"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Lunedì, 04 Novembre 2013 01:00

Belgio

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La mia famiglia vive in Belgio ormai da due generazioni. I miei nonni lasciarono Metz in seguito a una serie di investimenti sbagliati che li mandarono sul lastrico. Infilarono nella valigia poche cose e un mucchietto di dolore, che ancora in tarda età era nella loro voce e nella posizione dei corpi quando tornavano a sera dal lavoro e sedevano a tavola per la cena. È stata molto dura, come per tutti quelli che cercano lontano dalla propria casa e dai propri affetti una vita migliore. Il mio sogno invece dura da quando avevo undici anni. Forse si sta realizzando. Non vorrei svegliarmi e scoprire che è stato solo un sogno. Fino a poco tempo fa ero un dilettante, la polvere dei campi mi entrava di continuo negli occhi, ho avuto una forte congiuntivite per questo motivo. E invece fra qualche giorno partirò in ritiro per cercare di conquistare un posto in Coppa Uefa.

A undici anni avevo un solo grande amore: il pallone. Ma giocare a calcio in un piccolo paesino belga non è facile. Giocavo con ragazzi più grandi per dimostrare che ero in gamba e senza paura. Cercavo di continuo il tunnel e il pallonetto per far vedere che ero il più bravo, per quanto piccolo. Ho preso tanti calci dagli amici di mio fratello che, invidiosi della mia bravura, per fermarmi ricorrevano di continuo al fallo; ho ancora sulle ginocchia e sulle caviglie le cicatrici dei loro calci. Ma io non piangevo, per quanto ne avessi voglia, non mi andava di dimostrare che ero debole, mi rialzavo e cominciavo a giocare come se nulla fosse, pure se zoppicavo.
In televisione vedevo grandi campioni come Ceulemans o Rummenigge e immaginavo di fare cose simili a quelle fatte da loro. Un pomeriggio, dopo aver fatto i compiti altrimenti mia mamma non mi avrebbe fatto uscire, feci una partita strepitosa, io avevo tredici anni e gli altri non meno di sedici. Scivolavo sulla fascia sinistra con eleganza e potenza, saltavo l’avversario, mettevo la palla al centro con tagli all’inglese. Davvero impressionante. Quando cercarono di farmi male, saltai tutti i tentativi, mi sembrava di avere in corpo lo spirito dei grandi. E da quel momento molti dicevano che ci sapevo fare con il pallone, mio padre mi ripeteva quasi tutti i giorni che se volevo davvero fare il calciatore, avrei dovuto provare in Italia o in Inghilterra.
A venti anni, dopo essermi diplomato in tecnico turistico, salii su un aereo e venni in Italia. Per fortuna ho ancora un cugino a Varese, sposato a un’italiana, altrimenti non so proprio come avrei potuto arrangiarmi i primi tempi. Mi presentavo in vari campi, chiedendo di farmi un provino, ma molti rifiutavano o mi regalavano la maglia con i colori sociali. Riuscii, dopo tre quattro mesi, a provare per il M. Le solite frasi di circostanza, ma non venni preso. Mi andò meglio con il V., dove rimasi per l’intero campionato disputando un buon numero di partite, e da lì passai al Me., una squadra di buona levatura e con grandi ambizioni, che però alla fine retrocesse e mi lasciò senza contratto. Difficile per un ragazzo belga fare fortuna da queste parti, mi dissi.
L’occasione si presentò tre anni fa quando venni chiamato dal L. Durò poco. Dopo un mese mezzo mi fecero sapere che non servivo, proprio così, senza mezzi termini, come fossi un ferro da stiro rotto o un paio di scarpe consumate. Il mister mi disse che c’erano già  sette centrocampisti e un ottavo proprio non serviva, inutile insistere e pagare uno stipendio, per quanto minimo, che pesava sulle magre casse della società. Quando me lo comunicò si era ormai alla fine di gennaio. Impossibile trovare squadra in quel periodo, soprattutto se nessuno ti conosce. Per una decina di giorni mi allenai da solo. Sapevo che in Italia esisteva la nazionale dei disoccupati, per lo più vecchi giocatori in attesa di un’ultima possibilità. Entrai in contatto con uno di loro, mi informò che si radunavano in estate, si divertivano parecchio ma dietro le risate si nascondeva lo squallore del declino e la paura di essere inghiottiti nel nulla. Provai angoscia, eppure si trattava di un calciatore di alto livello, uno che aveva fatto parte anche del giro della Nazionale maggiore italiana, mi chiedevo che senso avesse cercare un ingaggio a trentasei anni quando aveva guadagnato danaro e fama. Io non mi sarei mai abbassato, se fossi stato lui, a elemosinare spiccioli di partite.
