“Napoli dimenticata entro un oceano di curve diafane, di verdi e molli fianchi, sullo sfondo pennicoli audaci, come sipari sempre tremanti, dietro cui va e viene una moltitudine di anime sottratta al tempo che spense la Grecia, gli Dei, Roma: anime che sanno ancora di tutto questo, e in più di corti spagnole”

Anna Maria Ortese

Mercoledì, 17 Luglio 2013 02:00

Les boutades de Lubylu – See you later alligator

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La contessina Maria Rosaria Galateva, la matura cugina americana Michelle Rabby con la figlia Ketty e poi c’ero io; come un redivivo Quartetto Tetra giravamo per la Florida cantando canzoni improbabili, in un afoso giorno di fine agosto, pronti per una visita guidata all’Everglades, una vera e propria palude attrezzata. Avevamo appena parcheggiato nel Parking l’auto col cambio automatico, che ormai ero solito guidare. Visto che tutte le volte che Michelle Rabby aveva guidato era stata una tragedia: la prima volta aveva preso l’autostrada, ’a Turnpaich, nel senso opposto; la seconda, era stata inseguita e bloccata da un’auto della Polìs, con tanto di 100$ di multa; la terza, guidava così veloce che sembrava stessimo decollando, tanto che ad un certo punto era apparsa l’hostess per indicarci le uscite di sicurezza.

