“In realtà vi è un istante in cui il corpo sulla scena e l'arte coincidono e quell'istante si chiama teatro. Tutto il resto è spettacolo”

Claudio Morganti

Domenica, 27 Ottobre 2013 02:00

Diafano filo malato

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I

Entrai trafelato nella corsia n. 11 dell’ospedale… Non ne ricordo il nome… Andai di corsa dal dottor Sax per sincerarmi di quanto avevo appreso per strada. Si trattava di voci confuse: la gente parlava di un accesso di follia, di cavalli, di calessi, di scudisciate, grida, schiamazzi. Pianti. I pianti mi sconvolsero più di tutto. E ancora non riuscivo a comprendere la storia, la sua dinamica. Non ero in grado di ricostruirla. Non ci riuscivo! Non potevo? Oppure non volevo?
Conoscevo quell’uomo da poco tempo: dovevano essere solo tre mesi, eppure avevamo subito instaurato un’intima amicizia. Mi diceva di sentirsi solo e di non avere ancora mai trovato, in Italia, una persona profonda e sincera – come me, lo dico senza immodestia ma comunque con un senso di gioia – con la quale dare inizio ad una vera, forte, forse duratura intimità.

All’epoca della nostra conoscenza lui aveva quarantacinque anni; io ero di sedici anni più giovane. Egli, tuttavia, asseriva di non avere più argomenti in comune con gli uomini della sua età. Si sentiva, come dichiarava spesso, un inattuale. Intanto gli amici di un tempo – diceva – non lo comprendevano più.
L’unico coetaneo con cui aveva avuto in passato una grande amicizia, una vera amicizia, pare l’avesse deluso tempo prima. Del resto mi confessò che l’unica creatura per la quale avesse nutrito un sentimento d’amore aveva diciassette anni meno di lui. Non parlava quasi mai di questa donna con la quale, nondimeno, pure aveva avuto una relazione intellettiva realmente intima. Congetturo, dal tono amareggiato delle sue parole – che ad ogni modo erano dolci −, che anche lei l’avesse, infine, tradito.
Mentre ero letteralmente perso in questi ricordi, mi sovvenne un’idea: “E se non fosse lui? Si, è vero, la descrizione coincide: un uomo di statura e corporatura medie, vestito elegantemente, con occhi e capelli scuri e folti baffi. Tutto coincide, soprattutto un particolare: occhi irati, ma che sembrano nascondere una grande sensibilità, una grande dolcezza. Nessuno ha occhi del genere, o quasi nessuno. Forse li ha solo lui. Inoltre ciò che è avvenuto oggi, la chiara apparizione della pazzia, lo aspettavo già da tempo: è da quando l’ho conosciuto che alterna, con troppa rapidità, momenti di gioia a momenti di ira. Quando mi cacciò dalla sua stanza…”
In quel momento vidi Sax uscire da una camera e gli corsi incontro.
− Dottore, salve! Sono il Signor Varelari. Cos’è successo?
− Ma a cosa si riferisce, esattamente?
− Mi scusi, sono molto scosso. Mi riferisco… − e gli spiegai quanto avevo appreso poco prima.
− Allude, evidentemente, al caso di Piazza Carignano!
− Non so, purtroppo non mi è stato detto dove sia accaduto. Non so nemmeno cosa sia successo precisamente!
− Un uomo, il suo amico, a quanto mi dice, ha abbracciato un cavallo che era stato frustato a sangue da un cocchiere. Aveva visto gemere il povero animale, ha iniziato ad urlare, a contorcersi e, come le ho detto, l’ha abbracciato…1

