"Quella di cui godevo in quei giorni afosi, camminando sui larghi marciapiedi di via Manzoni e di via Merulana, al riparo del fogliame dei platani, era indubbiamente una felicità partorita da un'illusione; l'illusione di un piccolo numero di strade e incroci capace di suggerirmi la sensazione, razionalmente insana, che esistesse per me, come per chiunque altro, un luogo capace di farmi sentire a casa, qualunque disastro fosse in corso o mi pendesse sulla testa"

Emanuele Trevi

Giovedì, 01 Agosto 2013 02:00

Uno dei miei più grandi trionfi

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Ancora una volta (e non riesco neanche più a contarle) quel mio caro amico (l’amicizia – e non posso farci nulla ma mi scappa sempre un sorriso quando penso a quel sentimento) di cui forse non ho intenzione di parlarvi troppo a lungo, perché non è poi una persona tanto interessante da necessitare una trattazione specifica, uomo che potrà forse incuriosire qualche nostro studioso della psiche (all’erta psicologi, psichiatri, psicanalisti, pedagoghi, educatori, sociologi e antropologi!) ma che per quanto mi riguarda in un mondo benfunzionante non sarebbe capace di suscitare una qualche emozione in nessuno, mi disse che si sarebbe sparato un colpo di pistola in faccia, perché la sua vita faceva schifo (come dargli torto?) e anche la sua morte non doveva essere da meno, sangue e pezzetti di cranio e poi materia grigia e occhi schizzati chissà dove, grida di persone disgustate e infine qualche incubo durante le notti di chi per sua disgrazia lo avrebbe trovato spappolato nel suo studio. Come un immenso affresco del dolore contemporaneo, proprio così mi disse e io quasi quasi gli ridevo in faccia (ma, come sempre, seppi controllarmi).

Ah, ecco! Basti sapere soltanto questo: il nostro caro amico ritiene (o forse riteneva se si è già sparato in faccia) di essere un pittore, a volte anche di essere uno scrittore, spesso addirittura un intellettuale consumato dalla ferocia del nostro tempo e che per esserlo fino in fondo deve (ma proprio nel senso di una legge formale) necessariamente essere un po’ depresso, un po’ alcolizzato, un po’ drogato, un po’ pieno di femmine e così la finzione della sua esistenza creativa ha talmente preso piede che ora ci crede veramente e ciecamente come fulminato sulla via della perdizione preconfezionata. E chi lo sa forse realmente si farà saltare quella faccia da idiota che c’ha! Comunque quel giorno i suoi occhi brillavano di una luce inconsueta, ed io lo sapevo che quello era uno dei momenti più importanti della sua vita, se non addirittura il più importante, aveva infatti gli occhi fiammeggianti di chi sfida l’onnipotenza di dio e la determinazione della natura, come scriverebbe uno scrittore russo o qualche altro illustre artista con la giusta preparazione sulle faccende umane, ma io ci vedevo soltanto la burrosa debolezza del nostro tempo flaccido e bianchiccio, una debolezza travestita da una grandiosità neanche presa in prestito ma proprio rubata ai romanzi di cui alcune menti troppo inclini a costruzioni fantastiche e troppo perdute all’interno della solitudine contemporanea si nutrono in maniera bulimica. Un tentativo piccolo-borghese di incrociare la grandezza della vita e di vivere la passione di un attimo definitivo. Del resto in un tempo senza tempo, nella scarnificazione della durata in brandelli di attimi che si staccano dal fluire come sfoglie di epidermide dai lebbrosi, lui vuole che almeno un momento sia grande e decisivo. Avrei voluto chiedergli grande per chi o decisivo per cosa, invece gli risposi semplicemente: “non ci credo, stai scherzando!, ora però lasciami scappare al mio corso”. Lui mi fissò le labbra a tal punto che non potetti trattenerle dal tremare vistosamente – e sappiate bene che non mi piace quando qualcuno scopre un segno di debolezza e insicurezza in me. Pensai e immediatamente capii che questa volta lo avrebbe potuto fare veramente, ma non me ne preoccupai più di tanto. Con un allegro sorriso, mi allontanai. Si potrebbe dedurre dunque che sono un uomo malato, anaffettivo, oppure, con vecchia e poco scientifica parola, un cinico, ma la verità, come spesso accade, è molto più semplice, è che avevo il mio imprescindibile corso da seguire e non vi avrei mai rinunciato per nulla al mondo. Non è mica roba da poco questo corso di perfezionamento, si tratta di una scuola di specializzazione che mi permetterà nell’arco di dieci vent’anni di cominciare a lavorare come insegnante nei licei. Certo ci arriverò a quella tanto agognata meta, oramai lo so, ma come ci arriverò è ancora in forse, le ipotesi sono due: o, se tutto va bene, con i capelli sì incanutiti, sì un po’ diradati, ma con un aspetto ancora giovanile e piacente, o, se tutto va male, con la testa quasi del tutto pelata e appena un po’ aggrinzita da pochi ciuffi di capelli, cioè con l’aspetto di una vecchia gallina buona soltanto a fare il brodo domenicale. Ma intanto ci arriverò! e questo nessuno me lo può togliere. Insomma, senza tirarla troppo a lungo, avevo le