“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Domenica, 05 Gennaio 2014 00:00

Una vita coi piedi

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Tutti i giorni alle sette e quindici in punto usciva di casa. Dava tre mandate alla porta e controllava che lo zerbino fosse disposto parallelamente all’uscio. Se lo sorprendeva di sbieco, con piccoli movimenti del piede, cercava pazientemente di rimetterlo a posto. Era abbastanza impegnativo, perché per quanto si sforzasse di trovare un equilibrio, gli pareva sempre che il posizionamento non raggiungesse la perfezione voluta. Con fatica si liberava di quell’ossessione, almeno temporaneamente, e si avviava verso l’ascensore.  Purtroppo l’attività mattiniera nel palazzo era frenetica e quindi doveva sempre attendere qualche minuto affinché l’ascensore arrivasse al piano. Nell’attesa lo sguardo si posava sugli zerbini dei suoi vicini: tutti troppo storti! Cercava rapidamente di sistemarli come gli sembrava consono, con movimenti rapidi e furtivi del piede destro, come se stesse commettendo una qualche infrazione. Qualcuno avrebbe potuto pensare che stesse abusivamente contestando le scelte di posizione altrui, in fondo ognuno aveva il diritto di mettere i propri zerbini come meglio credeva e lui se ne rendeva conto ma non ne teneva poi molto conto. Del resto il tappetino altrui non avrebbe dovuto rovinare la mattinata a quei poveri che credevano ancora in un’etica dei posizionamenti, di cui il nostro uomo si sentiva assolutamente paladino, fiero e capace. Mentre pensava ai pro e i contro di uno zerbino obliquo era già nell’ascensore.

