“Duro? No. Sono fragile invece, mi creda. Ed è la certezza della mia fragilità che mi porta a sottrarmi ai legami. Se mi abbandono, se mi lascio catturare, sono perduto”

José Saramago

Lunedì, 23 Dicembre 2013 00:00

Il cigno di Utrecht

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Il buon Marco giunse in Italia in sordina. Era il calciomercato 1987-’88, l’anno prima il Napoli aveva vinto scudetto e coppa italia. Nel Napoli c’era Diego, il più forte di tutti, ma c’erano anche altri che quasi quasi potevano vincere senza di Lui, e dico quasi, perché si sa che dopo Diego il Napoli non ha vinto più nulla per oltre vent’anni. Ma questa è un’altra storia.

Dall’altra parte dell’Italia c’era il Milan che da poco più di un anno aveva un presidente che era uno dei più ricchi al mondo e che nel belpaese avrebbe fatto tutto. Per ora era solo un imprenditore facoltoso che stava rivoluzionando il modo di fare televisione più altre cose meno interessanti. Questo piccolo grande uomo per la stagione 1987-’88 decise di affidare il Milan a un allenatore che non ancora aveva fatto nulla di rilevante, - uno che a un certo punto della sua carriera avrebbe addirittura rivoluzionato il senso della formula cul-de-sac, - e allo stesso tempo aveva messo a segno il colpo più clamoroso del mercato prendendo l’olandese con le treccine dal PSV Eindhoven per 11 miliardi. Si chiamava Ruud, e in quel 1987 avrebbe vinto il pallone d’oro.
Insieme a Ruud giunse in Italia in punta di piedi il buon Marco, costato appena un miliardo e settecento milioni, cifra sborsata secondo parametro uefa perché il centravanti dell’Ajax era in scadenza di contratto.
Lo stesso anno tra le figurine panini apparvero, nelle ultime pagine dell’album, sezione coppe europee, il buitre che avrebbe fatto piangere Napoli, il maradona dei carpazi e altra gente ma soprattutto il possente lothar che l’anno dopo avrebbe fatto grande l’inter e che nel 1987-’88 si fregiava della maglietta rossa del Bayern di Monaco con, sul petto, l’icona del nostro amato commodore 64. Noi eravamo piccoli e maschi e giocavamo a pallone e col commodore 64. Tifavamo quasi tutti Napoli. E quell’anno qualcuno ci disse che Ruud era più forte di Diego.
Nel frattempo c’era Marco. L’anno prima aveva subito un grave infortunio alla caviglia sinistra. A inizio campionato subì un grave infortunio alla caviglia destra. Il Napoli si insediò presto al primo posto in classifica e vinceva sempre: lo scudetto quest’anno è del Napoli! Marco è un bidone! Tutto troppo ovvio.
Poi, dopo sei mesi, Marco ritornò. Alla 25° giornata subentrò, a inizio ripresa, e segnò il gol vittoria contro l’Empoli. Il Milan era -4 dal Napoli. Poi, alla 28°, partendo sempre dalla panchina, segnò il gol del 3 a 1 al san paolo nello scontro diretto (finito 3-2, tra gli applausi dei tifosi partenopei) in cui il Milan sorpassò in classifica il Napoli in piena crisi e si avviò alla conquista dello scudetto.
Noi ci rimanemmo. Ci giunse voce che il Napoli aveva perso lo scudetto solo perché se l’era venduto. Ci volemmo credere. Per fortuna eravamo bambini, e allora quel campionato così strano lo dimenticammo in fretta e neanche della triste sconfitta in coppa campioni contro il Real Madrid del buitre rimase traccia.
Marco intanto cominciò i campionati europei tedeschi dell’’88 in panchina. C’era Johnny Bosman davanti a lui, compagno di squadra nell’Ajax, rivale in nazionale. L’Olanda steccò la prima con l’Unione Sovietica, e alla seconda si giocava la qualificazione con l’Inghilterra. Brutta situazione. E qui subentra Marco. Partì titolare contro gli inglesi e fece tre gol. Poi in semifinale decise a due minuti dalla fine la difficile partita contro la Germania Ovest. E in finale ci fu di nuovo l’URSS. È qui che nasce la leggenda. Marco segnò il gol del 2 a 0, dopo quello di Ruud. Ma il suo fu un gol destinato a rimanere nell’immaginario calcistico collettivo come uno dei più belli della storia. Inutile parlarne, lo conosciamo tutti. È quel famoso gol in cui, per dirla con Pizzul, si coordina e lascia partire uno stupendo tiro che batte Dasayev (http://www.youtube.com/watch?v=D0U3pT-icnk).
Nel 1988 Marco vinse il pallone d’oro. Ne avrebbe vinti altri due.
Da allora in poi, per anni, fu considerato l’attaccante più forte al mondo. Proprio lui, il cigno di Utrecht, che nel suo primo campionato italiano aveva segnato appena 3 reti in 11 partite. Era alto, slanciato, elegante, dal fiuto del gol straordinario e dalla tecnica sopraffina.
Da allora il mio migliore amico, Matteo, che giocava in attacco, iniziò a calciare i rigori come Marco: rincorsa lunga, salto, scatto e tiro. Matteo tifava Napoli. E la sua vita è stata proprio come quei rigori: rincorsa lunga, salto, scatto e tiro. Lui è stato bravo, ha fatto quasi sempre gol.
Anche Marco, fino all’ultimo, è stato bravo. Su di lui non è pesata l’ombra del declino. La sua storia, infatti, si ferma di colpo: nel 1993 l’attaccante più forte della storia ha ceduto al suo unico punto debole: le caviglie.
Carmelo Bene fu autore dell’epitaffio:
Il lutto per il suo ritiro anticipato non si è estinto e mai si estinguerà.

PS: pubblicato il 18 giugno 2012 sul blog www.scrittoriprecari.wordpress.com

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