“La sofferenza, il dolore sono l’inevitabile dovere di una coscienza generosa e d’un cuore profondo. Gli uomini veramente grandi, credo, debbono provare su questa terra una grande tristezza”

Fëdor Michajlovič Dostoevskij

Sabato, 09 Novembre 2013 01:00

Non c’è altezza che non abbia al di sopra di sé qualcosa di più alto

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L’appartamento di Luca era al piano terra e aveva un solo balcone, molto piccolo, che dava nel cortile di un palazzo anni Sessanta. Al di là del cortile c’era un palazzo di un piano più basso sul cui ingresso campeggiava una targa dorata con una scritta nera: SCALA B. A destra un pesco spoglio.  Ogni giorno Luca si affacciava al balcone e pensava che non avrebbe potuto buttarsi giù, gli era sta negata anche la possibilità di scegliere. Tristemente guardava la scritta che gli si presentava davanti e il suo pensiero andava alle scale: le odiava! Odiava quella scritta ed odiava quel palazzo che gli precludeva l’orizzonte. Se almeno non avesse odiato le scale, avrebbe potuto andare più in alto, ma odiava le altezze e si sa che ogni gradino porta con sé il peso di un’altezza.
Matteo abitava all’ultimo piano, il quinto. La sua camera aveva una finestra dalla quale guardando giù vedeva il balcone di Luca e davanti a sé, tra le decine di palazzi, ogni tanto faceva capolino l’orizzonte.

Apriva di rado la sua finestra e passava i suoi giorni in casa ad osservare il mondo senza volerlo ascoltare. Matteo detestava i rumori esterni e si stava lentamente convincendo di poterne fare a meno. Ormai conosceva le abitudini di tutti gli inquilini delle due scale. Attraverso i loro movimenti riusciva a capire cosa stessero per fare, quali fossero i loro stati d’animo e a volte gli pareva di riuscire a cogliere anche cosa stessero dicendo. A cosa sarebbe servito aggiungere del rumore a tutta quella chiarezza?
Matteo non usciva mai di casa e rifiutava il contatto con le altre persone. Viveva solo con sua madre e quando qualcuno andava a trovarli lui si chiudeva nella sua stanza e, indossate le cuffie attaccate ad un piccolo stereo, si lasciava escludere dalle note di Bach, mentre fuori dalla finestra la SCALA B si imponeva sulla scena e dirigeva un’orchestra di palazzi verso l’orizzonte. Spesso gli capitava di sognare che quei palazzi divenissero di lana e lo avvolgessero fino a fargli sentire caldo, troppo caldo, fino a togliergli il respiro.
Una mattina d’inizio primavera Luca appena sveglio si affacciò al balcone e sospirando constatò che l’odiata scritta era ancora lì e il pesco non aveva ancora messo un fiore, forse non ne avrebbe fatti quell’anno. Guardò in su e vide Matteo con lo sguardo rapito da un davanti che lui poteva solo cercare di immaginare. Se solo fosse nato qualche piano più su. Sospirò.
Matteo stava aspettando la primavera da tanto tempo ed ora che era arrivata non sapeva che farsene. Il pesco non era in fiore, non ancora. Quel giorno, all’improvviso, la sua attenzione fu catturata dal rumore di qualcosa che aveva colpito il vetro della finestra. Non capì. Accadde di nuovo. Questa volta era riuscito a capire che a colpire il vetro era stata una piccola pietra. Veniva dal basso. Guardò giù e vide Luca. Non era la prima volta che notava quel ragazzo moro dall’aria triste, ma non era mai accaduto che la sua attenzione venisse ricambiata in qualche modo. Rise. Decise che non gli sarebbe importato. Guardò altrove, il sole era alto e gli bruciarono gli occhi, un altro sasso sulla finestra. Era decisamente infastidito, i palazzi sanno essere opprimenti ma le persone possono fare di peggio, le persone sono imprevedibili, sono insistenti, le persone sono mobili.