mie cose a cui pensare, cose che in quel momento ho reputato più importanti. Questo è tutto: del resto anch’io mi fregio del titolo di intellettuale del nostro tempo, per cui prima pondero e poi scelgo, se fossi stato invece un medico, allora sarei stato veramente giocondo, sarei stato infatti uno psichiatra (follia e chimica sono due passioni per me smodate) e così avrei fatto di tutto, ma veramente di tutto – e sono pronto a giurarlo – per salvare e migliorare il mio caro amico e così, almeno credo, lo avrei prima imbottito di medicinali ben dosati e ben gestiti da me in un crescendo che avrei valutato in itinere passo dopo passo, lui poi sicuramente avrebbe preso ad avere alti e bassi, momenti di fervida creatività e momenti di cupa disperazione, e così dopo qualche mese gli avrei prima suggerito e, a un suo probabile rifiuto, lo avrei obbligato poi a farsi rinchiudere in un istituto qualsiasi in quanto non più equilibrato, dove io lo avrei abbandonato e dove lo avrebbero lasciato con ogni probabilità a pisciarsi sotto nella sua stanza, dove qualche solerte e sincero e dolce come il marzapane medico gli avrebbe portato fogli e cartoncini e forse anche tele e poi colori acrilici, acquerelli etc. etc. per permettergli di esprimere tutto il suo malessere attraverso la pittura e forse là dentro sarebbe finalmente impazzito sul serio e avrebbe infine creato qualcosa di un certo valore e non le schifezze che fa ora e che vorrebbe pure vendere. Insomma, nella mia (comunque la si voglia giudicare) bontà, gli avrei donato la possibilità di diventare un vero artista, al di là della droga, dell’alcool, delle scopate. Comunque, non so se per fortuna o per sfortuna, non sono un medico, ma un semplice (e inutile) intellettuale. Ma se, immaginiamo, diventassi medico all’improvviso, avrei di certo un’etica scadente ma mi divertirei molto e giocherei ancor di più con quella cosa che a me fa tanto ridere ma che piace tanto a preti vestiti e svestiti e ai luminari del nostro tempo, e cioè la “sacralità della vita”. Il mio motto sarebbe: soffri pure come un cane, caro amico, ma io non ti farò morire né ora né mai, finché sarai in mio potere. Se proprio la desideri la vecchia signora vestita di nero e che impugna la falce, pensaci tu!, ma non ci riesci perché sei infermo? ti fotti! io sono il medico e io decido sulla “sacralità” della tua vita.
Comunque, come mi accade spesso, mi sono distratto e ho letteralmente volato sulle dorate ali della fantasia e sugli incroci impossibili di mondi possibili. Tornando invece a ciò che è utile raccontare, devo dire che mi preoccupai a lungo del tremolare del mio labbro inferiore. Quello è ancora per me un cruccio, un segno di debolezza che non mi sarei mai aspettato, ho più di trent’anni e questo è un dato inoppugnabile, ma non ritenevo di essere già così fiacco. Quello che mi interessa dire, però, è che ho smesso di curarmi veramente e seriamente di quanto accade alle persone che mi sono care (care, poi – e mi scappa un altro sorriso) da un bel po’. Non è cattiveria né cinismo. Anzi in realtà sono considerato perlopiù e innanzitutto una brava persona. Non sapete quanto io sia capace di mostrarmi sensibile e partecipe a ogni accadimento del mondo se soltanto decido di farlo. Sono in grado di stringere le mani di una persona che, poniamo caso, mi sta raccontando della malattia mortale della madre, in maniera tale che, soltanto grazie a un ottimo dosaggio della stretta e a movimenti ben calibrati delle dita ad accarezzare gli incavi delle mani, quella persona si scioglie in un commovente pianto fino a sentirsi meglio per aver sfogato la propria disperazione. Ovviamente a me non me ne frega niente né della madre né della persona in questione, ma intanto potrebbe mai qualcuno dire che sono una persona anaffettiva o cinica? Potrei fare anche altri esempi, ma la sostanza non muterebbe. Vi starete a questo punto chiedendo perché con questo mio caro amico non ho usato la medesima strategia. Ottima domanda, perché mi permette di dire ciò che mi preme maggiormente e cioè che ho semplicemente raggiunto la consapevolezza che un qualsiasi gesto di attenzione o di preoccupazione o di robe del genere ha senso soltanto dinanzi a un pubblico. Ecco!, poniamo caso che mi avesse detto questa cosa dinanzi a un bel po’ di persone, tutte attente a sentire la mia risposta, pronte a carpire il segreto che può spingere un uomo al suicidio e un altro a salvarlo da tale intento, allora sì, se avessi avuto il mio pubblico, avrei potuto fare un gran bel discorso (ho studiato tanto proprio per riuscire a colpire le persone con la mia fluida, appassionata parlantina), allora sì che avrei potuto utilizzare una delle mie strategie di abbracci dosati e accarezzamenti ponderati, e così molto probabilmente avrei strappato il mio amico dal suo intento e avrei ottenuto una vera e propria ovazione. La questione del pubblico e dell’ostentare è un modo per declinare le proprie emozioni. Non ci credete? Eppure è il senso della nostra epoca! Comunque ora ve lo spiego, anzi: ve lo racconto.
