“E quando pensate di tornare? dissi io. Loro si strinsero nelle spalle. Chi lo sa, María, dissero. Non li avevo mai visti così belli. Li avrei baciati tutti e due, e non so perché non lo feci, sarei andata a letto con tutti e due, a scopare fino a perdere i sensi, e poi a guardarli dormire e poi di nuovo a scopare, ci pensai davvero, se cercassimo un albergo, se ci chiudessimo in una stanza buia, senza limiti di tempo, se io li spoglio e loro spogliano me, tutto si sistemerà, la pazzia di mio padre, l’automobile perduta, la tristezza e l’energia che provavo e che di momento in momento sembravano asfissiarmi. Ma non dissi niente”

Roberto Bolaño

Mercoledì, 30 Ottobre 2013 01:00

18 giugno

Scritto da 

Avrei voglia di uscire stasera. Giusto per andare a letto con lo stato d’animo di chi ha combinato qualcosa. I problemi sono due. Inevitabili. Con chi e dove? Il trapasso primavera-estate è infame. Il cinema non è proponibile per mancanza d’aria e film che fai prima a rivalutare Banfi e la Fenech, la stagione dei concerti e dei festival è in fase di lancio ma deve ancora partire sul serio, il calcio è in ferie fino a settembre, i mondiali sono il prossimo anno, gli europei c’erano l’anno scorso.

