"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Venerdì, 10 Gennaio 2014 00:00

Promenade verso il museo (nell’antivigilia di Natale)

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Lesti usciamo nella notte delle cinque del pomeriggio, che è già notte. Svoltiamo fra le persone più disparate. Vanno avanti, come noi, seguono la nostra direzione, altri vengono contro, altri ancora tagliano più o meno lontano, a destra, a sinistra, diritto, in obliquo, mentre qualcuno esce da un discount, qualcun altro entra in un palazzo, in farmacia, in pizzeria, dall’alimentari, nel palazzo dell’ASL all’angolo della piazza. Chioschi e bar sono più che illuminati. Molte ma non troppe auto rumoreggiano nel traffico, abbastanza caotiche, abbastanza ordinate, nelle tortuose curve e nelle strade dall’asfalto variamente tappezzato di sottili e doppi, piccoli o ampi rattoppi, a copertura di numerose buche.

La rimessa in sesto del manto stradale è sempre una delle prime promesse infrante dell’ultima amministrazione comunale di una città. La strada continua sempre, non si ferma mai, pullula di persone attive nel fare qualcosa, alcune un po’ forzatamente concentrate nell’interpretazione del proprio ruolo. Sembrano tutti assorbiti da ciò che stanno facendo, anche se si tratta di qualcosa di poco conto, anche se si tratta di un piccolo rito ripetuto di giorno in giorno, sempre uguale.
Un uomo va a salutare l’amico all’angolo della strada, s’incontrano sempre lì, per andare a prendere un caffè, tra le cinque e le sei del pomeriggio, quando l’amico, evidentemente, smonta dall’officina, poiché in tenuta da meccanico. Essi seguono, oserei dire quasi con una certa grazia, se commisurata ad un così ordinario evento, una serie di gesti consueti, familiari; l’alzata del braccio lasciato per pochi istanti a mezz’aria, con il gomito lievemente piegato, in segno di saluto, un riso spensierato e sincero ed innocue battute che distraggono dalla noia, la pressione esercitata vicendevolmente per vincere la propria offerta del caffè all’altro, sempre nello stesso bar, presso lo stesso complice barista. Così essi sono soliti partecipare attivamente, almeno per un momento al giorno, della vita di ciascuno di loro. Qualche barbone brontola, qualche ragazzo gioca e corre con troppo fragore. I vecchi si danno ancora del voi, si recano ancora da altri vecchi, arrotini e calzolai, nelle loro umili botteghe, dense di atmosfera da bar all’ultimo grido.
La strada prosegue su di un ponte diritto e non arcuato, metropolitano in una zona di piccoli negozi, piccoli anfratti dove la vita scorre al di sotto, nelle risacche formate dallo spazio sottostante ai lati dello stesso. Qualcuno tossisce per il fumo vaporoso nell’aria frizzantina. Se si alzano gli occhi al cielo gli aloni sfumati e umidi di fioche luci stradali ti confondono la vista, non vedi bene se ci sono nuvole lassù o se la volta è serena, a meno che non ti sposti un po’ più in là. La via è stretta dove le auto si accalcano in parcheggi selvaggi, è ampia altrove, e piena di luci ed ombre, decorazioni vendute sui panchetti di piccoli negozi. Le sovrastrutture e i dettagliati grovigli architettonici la riempiono, eppure, a tratti, essa riesce ad apparire desolata, forte di un aspetto incostante, come una vecchia signora che sa di fascino, che si avvolge in un'ampia stola, si profuma e rende vaporosi i capelli, si riempie di piccoli dettagli: anelli, orecchini, fermacapelli vecchio stampo. E puoi notarne le materne rughe, segno di risate e dolori vecchi ma non passati. Puoi scorgere il grigiore all’attaccatura dei capelli, lì dove la ciocca si sposta all’indietro verso l’orecchio, le mani povere e dignitose, che hanno stretto poco, e forse quel poco lo hanno lasciato andare in quelle dei figli. Vai avanti e passi lateralmente alle scuole dagli usci serrati, in questi giorni di festa. All’incrocio si iniziano a vedere extracomunitari, uniti ad alcuni dei nostri concittadini nella povertà, derelitti e feroci nello scontro con l’esistenza. Alcuni ragazzi di diversa etnia hanno occupato tutta la piazzola oltre la strada, trasformandolo in un campo di pallone internazionale. Non lontano dalla cupola di un’antica chiesa che segna il lato dell’uscita sud del mercato aperto e onnipresente. I ragazzi non danno fastidio a nessuno, sono ligi al loro dovere di calciatori, trasformano zaini e giubbini posati su di essi, sui sampietrini, nei pali delle loro immaginarie porte, e i portieri sono sempre quelli che indossano gli occhiali. All’angolo appena sorpassato, il cinema per adulti sembra aver definitivamente chiuso. Nessuna locandina poco implicita campeggia nelle sue bacheche. L’odore della notte prosegue con la strada. Oltre il campo di calcio si segue il filare di pini nel centro, che separa la strada percorsa dalle auto dallo spiazzo pedonale dominato, a destra, dalle vestigia di un’imponente chiesa poco illuminata e chiusa, sul davanti, da mura. Cartacce di giornali, pezzi di vetro e lattine si accatastano in alcuni punti lungo il margine interno del rialzo stradale.
