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Lunedì, 07 Ottobre 2013 02:00

Tu chiamala, se vuoi, condivisione (finché non si tratta di calcio)

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Con il calcio ho sempre avuto un rapporto controverso.
Se da una parte nutro per esso la stessa profonda indifferenza che riserbo ai programmi televisivi di cucina, dall’altra sono stata cresciuta da un milanista, pronto a rapire il telecomando quasi ogni sera imponendo a tutta la famiglia appuntamenti a suo dire imperdibili come champions league, campionato, coppa uefa, coppe del nonno e interviste varie ad allenatori, calciatori, presidenti, direttori sportivi, giornalisti, attori, ecc. ecc. Mia madre ed io scappavamo dal soggiorno lasciandolo in compagnia dei suoi ventidue amichetti in pantaloncini e non venitemi a dire che lo sport unisce! Che sia chiaro: il calcio è alla base dei problemi di comunicazione nella mia famiglia e, sarebbe superfluo perfino sottolinearlo, della mia attitudine alla solitudine e della mia passione per la lettura − attività certamente piacevole e paideutica ma innegabilmente introversa.
A volte ho la sensazione che se mio padre se ne fosse fregato del calcio io sarei diventata una persona migliore.

Dato che il destino è dotato di ben poca fantasia, tutti i fidanzati che ho avuto modo di traumatizzare erano grandi tifosi di calcio. Parlo all'imperfetto perché sono tutti ex, non perché sono morti, purtroppo.
I miei week-end, in quanto membro di una coppia, dovevano essere organizzati sulla base delle partite di champions league, campionato, coppa uefa e coppa del nonno. Ecco una cosa che non capisco del calcio: da passatempo diventa ossessione, fattore determinante dell’umore in un’intera giornata, evento unico a cui non assistere equivale alla morte per apoptosi delle cellule cardiache.
A me piacciono le piante ma non è che se non do l’acqua alle mie gardenie si ferma il mondo.
Ecco un esempio del mio sabato sera in quanto membro di una coppia:
− Amore, sei pronto? Usciamo? −
− Sì... No, aspetta un attimo... C’è 90° minuto, voglio sentire cos’ha da dire a sua discolpa quel... −
Addio programmi: mi toccava togliermi le scarpe, sdraiarmi sul divano e addormentarmi per essere poi svegliata di soprassalto da qualche insulto urlato verso un innocente televisore.
Qualche mese fa il destino − quello stronzo! − decise di farmi imbattere in quello che ai miei occhi di stupida, eterna adolescente, sembrò essere “l’uomo perfetto”: bello, intelligente, affascinante, colto.
Romanista. Molto romanista. Fortissimamente romanista.
Lo adoravo. Se mi avesse chiesto come pegno d’amore un rene mi sarei operata da sola senza anestesia.
Volevo sapere tutto di lui, conoscerlo in ogni suo più recondito anfratto mentale, dal numero delle scarpe al piatto preferito (“Oh, mio Dio, veramente ti piace la lingua di montone in agrodolce? Anche a me!” quando si è innamorati si mente, si mente spietatamente e si finisce anche col mangiare frattaglie reprimendo conati di vomito), dalla sua idea su Hemingway a quella sulla fede religiosa, pervenendo infine ad una proposta dettata dall’enfasi e dall’entusiasmo ma, certamente, non dalla ragione: portami allo stadio.
L'idea di vederlo cosparso di rosso e giallo, saltellante come uno stambecco nel suo habitat naturale, mi rendeva felice: l’amore è condivisione, lo ripetono tutti fino alla sfinimento: allora, amore mio, ti prego, condivi la tua fede calcistica con me.
Lui, molto riluttante, incredibilmente prossimo a dirmi di no e a farmi recedere dal diritto di lasciare lo spazzolino nel suo bagno, sorrise, sospirò, fece quello che adesso capisco essere uno sforzo enorme e cioè biascicò un “sì” poco convinto.
Della sua convinzione non me ne fregava nulla, mi bastò l’assenso.
Il pomeriggio in questione, finalmente, giunse. Non ero mai stata in uno stadio grande come l’Olimpico, mai mi sarebbe venuta in mente l’idea di trascorrere un ameno pomeriggio circondata da uomini concitati e sudacchiati, fosse per me tasserei i club al 49% e toglierei l’irpef che mi è sempre sembrata un’imposta veramente crudele. Quando si sconfina nell’amore, però, le prese di posizione hanno ben poco senso e di fronte alla prospettiva di trascorrere un po’ di banale tempo in sua compagnia anche l’angoscia che solitamente nutro per i posti affollati svanì.
