sparito in un soffio, provai una forte sensazione di benessere nella mia stanza. Capii di non dovermi vergognare della mia danza e di non dovermi sentire diversa: danzando ero pienamente me stessa. Grazie a quella visione capii che dovevo comportarmi allo stesso modo come quelle persone, nel rispetto di me stessa, con i pregi e i difetti e la consapevolezza di una possibile costante evoluzione necessaria alla comprensione della mia natura.
Tutto ciò mi terrorizzava? Oh sì, la ricerca di se stessi fa sempre paura. Siamo come trame fittissime, reali nodi di Gordio, rompicapi fatti di carne ed ossa e tutti connessi l’un l’altro, grazie alla condivisione dello spazio occupato dai nostri corpi. E allora, se è vero che è lo spazio a stringerci in comunità impossibile e i nostri corpi a costringerci, per loro stessa natura, alla comunione, voi, proprio voi che state fermi, e sempre mi avete guardata come stramba mistica danzante, cosa state aspettando? Scegliete il vostro stile e danzate!

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