Diciamo preliminarmente che non ricordo neanche più quando ho smesso di provare emozioni naturali. Naturali? D’accordo, non è il termine adatto. Diciamo che per naturale intendo un’emozione provata senza possibilità di essere controllata, diciamo: originale e ingenua. Immediata, senza riflessione. Senza quella necessaria mediazione che si pretende in un mondo in cui tutto si determina attraverso l’esposizione. Diciamo che ho sempre avuto la percezione dell’artificialità del mio sentire, del fatto che in definitiva è la costruzione a essere determinante, non la naturalità. Non è che qui io voglia partire con una dotta conferenza sul rapporto tra natura e cultura nel nostro tempo, sul fatto che l’uomo è cultura e la sua stessa naturalità è sempre mediata e cose del genere, questo tipo di disquisizioni le lascio ai nostri accademici. Qui si tratta semplicemente di capire che anche quando riteniamo che la nostra emozione sia sincera, immediata, naturale, in poche parole vera (vera, verità – un campo lessicale che anch’esso mi fa sorridere non poco), essa è in realtà sempre frutto di una mediazione culturale. Troppo difficile? Ecco! La mia teoria può essere semplificata così: non proviamo vere emozioni ma soltanto ciò che nella nostra storia personale e nella nostra cultura si è determinato come tale. E soprattutto proprio perché non provengono dal nostro interno, dal nostro Io profondo, dalla nostra anima, dal nostro soffio vitale, insomma da ciò che ritenete sia la sede delle nostre più profonde attività umane, la loro importanza risiede nell’esposizione all’altro. Vanitas vanitatum dicevano i tizi del Vecchio Testamento, senza comprendere però che quella è l’unica vera realizzazione della natura umana. E così, senza annoiarvi troppo su queste questioni teoriche, io, sin da bambino, ho percepito questo distacco tra me stesso e ciò che provavo e sin da bambino ho fatto di tutto per studiare i modi più immediati per mostrarmi emozionato di qualcosa e, con il tempo e la maturità, ho imparato anche a dare a ogni persona ciò che voleva. Ma per farlo – e questo l’ho capito soltanto in un secondo momento – era necessaria un’esposizione pubblica, soltanto dinanzi a un bel po’ di gente (presente o meno, è un altro discorso) queste mie strategie avevano un certo effetto. Proprio perché le persone sanno (seppur senza consapevolezza) che, tornando all’esempio di prima, la nostra cultura e la nostra formazione individuale ci impongono di soffrire della morte di un genitore, io attraverso la costruzione di una scena di esposizione al pubblico, aiuto queste persone a cacciar via quell’emozione o sentimento e a vivere più sereni fino a che non si riproduca nuovamente la stessa dinamica. Ciò che non sono riuscito ancora a fare, è in un certo senso guarire le persone da questa malattia che si chiama libertà delle passioni. Nella mia attività seguo soltanto un principio – e qui mi si taccerà probabilmente di superomismo – cioè dare a ognuno ciò che ritengo opportuno che debba ricevere. Nel caso del mio amico pittore, figura un po’ ridicola e goffa con le sue passioni di tempi andati, ho optato a che si suicidasse, certo ho sentito in me un’indecisione (il labbro tremante), ma credo comunque di aver fatto la scelta giusta. Non che sia così semplice giocare con i destini delle persone, neanche uno come me, che sa che tutto è finzione, ci riesce pienamente, c’è bisogno di profondi esercizi spirituali e di una decisa consapevolezza del proprio compito. Comunque, qualora dovesse accadere che non si suicida, non potrei veramente fare più nulla per lui, già ho deciso: lo abbandono alla sua misera vita.