II


L’immaginare la scena mi riportò subito alla mente i giorni trascorsi insieme a quell’uomo. Ricordavo le conversazioni avute con lui, tutte. Soprattutto rammentavo quelle avvenute a proposito di un romanziere russo che all’epoca iniziava ad avere un discreto successo e i cui romanzi erano pubblicati a puntate anche su riviste francesi e tedesche. Grazie ai suoi consigli cominciai anch’io a leggere qualcosa di questo letterato appartenente ad un mondo così distante dal nostro. Eppure quanto ci conosceva! Come era obiettivo il suo sguardo. Che acume. Nessun europeo, pensavo, sarebbe riuscito a dipanare in maniera più chiara e netta i nostri problemi. E compresi subito il motivo per cui il mio amico avesse trovato interessante questo romanziere: entrambi analizzavano quello che a loro avviso era il grande male del secolo futuro ed entrambi cercavano di dare ad esso una risposta. La qualità della risposta credo fosse dello stesso tipo, però in sé essa era diversa. Al problema del nichilismo il russo rispondeva attraverso l’amore: questa era la forza più grande, capace di combattere un movimento quasi destinale, capace di portare l’uomo a riconoscere il nichilismo in se stesso e a superarlo, redimendosi. Il tedesco, invece, sosteneva che bisognasse farsi carico del nichilismo e superarlo trovando in se stessi il proprio fine e non in altro.
Rammentai vividamente alcuni frammenti di discorso, alcune sue dichiarazioni. Mi disse di aver letto di questo autore solo nel 1887, due anni prima che ci conoscessimo, e che "a parte Stendhal, nessuno mi ha procurato un piacere e una sorpresa maggiori, ecco uno psicologo con cui io mi intendo".2
Amava quell’uomo, il mio amico. E non poteva essergli sfuggito il passo, presente nell’unico libro che verosimilmente abbia letto, in cui il protagonista sogna proprio di abbracciare una cavalla picchiata fino alla morte dal suo padrone. Ricordo ancora che, avvicinandosi sempre più intimamente alla letteratura di quel testo, volle anche conoscere la biografia dell’autore.
− Ricorda − mi disse pochi giorni prima della crisi − cosa le ho detto l’altro giorno? Ebbene, io credo fermamente di essere legato al Nostro, credo di potermi esprimere così, da un filo indissolubile, per quanto invisibile. Ora ne ho la conferma. La invito a leggere questo passo della sua biografia.
Lessi. Non so più precisamente cosa ci fosse scritto, però si parlava del “male sacro” del nostro autore. Sì, egli soffriva di epilessia. E come poteva mai, il mio amico, non riconoscersi in lui! Loro così sofferenti, così “malati”! Sì, erano due spiriti affini. Come sarebbe ora il mondo, se si fossero incontrati? O se, almeno, il mio compagno avesse potuto leggere di più di quel grande romanziere...
Eppure c’è, ancora adesso, qualcosa che mi dà da pensare. Un giorno ci trovammo a parlare della figura di Cristo e quell’uomo eccezionale pronunciò queste parole. Le ho riportate su un taccuino per non dimenticarle:
"Quale fraintendimento parlare di Gesù, come fa Renan, come di un 'genio'! L’intero nostro concetto di 'spirito' non ha alcun senso nel mondo in cui vive Gesù. Parlando col rigore del fisiologo, qui cadrebbe a proposito una parola ben diversa, la parola: idiota. Conosciamo lo stato di una morbosa irritabilità del senso tattile. Ci sarebbe da rammaricarsi che non sia vissuto un Dostoevskij nelle vicinanze di questo interessantissimo décadent, un uomo, intendo dire, che sapesse appunto avvertire il fascino di una siffatta mescolanza di sublimità, malattia e infantilismo".3
E quell’intellettuale russo a cui eravamo così legati non aveva forse scritto, nel 1871, un libro in cui parlava proprio di un moderno Cristo? E non parlava proprio di bellezza, puerilità e malattia? E questo libro non era intitolato proprio L’Idiota?
Ora, è dubbio che quello spirito, a cui anche oggi mi sento legato, abbia letto questo testo. La prima traduzione tedesca apparve solo nel 1889, non poté dunque essere conosciuta da lui. Non posso stabilire se già esistesse una traduzione francese e se essa sia giunta nelle sue mani e neanche se solo il titolo Idiota gli sia giunto all’orecchio, oppure se si tratti, senza alcuna conoscenza da parte del mio amico, di una strana coincidenza.4
Tutto questo, però, dà da pensare, ripeto…

III


−… È ancora qui con me?
− Come? Ah, scusi, sì… Volevo solo dire… Una scena raccapricciante, non trova?
− Ma direi che si tratta di una scena tipica: una malattia mentale si presenta sempre con acmi d’ira, gelosia, amore. Con apici di sensibilità, per intenderci. Non c’è niente di particolare, nel caso del suo amico. Al più la scena si è declinata in modo quasi comico. Ma mi rendo conto che per un intimo conoscente…
− Non è il caso di parlarne… Piuttosto sa a cosa sia ascrivibile questa crisi, questo attacco?
− Al riguardo avrei diverse ipotesi. La prima che mi è venuta in mente è che potesse trattarsi di sifilide. Ho anche chiesto al paziente se l’avesse già contratta e mi ha risposto con un secco “Sì, già una volta!”. Sono convinto che non abbia capito cosa gli stessi chiedendo perché la sifilide non è curabile. Tuttavia, della presenza di sifilide ci sono diversi indizi, ma nessuno cogente. Piuttosto, notando lo spostamento del bulbo oculare, la cecità all’occhio destro, le paralisi… Inoltre, mentre uscivo l’ho sentita parlare di una volta che improvvisamente l’ha cacciata di casa…
− Mi ha sentito? Pensavo ad alta voce?
− Evidentemente… Comunque, venendo a conoscenza anche del fatto che il paziente soffriva di disturbi mentali, di cambi repentini di umore, ipotizzo si tratti – piuttosto che di sifilide – di un meningioma! … È inguaribile.5
Quest’ultima dichiarazione mi paralizzò. Non riuscii nemmeno a chiedere al dottore di vedere quell’uomo che per la mia vita, e per il mondo, era così eccezionale. Salutai solo con un asciutto:
− Grazie dottore. Faccia il possibile. Arrivederci…
− Arrivederci! − rispose lui, arido.