Vi arriva la scia dell’odore del pesce costantemente irrorato di acqua, dal pescivendolo poco più in là, dall’altro lato della strada. Puzza di sporco e dei disgraziati rifugi all’aperto di anziani e confusi senzatetto. Odore di birra e di gustoso cibo fritto. Odore di vecchi stracci dei vucumprà, ma anche fresco odore di sera, sottile odore di salsedine e foglie di pino, sentore di pietre fredde e candele, odore di profumi femminili e maschili vaganti nell’aria, odore di suole gommose strusciate per terra, nel tentativo di rincorrere palloni. Si passa la porta. È oscura, maestosa, dal fregio marmoreo, dalla struttura in piperno, effigie grandiosa ignorata dalle signore e uomini polacchi che fanno pic-nic poco oltre, nei piccoli giardini, lì dove un tempo, in direzione inversa, si entrava nella città, a pochi passi dal decumanus maior. Lambendo la chiesa di Santa Caterina e salutando le basi strombate del tribunale rapito alla sua antichissima ed originaria funzione di stabile normanno, si gira a destra. La strada sale un po’, un tempo erano fossati palustri, ora sono lastroni di cemento, abitazioni e negozi a segnare una piccola arteria che arriva fino al luogo che fu un tempo confine nord della città. Passiamo in mezzo, fra un negozio di alimentari ed il ciglio esterno del marciapiede dove, sotto gli alberi, l’addetto un po’ “panzuto”, in grembiule, è in piedi dietro un palchetto di legno coperto da un ombrellone, in mezzo a barili d’olive nere e verdi, a prodotti in scatola su mobiletti messi a mo’ di scenografia ai lati della piccola bancarella culinaria. L’uomo esperto spezzetta solennemente un lungo e succoso capitone, davanti ad un piccolo gruppo di spettatori assorti e rispettosi, che osservano in silenzio la rappresentazione dell’antico e moderno procedimento. Tutti si ritrovano a guardare in faccia se stessi e le proprie famiglie e le abitudini vecchie, immutate, tutti chiamati, in questi giorni dell’avvento, al ruolo di complici custodi di gesta antiche, appartenenti a tempi molto anteriori a quello della propria vita. La gente è richiamata al ricordo attivo, alla veglia funesta, alla gioia festiva, alla condivisione dei sacri pasti, tutti sono richiamati alla riflessione e allo studio delle attitudini che hanno formato gli uomini e il susseguirsi dei loro momenti, dentro e fuori casa, dentro e fuori la famiglia. Tutto questo è vegliato dalla splendida chiesa sopraelevata, preceduta dalla scalinata a cascata del grande artista. Il portale è lontano e sapiente, lassù. La porticina sulla sinistra nella cinta muraria prelude a poco conosciuti misteri, ad esperti intrighi pittorici, a momenti intensi fra scultura e ad avveniristici tratti d’architettura. Tutto è sugellato dall’alta piramide di quell’interno monumento, forse superbo monito dell’aldilà. Ma si riscende con gli occhi verso la strada e la si riattraversa. Imboccando il breve vicolo che dà sulla più lunga stradina, dove bisogna proseguire verso destra, non ci vuole molto per approdare al museo.
Il signore gentile della biglietteria ci fornisce il ticket gratuito, essendo giorno d’ingresso libero. Ascoltiamo con interesse le sue calme e precise indicazioni su ciò che possiamo trovare all’interno dell’edificio, pur essendo già informati del suo contenuto in seguito a numerose precedenti visite. Dopo avergli lasciato fare il suo lavoro ci avviamo direttamente verso il terzo piano, in cui si snodano periodicamente percorsi espositivi fra i più disparati. Si offrono differenti stimoli, orientati nella direzioni di visioni più o meno concettuali. Sono percorsi che offrono sguardi polifonici, eccentricamente complessi, escursioni visuali, scatti intraprendenti, gesta pittoriche, illazioni materiche o grafiche cui si riconducono profonde riflessioni e ironici sorrisi, effimere e lievi sensazioni, o pesanti fardelli intellettuali, sofisticherie culturali, linguaggi modaioli e popolari, internazionali. Le mostre raccontano usualmente di personalità che vale la pena raccontare, di manipolazioni puntuali, ampie e costruttive del nostro mondo, attraverso le evoluzioni e le fruttuose, sensibili e concrete stravaganze delle culture visive contemporanee, legate agli sperimentalismi, alle genuine idee di un lungo e veloce secolo, da non molto trascorso. Solitamente si tratta di ricchi, affascinanti e intangibili prodotti della creatività. Solitamente. Ma accade che, alle volte, attraversando le sale, gettando un occhio qui e lì alla ricerca del quid di già conosciute opere, al di là della mostra del momento, (il museo è tutto preso dal “per-formare” una nuova collezione) lo sguardo sia rapito da altro. Alle volte la mente non si concentra sulle nuove opportunità messe a disposizione, sulle creazioni esposte momentaneamente, quanto su di un contorno che pare rinnovarsi pur essendo sempre lo stesso. Un contorno che presuppone ogni singola sala, ogni piano dell’edificio, tutto l’organismo del museo, la strada, il vicolo, il quartiere e l’intera città, fissata nella sottile vibrazione dell’aria fredda e umida di un pomeriggio invernale. Camminando lungo il corridoio di raccordo delle sale, passando per la zona dei bagni ben tenuti, avanzando tra persone attente, incuriosite, visitatori dall’espressione concentrata o vagamente distratta, anziani passanti e giovani studenti, è possibile ritrovarsi dinanzi a piccoli scomparti di vita quotidiana: basta volgere lo sguardo poco oltre i vetri delle grandi finestre.