In una fredda mattina di Aprile si fermò al piano terra dove vide un tappetino rosso posizionato dinnanzi ad una delle tre porte blindate del pianerottolo. Sullo zerbino una scritta: “Buon Natale” . Il fatto che ci fosse un tappetino natalizio anche se di lì a poco si sarebbe celebrata la Pasqua lo disturbò profondamente. Sentì il desiderio di toccarlo con la suola della scarpa, come a prenderne possesso, allora velocemente posò il piede sulla grossa B cucita bianco su rosso.  Provò un gran sollievo, ma proprio in quel momento per sua sfortuna la porta si aprì. Ne uscì una ragazza sulla ventina, lo guardò con sospetto, in effetti l’uomo era irrimediabilmente troppo vicino alla porta. Lui ostentò una finta disinvoltura e la salutò: “Buongiorno, avevo visto una carta, mi sarò sbagliato!”. La ragazza stranita sorrise e corse via, anche lui andò via, ma non prima di aver sistemato il tappeto che la giovane aveva smosso uscendo.
Ora camminava all’aria aperta, c’era il fresco primaverile delle mattine di inizio Aprile. Si cominciavano a vedere i primi fiori sugli alberi di ciliegio che circondavano il palazzo. L’uomo aveva il controllo, tutti i tappeti visti erano posizionati al meglio, quelli non visti non esistevano.
Avrebbe ora potuto camminare liberamente, facendo finta di non vedere una carta fuori posto o una foglia sull’asfalto troppo centrale rispetto a tutto il resto del fogliame. C’erano storie per ogni posizione e mille possibili conseguenze per ognuna. Lui le decideva al momento e al momento se ne occupava, con i piedi e raramente con le mani. C’erano pezzi di vetro, rami, sassolini.
Tutto il suo mondo era collegato, un mondo finito, che ignorava tutto ciò che lo sguardo escludeva.
Anche se a volte avrebbe voluto, non poteva in alcun modo escludere dalla sua vista le persone. Quelle persone che vedeva camminare senza osservazione, che addirittura arrivavano a sfiorarsi se non a toccarsi camminando, senza conoscersi, senza  essersi mai viste prima di allora.
Guardava queste genti con fare sospetto, li biasimava per il mancato senso delle posizioni, il mancato senso del controllo, quel senso che per lui era essenza che non poteva farsi senza. Senso che dava senso al senso. Un concatenarsi di gesti votati al ritrovarsi sempre, al riconoscersi, all’esserci.
C’erano giorni in cui il suo lavoro era davvero faticoso, in cui gli zerbini gli parevano sempre troppo imperfetti, in cui non si riusciva proprio a trovare un verso giusto, una posizione adeguata. In quei giorni invidiava quegli uomini così disattenti, così noncuranti. Dietro ad un tappeto storto, immaginava ci fossero vite frettolose che non avevano il tempo di starsi a guardare, di prendersi cura dei particolari. Vite che, dentro e fuori porte blindate, basta tornare e pulirsi i piedi su un tappeto per sentirsi sicuri. Il fuori, così aperto, è niente, se non cose senza appartenenza. Lui, abituato a escludere tutto il non visto, aveva però sempre mantenuto uno sguardo d’insieme, di un relativo insieme, ma pur sempre più vasto di quelli che uscivano ed entravano svelti dalle loro vite murate.
Tra una porta e l’altra, un passo incerto e l’altro, una posizione insensata e l’altra scorrevano i giorni e arrivarono a Pasqua.
Quella mattina l’uomo, passando davanti all’appartamento da dove giorni prima aveva visto uscire quella giovane ventenne, fu costretto a soffermarsi, come tutti i giorni faceva, su quel tappeto natalizio.  Stava per spostarlo con la punta del piede quando si accorse che sulla N di Natale c’era un piccolo oggetto d’argento.
Era un cerchietto, probabilmente un orecchino. Pensò fosse della ragazza e così decise di bussare.
Ad aprirlo però fu un’altra ragazza, forse un po’ più grande di quella che facendolo vergognare lo aveva  scoperto con un piede sul Natale. Lo invitò ad entrare e lui non se lo fece ripetere, era un uomo profondamente curioso. Gli piaceva chiedersi cosa facessero le persone nel loro privato, chi fossero in realtà, oltre quello che ognuno cerca di mettere in mostra di sé. Anche lui amava, ogni tanto, fingersi qualcun altro, così per il gusto della finzione, per compiacersi del compiacimento degli altri che lo avevano creduto uno che non era, ma che poteva esistere altrove, chissà dove.
Ora però non si fingeva, stava lì, nel salone dove quella ragazza lo aveva abbandonato andando a rispondere al telefono. Doveva essersi dimenticata di lui, perché la sentiva litigare al telefono come se non fosse mai entrato.
Lui intanto aveva avuto il tempo di osservare quella piccola stanza: un divano sfatto, un televisore acceso su un canale musicale, una busta di patatine aperta, un cappello, un paio di scarpe… un tappeto! Non poteva dire se fosse ben posizionato o meno, perché non c’erano linee di riferimento, né mattonelle, né altro, solo un caotico insieme d’oggetti che solo essendo insieme poteva avere un senso. Si rese conto che stranamente quel tappeto pareva essere nell’unica posizione possibile, l’unica che avrebbe potuto essere giusta. Gli parve che nonostante sembrasse tutto finito lì per caso, ogni cosa si reggesse e si completasse perfettamente.
Mentre era assorto in quei pensieri e fissava il tappeto, arrivò in stanza la ragazza che aveva visto giorni prima.
“Salve!”
“Salve, ho trovato questo”, fece mostrandogli il cerchietto.
“Ah grazie, è mio, deve essermi caduto stanotte. È stato gentile”.
“Di niente, si figuri.” Rispose mentre cercava, senza dare nell’occhio, di guardare ancora una volta quel tappeto. Non doveva aver fatto un buon lavoro, visto che la ragazza, come se fosse la cosa più normale del mondo, chiese: “ Le piacciono i tappeti, vero?”
L’uomo arrossì, “Le pare?”
“Beh sa, anche l’altra volta… non si preoccupi, ogni tanto mi fermo a contare le mattonelle, ovunque io sia”.
Lei sorrise. Sorrise anche lui.
“Allora Buona Pasqua”
“Buona Pasqua!”.
L’uomo uscì. Richiudendo la porta dietro di sé, si accorse di aver inavvertitamente spostato lo zerbino precedentemente sistemato. Pensò che ogni fuori ha un proprio dentro da considerare, così solo per quella volta decise di non intervenire. Andò a fare una passeggiata. C’era il sole, ma faceva freddo. Sembrava Dicembre, sembrava quasi Natale.

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