“Perché tu mi dici: poeta? Io non sono un poeta. Io non sono che un piccolo fanciullo che piange”

Sergio Corazzini

Giovedì, 04 Luglio 2013 05:50

Les boutades de Lubylu – 2007_ Washington a volo!

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Alle 7:30, puntuale e un po’ reticente, Chiccumma mi era venuta a prendere a casa, accompagnata da Simoncello a bordo della fantastica “16”, il modello della Fiat più “fortunato”. Sul raccordo sembravamo andare sempre in “prima” ma dall’alto dei nostri sedili superavamo tutte le auto che viaggiavano nella corsia di destra; ad un certo punto uno strano tipo con gli occhiali da sole e gli occhi chiusi guidava una Citroèn bordeaux: “Ma chill’ è Gennaro!”. Dal finestrino tentammo di attirare la sua attenzione, Simoncello iniziò a suonare anche il clacson, uno dei sedici, ma niente, il Ray Charles del Cilento continuava dritto per la sua strada: “Sta’ proprio durmenn!”.

Eravamo tutti diretti all’aeroporto per un viaggio di lavoro cortesemente offerto dalla Discovery, il grande colosso americano che aveva deciso di acquistare la nostra società, per poi pentirsene amaramente, tanto da aver cercato di disfarsene con un annuncio su e-bay. La nostra destinazione era Washington, con scalo a New York. Avremmo viaggiato in due voli diversi, in uno Chiccumma, Valentenna ed io, nell’altro Donat, JJ e Gennà sempre che fosse riuscito a svegliarsi all’altezza di Fiumicino.
Eravamo tutti in attesa del check-in, a mancare invece era solo JJ la serba, eravamo convinti che fosse una spia dell’est infiltrata in Vaticano; “Forse è in missione farà qualche ora di ritardo”. Fortunatamente sarebbe arrivata poco dopo con il cadavere, una valigia talmente grande che dentro c’era pure suo marito.
Salimmo finalmente sull’aereo, l’equipaggio era a dir poco improbabile ed inguardabile.
Un’hostess aveva l’età di mia nonna ed era totalmente strabica: l’unica al mondo che riusciva a vedere tutte le uscite di sicurezza contemporaneamente. Quando passò la prima volta domandando :”Water o Fruit Juice?”,tutta la fila rispose: “Chiede a me?” “a me?” “a me?” “a me ?”.
Gli uomini non mostravano un aspetto migliore.
Uno steward con la bocca gonfia da un lato sembrava avere un ascesso in corso; nessun componente dell’equipaggio indossava la medesima divisa, parevano tutti lì per caso. Come se avessero incontrato il comandante sulla pista: “Tu che tien’ 'a fa'? E voi? E ja’ venit’ cu mmè che ce ne jamm' nu journ' a Nev Yòrk”.
Praticamente, più che un equipaggio, un’incarrettata.
L’unico professionale e cordiale era Francesco, accento di Brooklin, ma nato a Firenze; iniziò a parlare dell’immagine pessima data dalla politica Italiana, poi dello sporco mondo del calcio Italiano, e ancora dell’economia Italiana vicina al fallimento.
“Francesco, ma tu ti senti Americano?”.
“No! Molto Italianissimo al cent per cient!”.
Menumale…
Iniziò la fase di decollo del velivolo e Umma disse: “In aereo non riesco a dormir...” non riuscì nemmeno a pronunciare la “e” che già russava.
Il comandante diede il benvenuto ai passeggeri, la sua voce sembrava l’imitazione di George W. Bush a Striscia la Notizia.
Proprio un pezzotto di aereo.
Nel mio televisorino personale era vedibile solo la puntata di Happy Days con Mork & Mindy. Mi ricordai di quando la trasmisero sul primo canale: ero un bambino, ancora c’era la freccetta che ti diceva che sul secondo stava iniziando Supergulp.
“Ma quanti anni ha sta sottospecie di aereo della Continental? E’ Cchiù viecchio 'e me?!
L’episodio di Fonzie e Mork di cui avevo un vago ricordo, dopo10 ore di volo… ‘o sapevo a memoria.
Valentina, stava messa peggio: non le si apriva nemmeno il televisore, l’unica cosa che funzionava era la luce; tutte e dieci ore passate ad accendere e spegnere la luce.
Chiccumma dal sonno leggero, si era risvegliata ed aveva iniziato una breve lettura che si era portata da casa: un libro di 5000 pagine!
“Ma che re’ ‘o Devoto Oli?!”, le chiesi.
Il viaggio incominciava ad essere eterno, il servizio lasciava a desiderare, persino per un bicchiere d’acqua bisognava aspettare ore, senza avere la certezza che poi arrivasse alla persona giusta.
Non avevo dubbi, solo una cosa poteva rilassarci, poteva placare la nostra insofferenza, era il “Melatonina Time”!
Fiato alle trombe entrino le pasticche rosa!