Ma non si tratta ancora di pittoresche bancarelle natalizie, né di rubicondi venditori, né di luminarie festose o scorci di storia, di cui pure quelle vie abbondano. Si tratta di suggestioni sfumate, di piccole, piccolissime cose. Là dove gli edifici circostanti marcano da presso le pareti esterne del museo, ristretti e un po’ bui cortili si formano all’ombra dei muri, in angoli semplici e indescrivibilmente contorti. Si espandono leggere macchie di colore al di sotto di artificiali luci fioche, calde e radenti, che scompaginano superfici povere, a tratti lisce, a tratti incrostate, romanticamente fatiscenti e sgretolabili, eppure solide nella loro pluriennale storia, resistite a tanti danni, a tanto movimento, a tanti diversi tempi e a tanta bellezza, al costo di danneggiare la propria. L’uomo ha creato senza saperlo numerosi scorci d’arte nei dintorni di quelle strade. Visioni tristi e ambigue, ma traspiranti, dove le mura risuonano costantemente di un respiro simile a brezza marina, portano fuori le voci, gli odori e i suoni di dentro, trasportano quelli esterni all’interno, incuneandoli fra i pori di membrane tufacee permeabili, ammantate di sospiri, non soltanto di quelli sentimentali ed elucubranti, ma di quelli leggeri esalati da spartani momenti, normalissimi istanti di vita sentita a pieno, lì in quelle strade dove il silenzio regna al di sopra dei tanti diversi rumori raggruppati in un insonne quasi melodico amalgama, ovattato dal freddo pungente di una città sempre calda. Il fumo dei frammenti vissuti e dello scorrere del tempo di vita si condensa così in spontanee installazioni visive, dove una luce percettibile si sofferma con più costanza. Da quel tubo squadrato, in vetro, posto con il foro d’uscita a contatto dell’aria fuori della finestra, guardi un mondo che è il tuo e non lo è. Spii un nulla, un vuoto significativo come e più di quello riempito di esperienze sensoriali dal quale stai guardando. Da lì ho visto un istante perfetto. Era racchiuso sulla parete del fuligginoso palazzo di fronte, era lo schermo trasparente d’una finestra, se ben ricordo, ad un solo piano più su dell’altezza d’osservazione. Un’apertura panoramica perché lunga, a metà fra una normale finestra e una veranda. Dava su una specie di cucinino costituito da tanti particolari indefinibili da quella distanza, dettagli frammezzati da altri, singolarità spezzate, per cui la visione di un’obliqua stoviglia su di un’alta mensola veniva parzialmente oscurata dallo spigolo di un mobile in primo piano, di cui non si poteva scorgere la continuità della forma, e così via per tutti gli oggetti, da cui tanti possibili angoli visivi erano celati. Ecco che si serbava intatta la suggestione di cose che riportano a vaghi ricordi di vita passata, o totalmente sconosciute e incollocabili nella propria storia perché così prive di nitore e per questo così poeticamente amabili e affettive. Un piccolo spettacolo ove lo spettacolo sembra essersi interrotto per la completa assenza di attori e comparse. Solo oggetti, in un magnifico istante di realtà schietta, senza fronzoli precisi e puntualmente contestualizzabili. Era un’opera trasferitasi nell’appartamento che guarda al museo dal lato opposto. C’era un che di sublime, forse inspiegabile, ma innegabile. Era fatta di trepidanti corrispondenze, di naturali e densi respiri. Mi domando quanto quell’istante fosse passibile di mutevolezza con lo scorrere delle ore, della luce, delle comparse che lo avrebbero popolato. È solo per puro caso se quell’istante ha lasciato qualcosa nella mia memoria. Qualcosa che avrebbe potuto trasferirsi nella memoria di un altro. 

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