Giunti alla biglietteria, Michelle Rabby finse un impellente desiderio fisiologico, le capitava ogni volta che bisognava pagare. Non appena la Contessina ed io acquistammo il diritto di entrata per tutti e quattro, Michelle ritornò gioiosa e rilassata. Nonostante avesse più di dieci carte di credito e proprietà sparse in tutto il mondo, si distingueva per un’avarizia tale che, si narra, lo stesso Molière infastidito si sia più volte girato nella tomba; gli unici momenti in cui lei appariva più distesa e serena, erano proprio questi, quando italiana, pluridivorziata, con una figlia francese ed un passaporto americano, faceva la portoghese…
Il tempo buttava male, in lontananza si scorgevano già le luci di un temporale.
Nonostante questo, i Rangers ci mostrarono lo scafo su cui dovevamo salire per iniziare il giro della palude. Motoscafo non era, vaporetto nemmeno, era più che altro un incrocio, un bastardino, tra il traghetto che il lunedì di Pasquetta va a Capri e quelle barche di fortuna usate dagli albanesi nelle loro gite in Puglia.
Galateva ed io, occupammo i posti più lontani dalla punta, sotto mio coraggioso consiglio, ma più vicini al motore… motore, forse, era una parola grossa. Difatti, visto il rumore assordante di quella lavatrice, i Rangers ci offrirono dei pezzi di carta Scottex da mettere nella recchia per attutire il frastuono.
Il temporale era ancora lontano.
Arrivato ormai il momento della centrifuga, lo scafo schiumoso incominciò a muoversi seguendo il tragitto dell’acqua. Un percorso stretto, quasi un solco tra piante paludose, in un mare di coccodrilli. Erano infatti loro lo scopo del nostro tour, ma almeno per il momento, a giro non se ne vedevano; nel frattempo lo scafetto aveva aumentato enormemente velocità e faceva talmente bordello che non riuscivo a sentire nemmeno quello che pensavo. Si addentrò addirittura in una serie di curve pericolose, non segnalate da nessun cartello stradale, che mi indussero a guardarmi intorno atterrito, alla ricerca del fusto d’albero più resistente al quale aggrapparmi in casi estremi. Ma fusti non ce n’erano, c’erano solo i Rangers, due fustini.
Il temporale sembrava avvicinarsi.
Dieci lunghi minuti dopo giungemmo su di un enorme slargo marino e la Candysi spense.
Le nuvole erano quantomai minacciose.
Era normale che lo scafo galleggiasse anche a motore spento, spento apposta dai Rangers per iniziare una sorta di guida alle meraviglie del luogo; ma io come potevo saperlo? Mi vergognavo di chiederlo alla Mamma Rabby, che stava fiera seduta dinanzi a me, mentre la figlia andava su e giù per il traghetto senza né stereo né Super Santos; osservavo complice la Contessina che solo guardandomi in faccia si divertiva come non mai, e quindi l’unica mia speranza era capire che sfardella stessero dicendo quelle due faccie di cacchio, vestite da carnevale (i Rangers appunto).
Uno di questi, mentre parlava, sradicò uno stelo lunghissimo di pianta, ne tolse un pezzettino, fingendo di mangiarlo, e poi me lo offrì; io ripetei automaticamente il gesto, mettendomi in bocca tutta la pianta, tutti risero, Rabby Mother mi guardò sprezzante.
“But, what do you want?” pensai. Sì perché a capire, non capivo nulla, però a pensare, pensavo in lingua.
Ma ecco all’improvviso apparve lui, il nostro protagonista, l’unico motivo per il quale eravamo su quell’elettrodomestico: l’Alligator!
“Oh my God!” pensai.
In realtà il crocodile se ne fregava altamente di noi, era lì nell’acqua che muoveva stanco la sua enorma bocca, solo per un attimo ci guardammo negli occhi e sembrò quasi chiedermi:
“Michelle Rabby non ha pagato nemmeno qui, vero?”.
Che animale intelligente!
Anche se ad essere sincero la prima reazione che mi suscitò fu un’altra. Reduce da DisneyWorld e dai numerosi mall che avevamo visto nei giorni precedenti, confidai alla mia Galateva:
Chest’è n'ata sòla! È finto: nu’ coccodrill’  telecomandato!”.
Ketty Rabby aveva a casa una tartaruga marina di nome George, che ogni mattina sembrava, piccola, affamata e disperata, esalare l’ultimo respiro. Le davano da mangiare non più di una volta a settimana, l’acqua gliela cambiavano ogni morte di Papa, anzi di Presidente. Si può immaginare la gioia della bambina nel vedere la tartaruga enorme che ci nuotava a fianco, che proprio io, in un attimo di affetto quasi paterno, ero stato ad indicarle:
“Look at, Ketty: the big, big, big George!”.
“Ma si’ diventat' cacaglio?!?” domandò la contessina.
Iniziavano a cadere le prime goccie di pioggia, schizzicheava.
Fu allora che i cari Rangers per evitare che quello fosse un viaggio di sola andata, riaccesero improvvisamente i motori, o meglio i rumori, ed iniziò l’inferno.
Più aumentava la velocità, più accresceva il bordello, più saliva in me la voglia di tornare sulla terra ferma. Le Montagne Russe che non avevamo affrontato causa guasto improvviso, sarebbero state nulla a confronto; arrivai persino a rimpiangere il giro in auto con Michelle Rabby alla guida.
