“Sii dolce con me. Sii gentile. È breve il tempo che resta. Poi saremo scie luminosissime. E quanta nostalgia avremo dell’umano”.

Mariangela Gualtieri

Lunedì, 17 Dicembre 2012 07:10

Iperbole contemporanea

Scritto da 

Gremisce il Ridotto del Mercadante folla che s’accalca assiepata, in modo da contribuire a far sì che l’aspetto d’uno studio televisivo ricreato in scena sia più che mai veridico; da lontano persino il palco sembrerebbe essersi fatto appendice di platea (c’inganna fatamorgana, son sagome cartonate che ricreano, fittizio e fasullo, il pubblico fittizio e fasullo d’un interno televisivo). Ancora non sopisce vociare di sala che, quasi a sorpresa, un assistente di studio comunica l’essere “in onda”; d’un tratto s’è affidati alle cure d’un anchorman dal piglio esaltato che s’avvia a celebrare il rito catodico della persuasione occulta, complice una “valletta” dall’inequivoca mascolinità, brutalmente rimarcata dal suo stesso nome, “Bestialitat” (ne veste i panni l’ottimo Daniele Russo).

Benvenuti al Mortal Kabaret e attenzione alle iniziali, evocatrici di ben altro ed affine acronimo (“MK”, ovvero Mein Kampf); ha inizio uno show televisivo che strizza l’occhio al peggio del peggio del becero bailamme che infarcisce i palinsesti usuali, trasmissione contenitore, pot-pourri di talk show, reality, casi umani, tivvù del dolore, l’immancabile quiz, l’irrinunciabile televendita, tra slogan a gogò ed il surrettizio fine di veicolare messaggi subliminali.
“I nulli tentano, ma solo i megli riescono”, baccaglia lo slogan sgrammaticato che passa sullo schermo e che viene ripetuto con enfasi, perché la grammatica e la sintassi “non sono democratiche”, mentre lo è l’appiattimento che si cerca di inoculare nelle menti narcotizzate dal bombardamento di motti sparati a raffica da un teleimbonitore urlante e schizzato, giacca chiara, camicia nera e fenotipo ariano (Riccardi Polizzy Carbonelli, cui la scena teatrale consente una variazione di registri espressivi che lo liberano dal limitante cliché televisivo).
Non manca nemmeno il collegamento col sarto alla moda, che dà i suoi diktat imprescindibili, in linea coi ritmi incalzanti della comunicazione televisiva, stordendo di messaggi subliminali a iosa (“sempre parole in libertà e mai libertà di parola”), finalizzati al bisogno di dispensare sogni ad un pubblico che in realtà si disprezza e del quale si esplicita senza pudore la massiva nullità.
Misuratore dell’audience del programma, un uomo vestito d’un pigiama a righe che lo rende pronto per il lager, anello debole della catena ed emblema della “parte marcia” della società di cui è fatto obbligo liberarsi per salvaguardare un arianesimo di ritorno; vendendo sogni, meglio se di sera, s’abituano i “nulli” alla quiescenza, “i pensieri profondi non fanno audience”, mentre cattura attenzione lo storpio che ha sgozzato la moglie e viene offerto in un quadretto a metà tra il caso umano ed il fenomeno circense; i dettagli macabri e morbosi, le lacrime a comando, tutti gli ingredienti del trash televisivo esposti in un bestiario che culmina addirittura con la morte in diretta, shakerati da un conduttore accelerato, fungono da volano per una serie di messaggi politici discriminanti ed aberranti, che sono né più né meno che la cifra schizoide del pensiero hitleriano sintetizzato in quel guazzabuglio grottesco che è il Mein Kampf.
In una riuscita forma iperbolica, lo show allucinato di Mortal Kabaret illustra i meccanismi della comunicazione e della persuasione occulta, raccontando alcunché di risaputo, ma che è sempre bene ribadire, al fine di mantenere viva l’attenzione sulle derive della società contemporanea, i cui vizi parrebbero averla distratta e diseducata; ed assolutamente non è un caso se ad uno spettacolo teatrale il pubblico si comporta come se fosse davanti al televisore di casa, lasciando squillare imperterriti i telefoni cellulari e dando, oltre la scena, la misura di quanto l’inciviltà inoculata dalla perversione catodica ha ormai contaminato anche le platee teatrali. Nel gioco di specchi di Mortal Kabaret la realtà della platea s’è specchiata più ancora di quanto paventasse la scena.
Lupus in fabula.

 

Mortal Kabaret
di
Roberto Russo
regia Fabrizio Bancale
con Riccardo Polizzy Carbonelli, Daniele Russo, Bruno Tramice, Michele Ruoppolo, Raffaele Parisi, Sergio Fenizia
produzione Arteteca
contributi video a cura di
Davide Franco
scene Francesco Esposito
costumi Maddalena Marciano
musiche originali Adriano Aponte
durata 1h 20’
Napoli, Ridotto del Mercadante, 14 dicembre 2012
in scena dal 13 dicembre al 16 dicembre 2012

Lascia un commento

Sostieni


Facebook