“Non c'è niente da insegnare, non si può davvero insegnare altro che se stessi, così come non c'è niente altro da imparare che la singolarità umana, le innumerevoli e sconcertanti possibilità di forma espresse dalla vita"

Emanuele Trevi

Giovedì, 19 Settembre 2013 02:00

Les boutades de Lubylu – La capitale delle due ruote

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Roma, Capitale d'Italia, forse la Capitale più bella al mondo ma, lo dico a malincuore, città invivibile (ed io vengo da Napoli), traffico allucinante (ed io vengo sempre da Napoli!), trovare parcheggio è davvero una missione impossibile (ed io vengo ancora sempre da Napoli!). L'unica soluzione è la bicicletta, oh fantastica invenzione! Con le due ruote posso attraversare Trinità dei Monti, piazza Navona, Campo de’ Fiori, Trastevere in qualsiasi ora del giorno e della notte, restando estasiato dinanzi a tanta magnificenza.

Purtroppo dopo una certa è un viaggio nel passato più antico, un ritorno al tempo che fu di Vespasiano imperatore, evitando ragazzi urinanti negli angoli di strada; oppure una sfida alla divina sorte che fu Fortuna, eludendo bottiglie volanti nei lati di piazza.
E pure stasera che alle 21:15 sto finalmente uscendo dall'ufficio, sono bicimunito. Stanco ma sorridente posso permettermi di attraversare la meravigliosa storia architettonica di Roma fino a giungere alla mia dimora; anche se la parte finale del tour prevede il gran premio della montagna, la scalata del monte, anzi del Monteverde Vecchio, forse il quartiere più bello, sicuramente tra i più alti della Città.
Salgo in sella, mi immetto sulla strada maestra e subito una tipa che guida una Smart parlando al cellulare, inizia a riempirmi di insulti, reo di non so quale infrazione del codice della strada. Le sorrido ironico invitandola alla calma, ma lei prosegue il suo insicuro viaggio in I-Smart, gridando e guidando in direzione opposta alla mia. Si sa, o meglio lo sappiamo noi emigranti che riusciamo a vedere le cose con più distacco e meno rabbia verso le nostre origini: Napoli è città tollerante a tutto, anche alla non tolleranza; Roma non è tollerante a nulla, neppure alla tolleranza.
Le auto sfrecciano troppo veloci, anche in pieno centro, e quindi decido di salvaguardare la mia incolumità salendo sull'ampio marciapiede di ponte Cavour, mi suona il cellulare, rispondo. Potrei iniziare un’amabile conversazione telefonica quando mi sento fischiare, è un solerte vigile urbano dell'Urbe, il cosiddetto pizzardone: specie umana in divisa, solita fare contravvenzioni alle auto occultandosi dietro i cartelloni pubblicitari in modo che l'automobilista colpevole venga a conoscenza del verbale soltanto alcuni mesi dopo, tramite comunicazione ufficiale del portiere di residenza: “È arrivata n'ata sfugliatella!”.
Ma oggi, adesso, in questo preciso momento, il vigile solerte sta fermando me che in bici ho l'ardire di parlare a telefono.
"Lo sa che non può usare il cellulare quando va in bicicletta?".
Eh già, solo in Smart è consentito.
"E poi scenda subito dal marciapiede, non può andarci, il marciapiede è per i pedoni".
Ma chist’ veramente fa? Sono basito. Secondo lui mi dovrei fare ammazzare dalle auto in corsa.
"Lo sa perchè si chiama marciapiede? perchè ci deve marciare il piede, mica si chiama marciaruota!".
No, non è possibile! Ma chi si’ ,‘o nipote ‘e Alberto Sordi? Il problema è che la sua non è una battuta, non sta scherzando. L'ironia qui è qualcosa di differente dall’accezione partenopea del termine, forse perché a volte è priva della necessaria leggerezza. Napoli ha l'autoironia, la capacità di sapersi prendere in giro; Roma ha l'altroironia, cioè a te posso dire le peggio cose, ma non ti permettere di fare battute su di me.