Da qualche tempo va di moda l’aperitivo. E ci sono posti che lo devono servire strepitoso. Perché traboccano di persone. Il bello è che nel cuore della notte la stessa gente la ritrovi ai tavolini di poche ore prima per l’ultima sorsata. Mentre il ghiaccio tintinna nel vetro le solite cazzate scandiscono i prossimi appuntamenti: il party di sabato, l’incontro al mare per il fine settimana… potessero combinare una capatina al Billionaire sarebbero i più felici del mondo. “Ho prenotato un tavolo” e “mi hanno messo in lista”: ecco le parole d’ordine che circolano nei weekend e che sanno di Milano da bere e di Italia da divorare. Per assonanza ricordano “scendo in campo” e “mi sono fatto da solo”.
Che sfoggio di vestiti nuovi! E il trucco? Peccato che fra una moina e l’altra perda di consistenza. Ma c’è sempre l’amica del cuore con cui cercare, mano nella mano, uno specchio. Già che son lì, perché non vanno anche a pisciare nella stessa tazza? Avessi pure un misero bar, sarei peggio dei talebani. Vietato l’ingresso a chi si fa le lampade, a chi guarda il Grande fratello, a chi si cambia tre sere a fila, a chi arriva con la macchina scoperchiata e la radio a tutto volume, a chi si riempie di gioielli che sembra un albero di Natale, a chi gioca con le suonerie o posta foto su facebook mentre parla, a chi si sente parte della presunta crema e deve stare dieci minuti in vetrina in quel locale, cascasse il mondo. Isola dei famosi o isola del tesoro? Le studiano proprio nei minimi particolari: hanno aggregato nel reality anche l’attore che interpretò il Sandokan di Salgari. Hanno distrutto un mito che cullavo dall’infanzia, bastardi!
Ma che mi metto a fantasticare? Al di là di un mixer in una radio e di un appartamento in affitto, non ho messo in piedi granché. E poi un bar diventa una schiavitù, sabato, domenica e feste comandate. Se vuoi guadagnare qualcosa, devi sorbirti la visione dello spasso altrui anche quando magari caschi dal sonno o c’è la partita. Potrei mettere un megaschermo, abbonarmi a Sky, qualche stratagemma da imprenditore lo inventerei. D’altronde sogniamo tutti di partire con il vendere borsette e arrivare a contendere la Coppa America ai neozelandesi. Daiquiri, margarita e spritz.
Riconosco di non aver fatto un’entrata trionfale. I Led Zeppelin non hanno agevolato l’approccio: con Communication break down nelle vene avrei voglia di rovesciare i tavoli e gridare a questa massa gioconda: “CHE AVETE DA RIDERE!”. C’è chi è sul punto di baciarsi… il gruppetto di ragazze che sta puntando il fico del momento… eccolo là. Classica faccia da benestante senza altri pensieri che sgommare per strada e studiare da figlio di puttana per quando erediterà l’impresa di famiglia. I capelli rinsecchiti dal gel e pettinati in maniera insana come vuole la locandina di ogni parrucchiere al passo con i tempi. Possibile che il futuro sia il suo? La coppietta appena entrata schiera: minigonna sincera lei e camicia bianca aperta lui. Per quale motivo fanno ancora i bottoni? E subito arrivano a rimorchio gli amici che non spiccicano gli occhi dalle gambe della tipa. Cosa berranno? Negroni. E vai col liscio.
A un certo punto noto due che stonano: parlottano troppo sommesse e incuranti della ressa che le circonda. Il bello è che si conoscono tutti, prima o poi i convenevoli e le presentazioni arrivano anche per gli sfigati. Però si passa dalla notorietà all’essere uno dei tanti nel breve giro di un’ora. Allora salti da un capannello all’altro, sperando di recuperare in celebrità grazie all’amico che sembra in confidenza con la sconosciuta. Ma anche in questo nuovo microcosmo dura poco perché il prossimo viveur è in agguato e già si fa largo. Presto ti offuscherà prima di venire a sua volta surclassato. Qui si sfiorano i drammi umani e nessuno se ne rende conto.
Ma fammi avvicinare a quelle, va’!
“Ciao. Posso associarmi?”.
“Perché con noi?”.
“Mi sembrate le meno integrate nel grande circuito dello show”.
“E… cosa te lo farebbe pensare?”.
“Siete le uniche che in mezzora non avete portato il cellulare alle orecchie. Ti basta?”.
“In realtà io me no sto andando”.
“E quindi anche tu, suppongo”.
“Io potrei anche trattenermi ma non ne vedo il motivo”.
“Il motivo si chiama… sottoscritto”.
“Il mio nome preferito”.
“Ecco vedi!”.
“Scusate ma io devo proprio scappare”.
“Vuoi che ti accompagni alla macchina?”.
“Figurati, resta pure”.
“Con chi dovrei restare? Con il desaparecido qui?”.
“Un titolo che mi onora. Dai, risiediti che ti offro da bere”.
“Mi conviene accettare?”.
“Quanto la fai lunga. E sciorina un sorriso, che non dovrebbe essere neanche male! Sei siciliana?”.
“Esatto. Hai un buon orecchio. Tu?”.
“Indigeno. Senza entusiasmo”.
“Ordina due birre, dai!”.
“Birra, qui? Sei messa male di nulla! Usano le pastoie più assurde, guarda i baristi, Tom Cruise a confronto era un dilettante”.
“Prova a chiamarli baristi e vedi”.
“Barista! Due birre!”.
“Ehi! Sei un monello!”.
“Hai visto? Si è girato lanciando l’occhiata da balordo. Barmaaaan! Forse preferisce così”.
“E prendi due Tennent’s dal frigo!”.
“Ottima scelta. Qual buon vento ti ha portato dalla Sicilia in questa amena cittadina?”.
“Faccio la giornalista ma sono venuta a trovare l’amica che prima hai visto. Ho ancora qualche giorno da spendere in ferie”.
“Buona idea. E di che ti occupi?”.
“Spettacolo e cultura”.
“Spettacolo e cultura. Secondo te le due cose vanno assieme?”.
“Aaahhh! Perché secondo te? La cultura è per pochi raffinati eletti?”.
“Mah, non so. So che non mi convincerai che la cultura si veicola meglio spettacolarizzandola. Perché è una cosa che richiede attenzione, pazienza. All’intrattenimento riconosco un’indubbia capacità: catturare con i lampi di luce, gambe e ombelichi al vento. Hai visto qualcosa di divertente, di evasivo? Non aspetti altro che ci sia il bis per riprovare la gradevole sensazione di spengere la tv con un vago benessere addosso. Il resto verrà da sé… prima o poi”.
