“D'un tratto, per qualche motivo imponderabile, mi sentii profondamente addolorato per lui e bramai di poter dire qualcosa di reale, qualcosa con ali e cuore, ma gli uccelli che desideravo si posarono sul mio capo soltanto più tardi quando fui solo e non avevo più bisogno di parole”.

Vladimir Nabokov

Domenica, 15 Settembre 2013 02:00

Per le radici recise della primavera

Scritto da 

foto: Francesca Woodman, Untitled (1979-'80)
musica: Kronos Quartet, Lux Æterna (Requiem for a dreamhttp://youtu.be/yJdb-bNZokA

 

"Mi piace pensare di aver lasciato la mia anima su una di quelle colline, e non sarò mai davvero capace di partire finché non l’avrò trovata. E io non voglio cercarla, perché potrebbe capitare che la trovi e così sarei costretto a partire davvero".

Breece D’J Pancake


Quando si alzò quella mattina presto pioveva. Dopo giorni e giorni di sole, di piena primavera, quel cielo steso a lutto sembrava raccontare tutte le ore che dopo sarebbero venute. La donna avrebbe voluto continuare a dormire, rannicchiarsi nelle lenzuola e aspettare che l'incubo svanisse nel risveglio. Improbabile: il risveglio era avvenuto, come sempre alla stessa ora. Non restava che andare, fare quello che doveva essere fatto, indossare l'espressione giusta per un'occasione che avrebbe mille volte preferito non avere e poi chiudere, da qualche parte in fondo all'anima, quello che era stato, quel che era successo, chiudere e sopravvivere.

Si chiese, quasi per abitudine, se anche per tutti gli altri fosse così. Ormai certe domande, poste e riposte nel tempo avevano lasciato il tempo che trovavano, e aveva capito alla fine quanto anche questo non avesse più senso: filosofia spicciola e da quattro soldi, questo ora le sembrava, e allo stesso modo tutta la filosofia in cui per anni ed anni si era arrotolata passando dalle lenzuola del letto a quelle della mente con l'unico risultato di non vedere cambiare mai niente. Non la confortava neppure granché avere “coscienza” dello stato delle cose quando non si è in grado di cambiare le cose: alla fine era arrivata a guardare se stessa per quello che era e quello che vedeva la riportava all'immagine di una donna seduta in silenzio a guardare il muro davanti. Sempre lo stesso. Qualche screpolatura in più regalata dagli anni, un tempo le avrebbe considerate segni di un vissuto che aveva avuto un suo fascino e ancora potevano averne per qualcuno che sapesse leggerle... ma oggi no, non erano che le tracce profonde di una vita che stava passando e che sarebbero via via aumentate mettendola di fronte all'ineluttabile realtà delle cose: tu stai invecchiando.
Nulla è più freddo, estraneo, viscido per l’anima, della stanza di un obitorio. È come se neppure la morte, che pure c’è, avesse veramente un posto lì. Gente che entra ed esce, si ferma e guarda: una vetrina poco illuminata dove l’odore dei fiori finisce per dare la nausea e ti manca l’aria e anche il dolore nel pubblico si rifiuta di esprimersi per quello che è. È uno spettacolo l’obitorio, una scena messa su per qualcuno che non avrebbe mai voluto esserne protagonista. Scende il sipario quando il corpo viene portato via, si ripulisce il palcoscenico per il prossimo teatrante che verrà per l’ultima recita. Una messinscena del dolore perché il dolore, quello vero, verrà dopo, non qui che come marionette ci si ritrova a interpretare una parte, ognuno la sua. L’unico a non recitare è proprio quel corpo steso.
Quel corpo steso non ha più nulla di quello che era. È il corpo di un animale ferito, squartato, rivestito come si poteva degli indumenti che più amava, gli occhi tenuti giù dal nastro adesivo, gli ematomi che gli deturpano il volto che fino a pochi giorni fa era giovane, ed era il suo, ed ora alla donna sembra quello di un estraneo, un pupazzo di gomma messo lì con un cappello in testa per nascondere uno squarcio che non gli hanno neanche ricucito e quei riccioli... che lui curava tanto... scomparsi... appiattiti... opachi come le alghe di un mare inquinato. La donna sente di colpo il dolore concentrarsi tutto, come una diga che frana, proprio sull’immagine di quei capelli che non sono più capelli, si avvicina a sfiorargli il volto, a prendergli la mano, sente il viso come una massa molle e le dita gelide come se fossero di legno. Ma non si ritrae…
Ogni madre raccoglie in sé tutte le madri: è la Madre. Lì, seduta accanto, pietrificata dal dolore eppure viva nella consapevolezza di essere morta anch’essa. C’è uno sguardo di muta intesa fra la donna e la Madre, tacciono entrambe e si tengono per mano. E poi di colpo parlano, e l’una racconta all’altra quel che di lui l’altra non conosceva, piccole cose, vissuti quotidiani, e in quel parlare sommesso esce alla fine fuori un dolore che strazia ma non si fa gesto esasperato né urlo né lacrime ma solo immagini di un altroieri felice che è già soltanto un ricordo.
Ed eccola la gente. Assiepata fuori la chiesa attende incuriosita di vedere, ascoltare, frugare nell’animo di chi piange chi non c’è più. Meglio ancora se quello che si aspetta è l’epilogo di un fatto di cronaca e per una volta anche il pubblico può sentirsene protagonista. Ed è tutto un bisbigliare su quello che è stato... o forse è stato… uno scavare senza pietà alcuna nella vita di qualcuno che probabilmente si conosceva appena ma ora, da morto, ti regala una scena... una comparsata... un modo di dire “guardate ci sono anch’io”. Per una volta fuori da uno schermo televisivo non sanno neppure se, come su quello schermo si sono abituati a vedere, sia forse il caso di fare un applauso o mantenere un composto silenzio. Una prece. Un riposa in pace....
La donna sulla scalinata della chiesa si ritrova accanto un fotografo. È lì per il suo lavoro, gli basta questo a tacitarne la coscienza e forse probabilmente neppure si pone il dilemma di essere semplicemente uno sciacallo. Attende la Madre, la sorellina piccola per immortalarne lo sguardo spaurito, il dolore... Certo non si aspetta che la donna a due passi le dica, scandendo freddamente le sillabe una ad una a bassa voce “Vattene o ti butto di sotto te e la tua macchina fotografica di merda”. No, non se lo aspetta ma capisce che lei lo farà davvero, che ha tutte le intenzioni di farlo e non aspetterà un momento di più per farlo. Così abbassa la testa e va via.
La penombra, il freddo della chiesa e l’omelia le parlano di una vita eterna in cui lei non crede. Tutto quello che sa l’ha di fronte agli occhi, in quella bara che per sessanta giorni ancora dovrà essere a disposizione della magistratura. Sessanta giorni che non basteranno a diluire il dolore della Madre, del Padre, della Sorellina piccola che si accascia di colpo mentre nell’odore dell’incenso comprende che è veramente finita.
È questo il giorno, il vero giorno del non ritorno. Quando la donna esce fuori non piove più. C’è il sole.
Non ha pianto.

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