“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Mercoledì, 08 Gennaio 2014 00:00

Una doccia bollente (un racconto erotico e pulp)

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“Vattene”. La stretta si era fatta più decisa. Lei cercava di liberarsi con grazia, senza farsi troppo male. “Vattene via. Torna da dove sei venuto”. Sapeva bene quello che stava succedendo. Di nuovo, dopo anni, e lei stava quasi per cadere nella rete. Quasi. “Scusa, ma come mi hai trovata? La tua amica si è informata e ti ha mandato fin qui? Cos’è? Non trovi più nessuno in pianura e sei costretto a visitare le isole dell’oceano per avere qualche attenzione?”. Anni prima non ce l’avrebbe mai fatta a parlargli così. Invece adesso non vedeva l’ora di insultarlo come un cane. Un tempo, era lui, il cattivo. Che prendeva, lasciava, quando aveva voglia, quando gli girava, tutte suo territorio. Tutte puttane.
Eppure, una volta, le aveva anche fatto tenerezza. Aveva gli occhi verdi come il mare, profondi e tristi. Poi, un giorno, ci era caduta dentro, e si era accorta che c’era il vuoto.

“Allora?? Che cazzo ci fai qui?”. Il tono si stava alzando fastidiosamente. La gola cominciava a grattare. “Come? Non lo indovini da sola il perché...?”. Sorrideva. Che cazzo aveva da sorridere. Aveva fatto il giro di mezzo mondo per giocare agli indovinelli? “Col cazzo che te la do. Sappilo. Vattene di qui”. Due occhi verdi, piccoli e furbi la osservavano acuti. Cristo. Non vedeva un uomo da due anni. Cristo. “Vattene!”. Ormai urlava, isterica. Niente. Era sempre più vicino. Quel sorrisino. Il suo odore. Non era cambiato. Marlboro rosse. Le girava la testa. “Vattene... cazzo... vattene”. Non doveva essere stata troppo incisiva perché ormai erano faccia a faccia a meno di un centimetro. “Cos’è? Sei venuto a farti fare un pompino ai Caraibi? Nessuno te li ha più fatti come me vero? Sei un povero cretino. Neanche un pompino spunti a sto giro lo sai sì?”. Il rumore era assordante. Uno schiaffo. Secco. In faccia. Se ce l’aveva ancora una faccia. Dio che male. Forse le era schizzata via la testa. “Stronzo”. Sbam! Un altro schiaffo. Ormai non riusciva a riaprire gli occhi. Non poteva piangere. Non poteva vincere lui al primo round. “Puttana”. “Puttana tua madre”. Gli aveva riso in faccia. Doveva essere inguardabile. Lui invece era bellissimo come sempre. Che andassero a farsi fottere tutti i buoni propositi. Cristo santo erano due anni che non vedeva un uomo. Erano due anni che non vedeva il suo uomo. L’aveva presa con forza, mordendole il collo. Girata di schiena la scopava a novanta sul tavolo di cucina. Lui, bigotto com’era. Doveva aver preso qualche lezione. Il lavoro a Lugano gli aveva giovato dunque. “Mi stai facendo male!”. “Vaffanculo”. E vaffanculo sia. Il gioco era nelle sue mani. Non si sentiva più l’utero tanto la stava strattonando. “Tanto non mi fai venire, non sei capace”. Il dolore questa volta era insopportabile. Come aveva fatto a prendere quel cucchiaio di legno e a darglielo sul culo con tutta la forza, Dio solo lo sa. Stava venendo. No. Non era possibile. “Vattene! Togliti! Lasciami andare cazzo! Io ti odio lasciami! La-scia-mi!” Lui non la mollava. Più lei si divincolava più lui stringeva. E ogni volta era un colpo più forte. Assestato con più precisione. “Fatti scopare e stai zitta troia”. Ma sentilo. Il signor duro-due-minuti. Si era divincolata e indietreggiava “Hai preso lezioni di durata?”. A volte era un’adorabile faccia di cazzo. Erano di nuovo avvinghiati in una lotta di sudore e saliva. Più lo insultava più la scopava con forza. E non mollava. Era già venuta due volte e adesso lui le stava succhiando mirabilmente il clitoride. Come solo lui sapeva fare d’altra parte. ”Cristo ti vengo in bocca non smettere! Non smettere!”