Comunque per evitare una multa che avrei potuto raccontare ai miei pronipoti, scendo dal marciapiede e ricomincio a pedalare sul marciaruota...
Dopo qualche minuto incrocio una ragazza su una bici, ci scambiamo uno sguardo d’intesa, un sorriso, una forma di saluto, un indispensabile attimo di solidarietà tra ciclisti; come quando l’Italia non era ancora europea e incrociando nel profondo Nord un'auto targata NA, ti scambiavi un suono di clacson per sentirti un po’ meno solo.
Sono arrivato alla "Fontana dei Fiumi" al centro di piazza Navona, una delle piazze più belle al mondo, a quest’ora poi è un trionfo di luci e suggestioni. C'è un gruppo di cinesi che mi fanno una foto: ma che pensate che 'e tenit' solo voi e’ biciclett' ?
Continuo il mio giro, conto tre turiste che mi salutano e due romani che mi insultano. Ma perchè? Non lo so, davvero non lo so. Forse perchè non ho allacciato la cintura di sicurezza? Sto di nuovo infrangendo il codice della strada e loro sono così gentili da farmelo notare. Ma perché siete sempre così ligi verso il prossimo? E magnatavell’ ‘na risata!
Entro a Trastevere, è quasi impossibile restare in sella, tanta forse troppa gente. Ragazzi, ragazze, mille razze diverse che parlano mille lingue diverse ma ridono, scherzano, si divertono. Che bello e soprattutto che belle! È tardi, ho fame ed è solo lunedì, peccato, altrimenti sarei rimasto ancora in giro; ma è il momento di affrontare il pezzo più difficile del tour, la salita. No, stasera nun ci’a faccio, sono troppo stanco. Allora in via Morosini decido di aspettare i bus 44 o 75, entrambi merce rara e preziosa, ma che in due minuti mi portano su a Monteverde Vecchio. Incredibile a dirsi, l'attesa è davvero breve: il 44 luminoso e splendente è in arrivo. Dentro ci sono due polacche e cinque cingalesi, è praticamente vuoto. Saliamo, la bici ed io, obliterando i biglietti con una certa soddisfazione; ma l'autobus resta con le porte aperte, non parte. Dopo trenta secondi le tolleranti auto che gli sono dietro iniziano a suonare clacson variopinti. Ma niente, l'autobus non parte. Il motivo sono io. L'autista sta infatti biascicando qualcosa, che mi traducono i cingalesi:
"Non se po' salì ca bbicicleta".
Incredulo ma diligente, scendo dal mezzo e mi avvicino all'autista chiedendo educatamente spiegazioni. 
"Non se po' salì haicapitoo?!?" 
"Mi può dire dove è scritta questa comunicazione, mi può indicare di grazia il motivo?".
"Pecchè too dico iooo!".
"Guardi l'ho già fatto altre volte e nessuno dei suo colleghi si è mai opposto".
"E io nun te faccio salììì!".
"Un ultimo quesito, mi potrebbe gentilmente indicare le sue generalità?".
"Me chiamoo Fra’ Cazzo da Velletri".
Un vero lord, che dire? Che aggiungere davanti a tanta nobiltà?
Mi annoto il codice dell'autobus e ricomincio a pedalare, fino a tagliare a fatica il traguardo del gran premio della montagna; di pessimo umore e cattivo odore entro in casa e scrivo subito all'Atac: l’Azienda Tramvie ed Autobus della Capitale, che sul suo sito suggerisce all’utente di segnalare qualsiasi disservizio.
Non avrò mai nessuna risposta.
È la Capitale d’Italia, forse la Capitale più bella al mondo ma, lo dico a malincuore, questo è il trattamento che riserva ai ciclisti.
Eh sì, purtroppo a Roma così vanno le cose, a Velletri chissà…

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