“La memoria è una forma di coraggio”

Jean Vilar

Lunedì, 16 Dicembre 2013 00:00

Ultras

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Mi chiamo Sergio, ai fini del racconto il cognome non è un fatto rilevante.
Sono uno studente di giurisprudenza all’ultimo anno e nemmeno questo è un fatto rilevante.
Mio padre è primario di cardiologia in un noto ospedale napoletano, mia madre insegna lettere e filosofia in un importante liceo classico napoletano, ma questi pure sono dettagli del tutto irrilevanti.
Sono fidanzato con Silvia da tre anni; una volta abbiamo creduto che lei aspettasse un figlio, ma l’allarme è rientrato, acqua passata.
No, non c’entra niente con quello di cui vi voglio parlare neanche questo, e non vi voglio parlare neanche della mia mini cooper, della moto, del mio cavallo, dei locali che frequento, degli aperitivi, della cena di Natale, di casa mia.
Niente di tutto questo.

Una volta ho fatto il cammino di Santiago per ritrovare me stesso, ma non ho trovato niente, solo piedi puzzolenti e vesciche gonfie d’acqua.
Poi una volta, quando avevo 18 anni, papà mi ha regalato un biglietto dello stadio di tribuna che gli aveva regalato un suo cliente e, dalla tribuna, ho scoperto la curva A.
Adesso di anni ne ho 28, e di che cosa sono nella vita ne sono più che certo: sono un ultras.
Quando sei un ultras, pure a farti una chiavata devi fare presto.
“Ammò mo te ne devi andare a casa, sono le 2 e ci sta il gruppo che mi sta aspettando”.
Non finisco, ma non importa.
Non fare tardi, è mentalità anche quella.
Rispetto chiama rispetto, fratello chiama fratello, solo la violenza chiama violenza, contrariamente a quello che le testate giornalistiche omologate vogliono far credere, certo, la violenza sbattuta in prima pagina chiama denaro, e anche il bigottismo e la moralità.
Ognuno riceve quello che dà, semplice.
Il gruppo è famiglia, è aggregazione, vita.
Io sarò loro per sempre e loro saranno me, con me e per me, sempre, ogni maledetta domenica, ogni maledettissima trasferta, ogni giorno, minuto, attimo della settimana nell’attesa di quel momento.
E non importa troppo se non conosco nomi e cognomi di tutti, che fanno nella vita, ognuno di loro è mio fratello.
Un fratello di sangue non è sangue che nasce, è sangue che si versa.
Ci vediamo alle 2 e mezza sotto al centro direzionale, dobbiamo fare gli striscioni e preparare i cori, ma non diamo fastidio a nessuno e vogliamo stare da soli, non essere rotti il cazzo e non rompere il cazzo.
Domenica ci sta la Juve, ci dobbiamo preparare bene, lo sappiamo che in mezzo a noi ci saranno quelli che si mettono la sciarpetta del Napoli per nascondersi, per mimetizzare la loro anima bianconera.
Non ci riusciranno mai, un tifoso del Napoli lo riconosci dalla fierezza dello sguardo, dalla passione con cui incita la propria squadra.
Niente vessilli per noi, niente colori, la nostra passione si legge in faccia.
Dovranno tremare di noi, del nostro amore, della nostra voce, del nostro battere le mani insieme, della nostra mente e del nostro cuore, uno, azzurro.
Il San Paolo è casa mia, fa venire la pelle d’oca, ci sono troppi che pensano di stare al cinema, si portano la marenna, si mettono a parlare al telefono con la fidanzata, parlano dei cazzi loro tutto il tempo.
Perché venite allo stadio, perché?
Perché è domenica e non tenete niente altro da fare?
Per dimostrare a voi stessi che siete tifosi del Napoli?
Perché c’è la Juventus?
Per farvi le fotografie da mettere sopra a facebook per dimostrare agli altri che siete tifosi del Napoli?
Per fare i cori per inneggiare giocatori che si metteranno a correre appresso ai milioni?
Tifosi occasionali di merda, adesso state qua perché siamo forti, perché lottiamo per qualcosa, dove stavate quando siamo andati a Gela, a Massa Carrara, a Sassari?
Noi pure c’eravamo e lottavamo soltanto per la nostra identità, la nostra dignità.
Mi chiamo Sergio Colamatteo, rettore di giurisprudenza, 78 anni, 3 figli, 5 nipoti e un collaboratore domestico che mi accompagna, tribuna d’onore n°321, sono ancora qua, dopo sessanta anni c’è ancora Napoli – Juve, mi volto verso quella curva che tuona, mi alzo all’impiedi, sollevo le braccia verso il cielo e inizio a cantare insieme a loro.
Non ne conosco nemmeno uno, ma non importa, ognuno di loro è mio figlio.
Chi è stato ultras una volta lo è per sempre.



Tonino Porzio, nato a Napoli nel 1983, ha pubblicato il seguente romanzo: L’oceano in un bicchiere (Ad est dell’equatore, 2012).
Suoi racconti sono presenti nelle antologie: Fuoco sulla città! (Ad est dell’equatore, 2013); Una storia azzurrissima (Rogiosi, 2013).


PS: la foto di copertina è di Paolo Visone.

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