Ancora una pietra. Matteo ci pensò un attimo e, per una ragione che non si sapeva spiegare, aprì la finestra. Fissò Luca negli occhi per quelli che gli parvero interminabili istanti. I rumori di fuori gli facevano girare la testa, gli pareva di essere una bolla di sapone che prima o poi sarebbe scoppiata. Richiuse velocemente la finestra e si stese sul letto cercando di respirare profondamente.
Luca vide la finestra richiudersi e per un attimo pensò di tirare un’altra pietra, avrebbe voluto sfondare quel maledettissimo vetro. Non lo fece, guardò il terreno e maledisse qual ragazzino biondo nato così in alto da poter vedere oltre. Rientrò, si stese sul letto e cercò di respirare profondamente.
Il giorno seguente pioveva e Matteo non sapeva che farsene di tutta quella pioggia, gli sembrava di non poter vedere neanche i palazzi che aveva di fronte e a tratti era quasi un sollievo, ma per altri lunghi tratti percepiva tutto così inutile, senza prospettiva. Sul pesco gli pareva fosse nata qualche foglia.
Luca avrebbe voluto uscire sul balcone ma non voleva bagnarsi. Si limitò a guardare attraverso i vetri della finestra. Solo acqua e per fortuna nessuna scritta riusciva a scorgersi. Gli pareva che il pesco avesse messo una foglia, ma la pioggia stava per farla cadere: la pioggia dà la pioggia toglie, pensò con amarezza. Piovve tutto il giorno e anche la sera continuò, non accadde nulla di rilevante, Luca era triste e Matteo pure.
La mattina seguente era domenica e la pioggia scendeva ancora, ma con una minore intensità. Matteo constatò che i palazzi erano ancora al loro posto e provò una fortissima frustrazione. Avrebbe voluto saltare sul tetto che aveva davanti e poi andare di tetto in tetto verso quella linea chiamata orizzonte e vedere fino a dove si sarebbe potuto spingere.
Luca quella mattina pensò che la SCALA B si stesse prendendo gioco di lui e come se non bastasse il pesco era nuovamente spoglio. Avrebbe voluto urlare così forte che le nuvole sarebbero esplose e tutti i palazzi sarebbero venuti giù e tutti sarebbero stati costretti alla stessa altezza. Tuonò e gli parve il monito per essersi concesso un desiderio troppo grande. L’incedere della pioggia accompagnò il passare delle ore fino a dopo pranzo.
Matteo aveva imparato che nel primo pomeriggio della domenica le palazzine solitamente erano quasi deserte e regnava una calma tale che ogni tanto riusciva anche ad aprire la finestra e a lasciare che l’aria fresca lo riconciliasse con l’esterno. Era una sensazione temporanea, ma indescrivibile, gli pareva di volare, non come una bolla di sapone, ma come un uccello, con una beata consapevolezza.
Anche quel pomeriggio provò quella sensazione e con la testa che sporgeva dalla finestra fece dei grandi respiri con la bocca, come a voler mangiare l’aria, come se dovesse incamerare tutta quella necessaria a sopravvivere un’altra settimana.
Luca approfittò della fine della pioggia per ritornare sul suo balcone. Gli pareva che quella scritta lo sfidasse. Istintivamente guardò su e vide quel dannatissimo ragazzo biondo. Lo scrutò e dal basso gli parve voler mangiare le nuvole. Rise. Se avesse lanciato una pietra gli avrebbe fatto del male e nonostante tutto non gli pareva il caso. Ci pensò un attimo e poi esordì: “Ehi tu!”. Matteo trasalì e avrebbe voluto richiudere la finestra ma si sentiva come paralizzato. Fissò l’altro con un’intensità tale che Luca pensò che in quegli occhi ci fosse la strada per chissà quale universo parallelo.
Matteo non avrebbe voluto parlare, ma la voce andò per conto proprio: “Cosa vuoi?”
Luca pensò che l’altro fosse stato quantomeno scortese, ma non lo sottolineò e chiese: “Cosa vedi da lassù?”