Ma poi – e questa è cronaca – giunse la notizia del suo suicidio. Non mi ero sbagliato e in un certo senso mi sentivo contento perché tutto era andato come doveva andare. A trovarlo era stata la polizia, dopo che alcuni vicini insospettiti da una strana puzza che proveniva dal suo studio si erano precipitati a chiamarla. La scena fu, come si può immaginare, terribile. I vicini di casa, pur non essendo stati autorizzati a entrare, cercavano in ogni modo di sbirciare all’interno dello studio, di raccogliere con lo sguardo almeno un pezzetto di osso, una piccola chiazza di sangue o qualche segno della putrefazione avanzata.
Il padre del mio caro amico, ricco e stranamente colto commerciante di una zona ricca qui in città, mi chiese di fare un discorso in chiesa durante i funerali. La madre, piccola donna invecchiata di cent’anni dal momento in cui aveva appreso la notizia, mi disse con gli occhi gonfi di una strana commozione mista a stupore e a insonnia che ero la persona più adatta, l’amico che forse l’aveva conosciuto meglio e meglio sapeva cosa lui avrebbe gradito al suo funerale. A me scappava da ridere ma, con grande professionalità, mi mostrai distrutto almeno quanto lei, e allo stesso tempo seppi mettere in scena la mia razionalità e la mia lucidità. Credo di aver detto parole bellissime a quella donna, credo di aver saputo bilanciare perfettamente la sua necessaria sofferenza con il fatto che in quel momento potessi fungere da ponte con il defunto figlio, infine decisi di preparare un bel discorso e subito dopo averlo pronunciato andare dalla signora e abbracciarla dinanzi al (mio) pubblico.
Le cose andarono proprio così. Entrai in chiesa indossando dei begli occhiali scuri, dalla montatura spessa e dalle lenti grosse e quadrate ma dagli angoli smussati, e vestendo un abito di un’eleganza sobria e giovanile. Decisi anche di dispensare, quando incrociavo lo sguardo di qualcuno, qualche amaro sorriso oltre al volto contrito dal dolore. Credo che la mia messinscena sia stata ben costruita ed efficace, mi resi conto immediatamente di attirare l’attenzione e quando, come d’accordo, il parroco mi chiamò per il discorso, io mi alzai lentamente e sfilai lungo tutta la navata centrale (del resto mi ero seduto in disparte su una delle ultime panche proprio per questo motivo), voltando di tanto in tanto lo sguardo a destra e a sinistra. Quando cominciai a parlare la mia voce uscì potente e decisa ma nel timbro sicuramente dolorosa e affannata. In una parola: perfetta. Chiusi il mio discorso – perdonate l’immodestia: meraviglioso – con questa citazione da Seneca che mi valse uno degli applausi più lunghi, sentiti e belli della mia esistenza, sentite che densità di significati e che potenza espressiva sapeva esprimere quel gran figlio di buona donna: "Infatti, se può esser per te di conforto al tuo rimpianto il comune destino, nulla rimarrà nel luogo in cui si trova, il tempo abbatterà ogni cosa e la trascinerà con sé. E non si prenderà gioco solo degli uomini (che piccola porzione è infatti codesta di una casuale potenza?), ma dei luoghi, delle regioni, delle parti dell’universo. Appianerà tutte le montagne e altrove farà sorgere in alto nuove rocce; inghiottirà i mari, devierà i fiumi e dopo aver troncato le comunicazioni tra i popoli, dissolverà la società e la convivenza del genere umano; altrove farà aprire vaste voragini sotto le città, le scuoterà con terremoti e dal profondo effonderà esalazioni pestilenziali, coprirà con inondazioni ogni luogo abitato, ucciderà ogni essere vivente sommergendo il mondo, brucerà con vasti incendi e ridurrà in cenere tutto ciò che è mortale. E quando sarà giunto il momento in cui l’universo si estinguerà per rinnovarsi, tutte queste cose verranno disfatte dalle proprie stesse forze, gli astri si scontreranno con gli astri e mentre tutta la materia arderà, tutto ciò che ora splende in ordine brucerà in un solo fuoco. Anche noi, anime beate e che abbiamo ottenuto l’eternità, quando a dio sembrerà opportuno rimettere in moto queste cose, mentre tutto si disperderà, noi stesse piccola aggiunta della generale rovina, saremo mutate negli elementi primordiali. Beato tuo figlio, o Madre, che già conosce queste cose!".
Ammetto di essermi commosso in più punti per la potenza delle parole e la situazione di immenso dolore partecipato, ma quando poi sono sceso dall’altare e sono andato incontro alla madre per un lunghissimo abbraccio e, mentre ascoltavo il suo petto attraversato da singhiozzi che sembravano poterla spezzare in due, sentivo un applauso che non aveva fine, capii che quello era stato sicuramente uno dei miei più grandi trionfi.

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