“Una logica patetica, scusa se te lo dico. Lo spettacolo, oggi, è nel modo di atteggiarsi di ognuno. Non puoi prescinderne. Come credi che il cittadino medio si interessi a un evento, diciamo culturale, se non mischi tutto in un cartellone dove accanto al teatro sociale ci sta non dico l’idolo delle ragazzine o la sfilata trasmessa da Canale 5, ma per lo meno il concerto di uno che va bene per la famiglia media”.
“Quella due genitori e due figli?”.
“Ecco, bravo. E sai cosa fa questo tipo di famiglia? Trova il programma completo nelle scuole dove è stato attentamente distribuito, lo porta a casa, lo legge. La figlia teenager vorrà andare a vedere una cosa che le piace. L’accompagna il padre o la madre, ok? O ci va con le amiche e qualcuno dei genitori si presterà a riprendere il gruppo. O, meglio ancora, c’è un servizio navetta all’uscita del concerto. Diranno: “ahò! Forte st’iniziativa, famme vede’ che c’è domani!” E intanto prendono confidenza con una proposta dove c’è cultura ma non solo, sennò la gente non scappa di casa. Si rinchiude a fare il chilo dopo la carbonara”.
“Un cocktail come mi proponi tu, vale per una città come… boh… Roma. Se i soggetti qua intorno non li riabitui a essere spettatori pensanti e li lasci bighellonare fra locali e feste, mi dici che ci ricavi?”.
“Ma tu che fai nella vita?”.
“Io? Essenzialmente sto di fronte a un microfono a parlottare di ciò che mi passa per la testa, dall’ultimo libro che ho letto, al viaggio fatto la scorsa estate. Le lettere degli ascoltatori, ci ricamo sopra. È divertente”.
“Aspetta allora! Stamani con la mia amica abbiamo ascoltato la tua trasmissione…”
“Come ti è sembrata?”.
“Spocchiosa!”.
“Cosa?”.
“Ma sì, sei di uno spocchioso! Ah ah ah, mi è scappato”.
Penso che se mi ridice “spocchioso”, la costringo a forza a farlo qui davanti a ’sti debosciati.
“Sei anche bravino, intendi bene, ma la voce, gli argomenti, il modo repentino di interromperti, la scelta delle canzoni, celano un’eccessiva considerazione di sé. Ha letto tutto lui, viaggiato tutto lui, è preciso solo lui… ‘a Zorro, scendi da cavallo!”.
Vuole veramente lo stupro. “Va be’, me ne vado”.
“Dai, permalosone! Faccio il mio mestiere di critica anche quando non è richiesto”.
“Sei sempre di questo tenore? Stiamo freschi”.
“So essere buonissima”.
“In quali situazioni?”.
“Per esempio… secondo te quand’è che mostro un’indole carina?”.
“Con i figli? Hai figli?”.
“No”.
“Allora con il tuo ragazzo”.
“Sono giornalista… freelance”.
“Ecco, il discorso si fa interessante”.
“Tu?”.
“Solo e vituperato”.
“Vediamo se recupero posizioni. Lo sai che mi hai colpito con il tuo approccio, prima?”.
“Che avrei fatto di così memorabile?”.
“Due frasi fuori dal coro di risate e il tuo prendere per il culo il barista”.
“Se vuoi ci rifaccio”.
“Buono… finisce che perde la pazienza”.
“Ma perché non ce ne andiamo?”.
“Sei tu l’indigeno, guidami”.
“Hai mai visto certe strade di notte, lampioni bohemien?”.
“A cosa ti riferisci?”.
“Al centro storico. È bello davvero. È un’idea eccessivamente romantica per la tua acidità?”.
“No, monello. Mi auguro che la guida si riveli adatta”.
“A pensarci bene la guida domani lavora e andrebbe volentieri a casa. Vuoi accompagnarmi? Prometto che si passa dalle stradine caruccie che ti dicevo. Poi ti offro qualcosa da bere che riesca a conciliarmi il sonno”.
“Quanta fretta!”.
“Ho anche della ottima musica”.
“Dopodiché, mi inviterai a dormire, magari fai il ragazzo gentile che si accomoda sul divano lasciando la camera a disposizione dell’ospite, aspettando che l’ospite stesso dica: figurati, tu nel divano e io in camera? Piuttosto il contrario. Allora il ragazzo gentile di rimando: perché non assieme nel letto? Film già visto”.
“E quante volte lo avresti visto?”.
“Eh… diciamo sufficienti per imparare le battute a memoria”.
“Che ragazza di mondo! Ma la casa è accogliente, cosa credi?”.
“Ci siamo appena conosciuti, come ti chiami poi… Sottoscritto?”.
“Mi chiamo... te lo dico mentre finiamo di ascoltare i Led Zeppelin che ho lasciato a metà. A patto che mi riveli il tuo nome”.
“Vedrò di… accontentarti”.
“Attenta, mi devo anche rifare del tuo ‘spocchioso’… ce l’ho ancora qui”.
“Vuoi un’occasione?”.
Certo, ma non una qualsiasi, voglio un’occasione che prosegua oltre e invada una domenica che, ho sentito, resterà incagliata nelle sabbie mobili di un giugno tropicale. Scusa ottima per rimanere in casa e sparare a palla l’aria condizionata. Fuori non ci perdiamo nulla: l’annuale resoconto sulla qualità della vita ha sentenziato che la città è a misura d’uomo. Me ne può fregare di meno della deprimente mediocrità della provincia. Tu invece? Ho capito che lavori in una metropoli. Allora sei abituata a vedere decine, centinaia, migliaia di persone, diverse, rumorose, coi loro segreti sempre meno nascosti in fondo al cuore, ragazze belle e curate, signore sulla mezza età che leggono romanzi, adolescenti trasandati, allegri e tristi, ventiquattrore nere a celare carte inutili, zingari che incessantemente chiedono soldi... questo muoversi e dimenarsi, come se la vita non finisse, deve rendere precarie le frontiere fra le persone, spalancare gli spazi individuali all’invasività altrui. Perciò mentre io, alla fine, titubavo dopo alcuni bicchieri di Porto, non perché non fossi eccitato ma perché sono così, sei stata te a oltrepassare il confine tra quell’imbarazzo che c’è anche se vorresti non ci fosse e il desiderio di fare l’amore. Chissà cosa penserai domani. Forse, che non sono neppure tutta questa spocchia. Intanto però ti guardo, a occhio devi essere una pigrona che prima di svegliarsi… mi piace, vuol dire che ho più tempo per entrare nei tuoi sogni.

Altro in questa categoria: « Il gesto Anabasi »

Lascia un commento

Sostieni


Facebook