Matteo la ritenne una domanda alquanto bizzarra. Quelle rare volte che gli erano state rivolte delle domande dai rari visitatori della casa si era sempre rifiutato di rispondere. Le domande erano sempre così personali che sarebbe stato difficile elaborare risposte che potessero escludere la possibilità di ricevere altre domande. Questa volta la domanda non lo riguardava direttamente e aveva una risposta davvero semplice: “Tetti, palazzi, a tratti l’orizzonte”. Avrebbe voluto chiedere il perché di quella domanda, ma aveva paura che alla risposta sarebbe dovuta seguire un’altra domanda. Proprio non amava fare domande.
Luca rifletté un attimo e poi continuò: “Sei davvero fortunato, vorrei essere i tuoi occhi”. Matteo non capì ma pensò che i suoi occhi non fossero poi così felici. Luca parlò ancora (maledettissimo chiacchierone!): “Vorrei vedere e poter decidere di andare… oltre… tu puoi andare quando vuoi”. Sospirò.
Matteo sentì la rabbia salirgli su per il viso e avrebbe voluto sbattere la finestra in faccia a quella chiacchierata e non aprirla mai più. Ma sentì di dover dire qualcosa e lo fece: “Io dovrei poter volare per andare, come gli uccelli… a volte non riesco neanche a camminare”. La sua voce tremava così tanto che cominciò a tremare anche lui. Chiuse la finestra.
Luca restò per un po’ a fissare la finestra ed ebbe modo di riflettere sulla risposta di quello strano ragazzo a cui piaceva mangiare le nuvole. Aveva sempre creduto che stare più in alto gli sarebbe bastato, ma quanto più in alto? Provò compassione per quel biondo, stranamente non era arrabbiato e probabilmente avrebbe fatto comunque volentieri a cambio. Se solo non fosse stato così difficile salire. “Essere un uccello…” sorrise, che assurdità! La settimana dopo il tempo era sereno e i giorni passarono senza che i due si degnassero di uno sguardo, si degnarono però di qualche pensiero.
Luca tra la notte di mercoledì e giovedì sentì il desiderio di parlare con il ragazzo della finestra, ma non fece nulla. Venerdì però pensò che avrebbe dovuto fare un passo. Guardò sulla mensola sopra la scrivania che aveva in camera, c’era un elicottero telecomandato che gli era stato regalato, ma che non aveva mai utilizzato. Ebbe un’idea. Prese un foglio di carta e vi scrisse la cosa a cui pensava da anni. Chiese alla donna di servizio di mandare l’elicottero e il biglietto al ragazzo biondo dell’ultimo piano.
Matteo dopo quella domenica non aveva più aperto la finestra e non vi si era avvicinato, aveva passato la maggior parte delle giornate steso sul suo letto a riflettere. Non avrebbe dovuto rispondere a quell’impertinente ragazzo moro! Si chiedeva se la domenica seguente sarebbe riuscito a comportarsi normalmente, se sarebbe riuscito a prendere la sua dose d’aria. Il venerdì pomeriggio sentì suonare il campanello della porta e come era solito fare accese lo stereo ed indossò le cuffie. Dopo cinque minuti vide la porta della sua camera aprirsi e si sentì sprofondare nel letto. Vide sua madre con qualcosa in mano, cominciò a riemergere dal materasso. Lei disse qualcosa che lui non sentì e poggio un piccolo elicottero sulla scrivania della camera. Andò via. Matteo restò steso a fissare il soffitto. Solo dopo cena lasciò cadere lo sguardo su quell’oggetto. Notò un biglietto, non aveva la forza di leggerlo. Lasciò perdere.
La mattina seguente il sole c’era ma c’erano anche le nuvole. Matteo si avvicinò al biglietto, non sapeva che fare. Era curioso, ma aveva paura, però un biglietto non può essere nulla paragonato ad una persona in carne e ossa, così affannando lo aprì. C’era scritta una sola parola: Oltre.