Dovete sapere − ed io lo imparai quel giorno − che l’Olimpico vestito a festa è uno spettacolo incredibile. I colori delle bandiere si mescolano tra loro in un rutilante sventolio di professioni di fede, gli striscioni sono molto più grandi di quanto non si percepisca in tv, l’atmosfera è esplosiva: da ogni parte si sente qualcuno cantare uno degli innumerevoli inni della Roma o, fa lo stesso, lanciare insulti ai giocatori e a tutte le donne che abbiano mai avuto l’onore di conoscere. Ci si sente davvero parte di qualcosa, di qualcosa di molto più grande di noi, qualcosa che come una madre benevola ci abbraccia dall’alto e non ci fa sentire soli, una madre che ha baciato sulle labbra undici gloriosi semidei, capaci di emulare le gesta senza tempo di Ettore o Achille su un campo fiorito di speranze e partecipazione collettiva.
Lo so, sto esagerando, ma vorrei darvi un’idea della follia che si vede e si respira durante i fatidici novanta minuti.
Durante il tragitto di andata il mio amore giallorosso era euforico, guidava incurante del pericolo attraverso il traffico dell’Urbe nemmeno fosse inseguito da James Bond o Batman.
Io mi stringevo a lui e pensavo: “Ah. L'amore. Che cosa meravigliosa…”.
Arrivati in curva sud mi mise al collo una delle sue sciarpine di riserva e mi consigliò di parlare piano perché se gli altri avessero scoperto che non sono romana... − Insomma − mi disse, − imita l’accento romanista” che è meglio −.
Accanto a me un uomo di circa quarant’anni, alto un metro e novanta e pesante almeno cento chili senza saperlo mi invitava a pensare che non avevo alcuna intenzione di finire lanciata nel bel mezzo del campo perché tacciata di portar sfiga e così mi passò del tutto la voglia di parlare.
La partita, frattanto, principiò.
Il mio amore era irriconoscibile, non riusciva a stare fermo: litigava con un vicino reo di aver avuto l’ardire di insultare un giocatore (“Anfame nun le devi dì ste cose a capitan futuro!”), urlava triviali espressioni alla squadra avversaria, non mi degnava nemmeno di uno sguardo e quando i nemici − perché in quel momento non sono avversari, so proprio stronzi! − segnarono il gol del 3-2, si ammutolì del tutto e contrasse novantanove muscoli facciali per nascondere una lacrima.
Durante il tragitto di ritorno non disse una parola.
Una volta arrivati a casa continuò a rifugiarsi nel silenzio, interrotto solo da un “Eh, è andata così” che sentii provenire dal bagno in mezzo a molti altri rumori sui quali non mi soffermo.
Lo seguii trotterellando in camera da letto; era tardi, si spogliò per mettersi sotto le coperte.
Mi rannicchiai vicino a lui che, ripetiamolo, non mi rivolgeva la parola da almeno tre ore, e dissi:
− Amore mi dispiace se la Roma ha perso... però, dai, è stato divertente! −
Vi assicuro, volevo solo tirargli su il morale ma lui, dopo avermi lanciato uno sguardo carico d’odio, si girò dall’altra parte e finse di dormire come una moglie rancorosa e passivo-aggressiva.
Da quel momento i drammatici segnali che di solito presagiscono la fine di una relazione presero a susseguirsi, inevitabili, come biglie su un piano inclinato.
Destino, se mi stai sentendo: grazie. Cosa ti costava far vincere la Roma quel maledetto giorno?
Ok, lo scorso anno ha giocato veramente male ma vincere una volta al mese, stando ai criteri di Alemanno, avrebbe comportato certamente una diminuzione del tasso di criminalità del 5-6%.
Destino, la tua insensibilità mi fa proprio ribrezzo.
Da allora la mia immagine diventò per lui inseparabile da un brutto ricordo, da un dolore profondo, uno di quelli che penetra tra le costole e non fa respirare: la fine di ogni speranza per la Roma di guadagnarsi un posto decente in classifica.
Ero diventata un gigantesco gufo, una iettatrice, “perché se non credi veramente alla Roma tu in curva sud” (un luogo dove il mistico si ricongiunge al primordiale) “nun ce dovevi venì!”.
Era necessario un sacrificio esemplare: lasciarmi.
L’unica cosa che ho capito da questa vicenda è che se il cuore di un uomo è occupato da una squadra di calcio devi metterti seduta in silenzio e fare la fila, ti conviene imparare i termini tecnici e i nomi dei nemici, il ruolo di ogni giocatore, i nomi degli ultimi cinque o sei allenatori con rispettivo passato calcistico e, se proprio non ti va, condividere tutto senza però oltrepassare mai quella linea invisibile tra il sorriso di circostanza e la partecipazione diretta alla sua follia calcistica.
Oppure, semplicemente, ti conviene scegliere qualcuno che sentendo parlar di tifo ti porta all’ospedale tenendosi un fazzoletto sul naso e chiedendo a gran voce la quarantena immediata.

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