Zigzavamo con il nostro schifetto scafetto tra: diversi coccodrilli comparsi quasi miracolosamente (non c’era dubbio alcuno che fossero telecomandati), George, big George, zanzare giganti che avevo visto solo a Scandicci, ed animali vari non meglio identificati.
Galateva stessa fu punta da qualcosa, forse un elefante volatile, le rimase gonfia la gamba per settimane; molti incrociandola per strada le chiedevano l’autografo, scambiandola per Lou Ferrigno.
Intanto la lavatricedallavelocitàsupersonica andava sempre più forte, compiendo curve talmente pericolose che credetti di avere le recchie nell’acqua; quando finalmente, come già secoli prima aveva fatto Colombo, scorgemmo la terra ferma, controllai se gli Scottex erano bagnati: avevano assorbito bene.
“Sono sempre la marca migliore” pensai.
Pioveva, e tutti abbandonando il motoschiumo, si tolsero questi pezzi di carta; il rumore aveva talmente rotto i timpani che qualcuno lo Scottex, invece di levarlo dalle orecchie, lo fece uscire dal naso. Ketty lo mise in bocca e se lo mangiò… piccola ma già una buongustaia.
La visita però non era ancora terminata, alcuni colleghi dei Rangers ci portarono dal domatore di coccodrilli che stava per dare inizio al suo spettacolo dimostrativo.
La pioggia aveva concesso un attimo di tregua.
C’era un spalto all’aperto, una rete protettiva e poi tre o forse quattro alligatori nella sabbia e nell’acqua. Appena li vidi, li salutai:
“See you later, Alligator”.
Uno dei quattro guardò come se volesse correggere il mio Inglese, ma poi capendo che sarebbe stato inutile, mi lanciò solo uno sguardo pietoso.
Il Ranger-domatore diede inizio al suo show. Prendeva questi animali, se li portava a spasso, li immobilizzava, tutti esercizi praticamente inutili.
L’unico momento emozionante era quando faceva passare la sua mano tra i denti del coccodrillo, proprio un attimo prima che l’animale chiudesse violentemente la bocca. Il domatore spiegò che il rettile era molto sensibile: non appena qualcosa anche di impercettibile sfiorava il suo palato, l’enorme bocca si chiudeva, istintivamente ed immediatamente.
“Anche una goccia d’acqua” aggiunse Mrs Rabby.
Ed in quel preciso momento un tuono annunciò il ritorno della pioggia.
La Contessina ed io ci scambiammo uno sguardo d’intesa:
“Portasse pure male ‘sta cugina americana?”.
Anche se col temporale la faccenda si faceva più imprevedibile. Sarebbe stato bello e raccapricciante vedere la vittoria dell’animale sull’uomo: la mano mozza grondare sangue, il Ranger annegare in un agghiacciante mare rosso, punito per aver osato troppo, per essere andato oltre le leggi naturali.
Sarebbe potuta essere anche una lezione di vita per la piccola Ketty: la natura trionfante sulla prepotenza dell’uomo. E poi chissà, chi può dirlo, poteva anche darsi che l’Alligator,stimolato l’appetito, si’ foss’ magnat’ pure ’a mamm’ !!!
Ovviamente non accadde niente di tutto ciò, il telecomando collegato alla bocca funzionò perfettamente. Una standing ovation salutò l’ultimo esercizio del domator, la Contessina ed io ci dissociammo.
La nostra delusione fu però un po’ mitigata; abbandonando gli spalti avemmo, infatti, la possibilità di prendere in braccio un piccolo alligatore vero… o presunto tale. Ketty, Rosaria ed io non perdemmo tale occasione unica: la foto effettuata mentre indossavamo questa Lacoste originale, ne è fedele testimonianza.
Quando sviluppammo il rullino molti mi chiesero se quella che tenevo in braccio era Michelle Rabby.
Ultima tappa prima di salutare quel luogo paludoso fu il ristorante, o meglio, il Fast Alligator adiacente.
Ci nutrimmo di uno squallido Hot Dog e dell’immancabile Coca Cola; quando all’improvviso entrò la cameriera con un piattino in mano, dicendo più o meno così:
“Chi ha ordinato i pezzettini di Coccodrillo?”.
“Noi!” rispose Rabby Mum che, nonostante apparisse anoressica, quando si trattava di mangiare arrivava a togliere il cibo dal piatto di sua figlia, per  farlo giungere al proprio stomaco con una velocità che sfidava ogni legge della fisica.
“Ma chi è? 'A sor ‘e Flash?!?” chiese la cameriera.
Devo dire però che questi tocchettini di coccodrillo indorati e fritti, nonostante il sapore un po’ forte, si rivelarono gustosi.
Al momento di pagare, la signora Rabby ancora una voltà si eclissò, rammaricandosi di non avere più moneta contante… più che Rabby, rabbina.
Uscendo da quella sottospecie di trattoria, la pioggia batteva molto forte.
Il cibo gradevole ma quantomai indigesto, non trovava pace dentro di noi, tanto che ad un certo punto, fui preso da un forte dubbio:
“E se fosse carne umana quella che abbiamo mangiato? Magari di qualche domatore morto per non aver superato indenne il numero della mano in bocca?”.
Il forte dubbio divenne atroce, il sospetto dramma, la paura terrore quando Galateva, inconsapevole della gravità delle sue parole, disse:
“Che brutte giornate! Oggi la pioggia, la settimana scorsa l’uragano…”.

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