Era stupito, quasi tramortito, aveva capito che quell’oggetto gli era stato mandato dall’Impertinente. Per un attimo si sorprese a sorridere, ma ripristinò la normalità lasciando cadere il biglietto in terra e rituffandosi sul letto a guardare il soffitto.
Quel sabato mattina Luca andò sul balcone fiducioso ma la scritta lo guardava ancora. Guardò su e il biondo non c’era. Tornò dentro lasciandosi andare ad un sorriso amaro, era triste, di nuovo. Decise che per quel giorno non avrebbe più messo piede su quel dannatissimo balcone.
La sera Matteo riuscì ad avvicinarsi alla finestra, il cielo era sereno e il sole stava tramontando. Provò una strana pace. Nel cortile c’era solo un bambino, avrà avuto dieci anni. Lo vide sgattaiolare dietro un’auto e avvicinarsi ad un monovolume nero. Lo vide percorrere l’intero mezzo dal muso al cofano. Quando la macchina fu interamente visibile vi era comparsa una riga bianca. Rise di gusto. Ebbe un’idea, ma per realizzarla avrebbe dovuto aprire la finestra. Doveva pensarci, ma il bambino sarebbe andato via, così decise di rischiare. Aprì la dannatissima finestra e fischiò per attirare l’attenzione del bimbo. Questo lo guardò così Matteo gli fece un segno per chiedergli di aspettare un attimo lì. Il bambino annuì. Il ragazzo prese un foglietto su cui scrisse poche parole in stampatello sperando che il bambino sapesse leggere. Prese un vecchio e pesante fermacarte e vi arrotolò il foglio intorno, dopodiché lo lasciò cadere nelle vicinanze del bambino. Il bambino srotolò il foglietto e cominciò a leggere. Ci mise un po’, ma alla fine capì. Intanto Matteo aveva preparato un altro foglietto e lo aveva avvolto attorno ad un rotolo di scotch. Lasciò cadere anche quello. Il bambino lo raccolse una volta che ebbe raggiunto terra e seguì le istruzioni ricevute con il primo biglietto.
Matteo tremava ancora, ma sentiva di avere uno scopo, che quel tremore avesse finalmente un senso. Aspettò che il bambino portasse a termine il suo compito e richiuse la finestra. Era stato terribilmente stancante. Si stese. Le stelle sembravano sorridergli, comunque non riuscì a dormire molto.
La mattina molto presto Luca vide che il sole stava sorgendo ed ebbe la strana sensazione che quella sarebbe stata una domenica serena. Si affacciò al balcone, guardò la finestra del biondo, ma lui non c’era ancora, chissà se si sarebbe fatto vedere quel piccolo ingrato! Luca amava l’aria del primo mattino, portatrice di una rara purezza. Con riluttanza guardò davanti a sé. All’inizio pensò di non essersi mai svegliato, ma i suoi sogni non erano mai stati così sorprendenti. L’odiata scritta non era lì, o per meglio dire non si vedeva. Sulla targa dorata era stato attaccato un foglietto con su scritta una sola parola: “ORIZZONTE”. Luca ci mise poco a capire di cosa si trattasse, era il ringraziamento di quel maledettissimo ragazzino biondo. Sorrise. Respirò profondamente, non si sentiva più triste.
Dopo pranzo Matteo decise che era venuto il momento di provare a provare. Prese l’elicottero e lo mise in moto nella sua stanza, funzionava. Aprì la finestra, guardò il sole e poggiò l’oggetto sul davanzale. Mangiò una nuvola e finalmente lo fece volare.
Luca lo stava a guardare e per un attimo ebbe paura che quel volo potesse rivelarsi un completo fallimento. Chiuse gli occhi e strinse i pugni. Quando li riaprì l’elicottero si stava per posare sul tetto della SCALA B, ora ORIZZONTE. Matteo guardò giu. I due si fissarono, entrambi sorrisero.
Il sole era a sud ovest, tutto intorno il silenzio di una domenica serena, il pesco aveva messo i suoi primi fiori.

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