Comunque i miei allenamenti solitari durarono poco, per fortuna. Accettai di firmare per il S. B. Per quattro anni ho giocato lì, con discreti risultati, tanto da essere paragonato a Cabrini per le movenze. Mi trovavo bene in quel paese che aveva un lago e un mare, la gente mi voleva bene e mi trattava come uno di loro. Fino al 5 giugno quando mi ha cercato il B. A 26 anni non credevo che potesse capitarmi una cosa così inaspettata. Meravigliosa. Stavo sistemando le scarpette nel borsone quando il preparatore atletico, Giorgio Dorner, mi mette la mano sulla spalla e mi guarda sorridendo. Non capivo, credevo intendesse invitarmi a cena per quella sera, eravamo infatti soliti andare a mangiare in un ristorante su uno splendido promontorio. Quando mi comunicò la mia cessione al B., lo presi per uno scherzo, Dorner ne faceva diversi. Soltanto la telefonata che ricevetti una decina di minuti dopo mi convinse che era tutto vero. Le gambe mi tremavano per l’emozione, piansi. Dorner si rammaricò del fatto che non avrebbe più potuto prendere lezione di francese da me, gli dissi che non era un problema, tanto era così lento che nel frattempo la lingua sarebbe del tutto cambiata. Non vedo l’ora di andare in ritiro e di giocare la prima partita. Giocherò l’Intertoto, e anche questo è un sogno. Spero che mi venga offerta l’opportunità. Se il B. mi ha fatto seguire e ha deciso di prendermi, si vede che in me ha visto qualcosa di buono. Sono uno che corre molto e non mi tiro mai indietro. In casi di necessità, mi adatto a fare anche il mediano, ho passato anni in palestra a rafforzare il mio fisico che da ragazzo era gracilino. Ho una fidanzata che vive in Belgio, presto mi raggiungerà e ci sposeremo entro la metà del prossimo anno. Era già stabilito, ma mi verrebbe voglia di entrare in chiesa con la maglietta del B. Purtroppo il prete non me lo permetterà. Corinne è fiamminga, in passato è stata miss Università e oggi lavora in una ditta di import export. Farò nascere i miei figli in Italia, voglio che amino la terra che ha permesso al loro padre di realizzare i suoi sogni. Conserverò le foto che Corinne scatterà in ogni partita, saranno come quelle della prima comunione o del battesimo. Io sono molto cattolico e ringrazio Dio dei giorni che mi sta facendo vivere. Sono una persona umile, che sa aspettare. Non bevo e non fumo. Preferisco stare in famiglia, che in questo momento è mio fratello, mi fa da procuratore e non ha intenzione di mettere la testa a posto. L’accordo è triennale, con opzione per il quarto. So che c’è molta diffidenza verso i calciatori belgi, però vorrei ricordare che qui da voi gli inglesi e gli spagnoli non hanno mai avuto molta fortuna. Ma non mi spavento. Datemi del tempo e imparerete a conoscere Blanchard. Sono convinto di poter far bene, e non lo dico per presunzione, devo solo imparare e migliorarmi e ne ho una gran voglia. Non prometto niente, tranne l’impegno e il desiderio di onorare la maglia che indosso. Sarà come una seconda pelle per me. E non deluderò. Lo giuro.

Al termine del precampionato Didier Blanchard viene ceduto a titolo definitivo a una squadra di serie C1. Dopo soli tre mesi, il calciatore belga, stufo di fare panchina, decide di raggiungere il presidente del B. per cercare di convincerlo a reingaggiarlo a stipendio dimezzato e in prestito. Poco prima dell’alba, l’auto di Blanchard si schianta a forte velocità contro un cancello, il calciatore muore sul colpo. Oggi è sepolto nel cimitero di L., in Belgio.



Davide Morganti, nato a Napoli nel 1965, ha pubblicato i seguenti titoli: Cedolario dei fuochi di Amerigo Vargas (Graus, 2004); Moremò (Avagliano, 2006); L’asciutto e la marea (Gremese, 2008); Caina (Fandango, 2009); Tre volte 10 (Ad est dell’equatore, 2012). Suoi racconti sono presenti in diverse antologie: Disertori. Sud: racconti dalla frontiera (Einaudi, 2000); I superdotati (Ad est dell’equatore, 2009); Presente indicativo (Ad est dell’equatore, 2010).

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