. Veniva a ripetizione. Due anni di astinenza erano decisamente troppi. Le dita la scavavano nel profondo e lei non riusciva più a scappare. Non ne aveva le forze. E poi non gliene fregava niente di scappare. Era piena del suo sperma. Se stava bene a lui di mangiarselo sai a lei cosa importava. Improvvisamente la lingua di lui nella sua bocca. Non si erano ancora baciati. “Non mi baciare. Mi fai schifo”. Stava per partire un altro ceffone ma qualcosa le fece capire che era ora di inginocchiarsi e rendere il favore appena ricevuto. Eh no. Col cazzo che ti spompino quando vuoi tu. Lo aveva spinto via con tutta la forza. Un rumore sordo aveva accompagnato la sua caduta a terra. “E allora? Non parli più? Cosa devo fare, saltarti in groppa e andare a cavallino sul tuo cazzo?”. Non rispondeva. “Oh! Allora?”. Aveva lo sguardo fisso nel vuoto. Un po’ più fisso del solito. Cazzo. Lo spigolo del tavolino. L’aveva preso in pieno cadendo all’indietro. “E adesso che cazzo faccio?”. Non si sentiva più le gambe e lo sperma le colava lungo le cosce. E lui era morto. Secco. Mio Dio. E adesso? Chiamare la polizia? Neanche per idea. Vaglielo a spiegare ai poliziotti dell’isola. No. Poteva seppellirlo sulla spiaggia. No. Troppo pesante. Tutto intero. Poteva farlo a pezzi. Ottima soluzione. In meno di due minuti aveva tirato giù tutte le tende scure della casa. Ma quante cazzo di finestre aveva quella maledetta casa? Camminava nervosamente su e giù per la cucina cercando di capire cosa fare. Cazzo. Aveva un morto sul pavimento del salotto. Stranamente non usciva sangue. Probabilmente lo spigolo faceva da tappo. Le serviva un catino. Stava sragionando. Il volto tra le mani. Non riusciva nemmeno a piangere. Il cuore a cento all’ora e nemmeno un calmante in casa. Ma che cazzo era venuto a fare qui? Non poteva starsene a casa sua quel cretino? Adesso le toccava ripulire. Cercando di mantenere la calma prese un catino e un sacchetto. E della segatura. La lavatrice aveva dato di matto qualche giorno prima e l’idraulico le aveva consigliato di tenere un sacco di segatura in casa. Nel caso si fosse riallagato il pavimento del bagno. O ci fosse stato un improvviso spargimento di sangue sul pavimento. Doveva vomitare. Subito. Abbracciata alla tazza del cesso. Vomitava senza sosta. Che schifo. Senza piangere. La doccia. Doveva lavarsi. Minuti eterni. Doccia bollente. Fuori c’erano circa 35 gradi all’ombra e lei faceva la doccia bollente. Il caos era totale. C’era sempre la remota possibilità di farlo a pezzi. Restava da capire con cosa. Col coltello del pane? O con l’accettina che usava per il pollo? L’acqua l’aiutava a fare chiarezza. Ci sarebbe stato il problema del sangue. Poteva trascinarlo fino in bagno, aiutandosi col tappeto. Sì, era una buona soluzione. Grazie CSI. Si era già insaponata due volte. Cristo. Lei lo amava e lui era morto sul pavimento della cucina. Lo avrebbe fatto in piccoli pezzettini. I sacchetti piccoli erano più comodi da trasportare fino alla scogliera. Le serviva la candeggina per pulire il sangue e le impronte digitali. Stava andando via di testa. Avrebbe passato il resto della vita in galera. Urlava in silenzio mentre l’acqua le scorreva sul viso bagnato di lacrime. Tremava. Piangeva. Aveva paura. La paura di chi sa che non può tornare indietro. “Tesoro? Dove sei?” L'urlo che le era appena uscito dalla bocca doveva aver svegliato l’isola intera. Lui era lì. Nudo. Fuori dalla doccia. Cazzo. Le allucinazioni. Acqua fredda subito. Non riusciva ad alzarsi. Le gambe le cedevano per la stanchezza, la paura e per il sapone che la faceva scivolare. “Tesoro, non avresti dovuto spingermi così forte, sei stata cattiva…”.

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