IV


E ora mi trovo a Basilea a dare l’ultimo saluto al mio compagno. Sono all’ospedale. A breve dovrò partire per le Americhe. Non lo vedrò più…
Ma ecco finalmente una figura in camice bianco. Mi si avvicina, sarà il dottore?
− Lei è qui per la visita al signor Nietzsche?
− Sì! Varelari, piacere.
− Piacere. Wille…6
− Sì, è vero, ha ragione. Quell’opera a cui lavorava da anni l’ha distrutto. Ha lavorato troppo e si è lasciato prendere da se stesso, dal lavoro, da Dostoevskij e dalla sua superba sensibilità! Ma sa, sa cosa diceva in quell’opera? Sa cosa sosteneva nella Volontà di potenza? Aveva ipotizzato, in quella che fu la sua fine, l’autodistruzione della reputazione tramite una follia volontaria come una forma superiore di ascesi.7 Ha capito? Una forma superiore d’ascesi! E adesso vede come si è voluto ridurre? Perché, perché non lo convince lei, dottore? Perché non gli dice che ha ancora tempo davanti a sé per scrivere, capire, insegnare, guidare? Perché non glielo dice? E perché è ancora qui immobile di fronte a me?
− Perché il paziente della stanza n. 16 è deceduto.8
− È deceduto! E perché, perché non lo chiama Nietzsche? Come può averlo già tipizzato?9

NOTA CONCLUSIVA


Questo è un semplice racconto; in quanto tale non significa nulla, nulla di reale: è un falso. Nondimeno contiene qualcosa di vero: oltre a citazioni realmente recuperate dagli scritti di Nietzsche e di altri autori, esso deve dare da pensare. È stato scritto infatti nell’intento di rendere più fluida la lettura di un’ipotesi che oso definire filologica: che Nietzsche abbia letto e compreso i libri di Dostoevskij e che, altresì, sia stato folgorato dalla figura di quest’ultimo.
La forma del racconto è stata preferita a quella dell’articolo, o del saggio breve, per poter sopperire ai vari problemi di prolissità che si sarebbero potuti presentare.
Si noteranno, in ultimo, rinvii veraci alla vita di Nietzsche.
Il racconto è stato pubblicato, nell'estate del 2011, sulla rivista di Pozzuoli (NA) L'Iniziativa, e riappare qui in forma relativamente nuova.

 
 
 
 
 


1) Questo evento sembra essere leggendario: Verrecchia, che ricostruisce questo avvenimento, trova solo un accenno in un articolo scritto undici anni dopo da un anonimo cronista. Cfr. A. Verrecchia, La catastrofe di Nietzsche a Torino, Torino 1978.

2) Lettera di Nietzsche a Peter Gast del 13 Febbraio 1887. Ricavo la citazione da F. Nietzsche, Genealogia della morale. Scelta di frammenti postumi 1886 – 1887, tr. it. F. Masini e S. Giametta, Milano 1979, pp. LIX e LX.

3) Testo leggermente modificato di F. Nietzsche, L’Anticristo. Maledizione del cristianesimo, tr. it. F. Masini, Milano 2005, pp. 38 e 40.

4) Testo leggermente modificato di K. Jaspers, Nietzsche e il cristianesimo, tr. it. M. Dello Preite, Bari 1978, p. 22.

5) Questa teoria è espressa in L. Sax, What was the cause of Nietzsche’s dementia?  in Journal of Medical Biography 11 (2003), p. 47. L’articolo di Sax è consultabile in internet a questo indirizzo: http://www.leonardsax.com/Nietzsche.pdf.

6) In tedesco wille significa “volontà”. L’opera di Nietzsche in italiano suona Volontà di potenza e in tedesco Wille zur macht.

7) Teoria realmente elaborata da Nietzsche in La volontà di potenza.

8) In realtà Nietzsche non morirà nell’ospedale di Basilea, dove lo portò l’amico Overbeck, ma, a causa di una polmonite, a Weimar, nella casa della sorella Elisabeth.

9) Rimando, per la comprensione di questo ultimo passo alla teoria del tipo elaborata in E. Jünger, L’Operaio. Per la delucidazione di quest’ultimo concetto rinvio, altresì, al chiaro commento di D. Conte, “Tipo” contro “individuo” in Albe e tramonti d’Europa. Interessanti anche le osservazioni presenti in Th. Mann, Doktor Faustus. Infine mi permetto di rinviare all’articolo Il tipo di Leverkühn. Il Doktor Faustus tra tipizzazione e dodecafonia, presente su IlPickwick: http://www.ilpickwick.it/index.php/letteratura/item/292-il-tipo-leverk%C3%BChn-il-doktor-faustus-tra-tipizzazione-e-dodecafonia.

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