Cacciai dall’astuccio le capsule miracolose e le offrii alle mie compagne di viaggio.
Vale la ingoiò e spense la luce; Chiccumma chiuse il vocabolario e sentenziò: “La prendo, ma già lo so, non farà nessun effetto!”.
Poi, mentre stava per mettere la pasticca in bocca, si addormentò.
Il tempo passò e quando ormai mancava poco all’arrivo, comparvero finalmente i questionari folli che ognuno deve compilare prima di atterrare nel Nuovo Continente; bisogna stare molto attenti: arrivati alla dogana, il doganiere interroga! E non è ripetizione.
Io copiavo le risposte delle mie compagne di scuola, Francescumma un bel compitino pulito, Valentina invece pieno di cancellature.
All’ultima allucinante domanda: “Fai parte dello spionaggio?", tutti e tre ci guardammo: ”JJ che avrà risposto?”.
L’aereo iniziò a scendere di quota, New York era sotto di noi, ma l’atterraggio dell’imitazione di Bush fu allucinante, cu' sta povera pasticca di Melatonina che rotolava su e giù per tutto l’aereo.
“Chiccu’, te l’ho detto che la dovevi ingoiare!”.
Miracolosamente il velivolo ci portò a terra, davanti al portellone il comandante in persona volle salutarci, era un vecchio pensionato di cient’anni con il copilota che teneva tutti i capelli dritti in testa.
“Chi l’aveva prenotato sto aereo per noi?! Donat !?”.
A New Ark erano tutti folli, ci guardavano male, ci gridavano contro, come se lo sbarco in USA della nonna-hostess-occhio-di-lince fosse colpa nostra.
Prendetevela col comandante in pensione e con chi lo doppia.
Arrivammo alla dogana, con i nostri compitini in mano. Francesca soggettona passò quasi subito l’esame. Vale aveva fatto troppi errori e dovette tornare dietro la fila a rifare il compito, io invece mi imbattei in un doganiere vietnamita, figlio di una guerra che lui stesso e i suoi padri non avrebbero mai voluto. Tre ore di interrogazione.
Continuava a guardarmi e guardare il passaporto, me e il passaporto, il passaporto e me.
Mi prendeva le impronte, innervosendosi che non avevo capito quale dito di quale mano dovevo lasciargli. E con una lente di ingrandimento continuava a scrutare me e le mie impronte vegetali, facendomi delle domande difficilissime che tra l’altro non stavano nel programma, o che forse facevano parte di quella dispensa che nessuno mai studia.
Discovery? Che c’entrate voi con Discovery? (più o meno questo era quello che chiedeva).
Discovery and Antenna Audio produce audio guides” replicai.
“Audio guide? What is Audio guide?”.
“Allora”, cercai di spiegare, “Push the button and listen, green-play, red-stop…” e menomale che non mi chiese pure delle radioguide Group Tour, visto che ancora oggi persino mio padre continua a ripetere a chi glielo chiede: “Mi pare che vend’ 'e cassette fuori a San Pietro”.
Comunque il viet-dogan era sempre più sospettoso e visibilmente alterato; continuava ad alternare lo sguardo verso me dal vivo e me sulla foto, e lo faceva con grande spregio, finchè decise di aggredirmi con il domandone finale:
“Where are you from?”.
Marò… nel senso da dove vengo oggi o da dove vengo a livello di sgravamento?
Dopo un attimo di tremante esitazione “Naples!” risposi.
“Ok!”. Fece un cenno di assenso con la sua capa vietnamita e mi riconsegnò il documento.
La risposta era esatta, ero il nuovo campione. Avevo vinto un ingresso per l’America.
Il mio esame infinito e il compito che Vale continuava a rifare, ci avevano fatto perdere una marea di tempo, tanto che fummo costretti a correre attraverso percorsi impervi e scale d’emergenza all’interno dell’aeroporto per riuscire a non perdere la “coincidenza” per Washington.
Ci imbattemmo persino in un nuovo controllo: al metal-detector, per questioni di sicurezza ci obbligarono a toglierci le scarpe; l’unica cosa sicura fu il fetore incontrollabile.
Superai indenne anche questa nuova prova, grazie all’arma segreta del dott. Ciccarelli, il Timodore!
“A volo” riuscimmo a montare sull’aereo, il Continental Express, ‘na specie dell’autobus 40 dell’Atac ma molto più piccolo; sembrava un vagone dell’alta velocità tagliato a metà. Due file a sinistra una sola a destra, e continuava a salire gente!
“Forse ci saranno pure posti in piedi”, immaginai.
Era talmente piccolo che lo steward col suo carrello di bevande entrava preciso preciso: l’aereo pareva costruito intorno a lui.
Quarantacinque minuti di viaggio su di uno scenario meraviglioso, nonostante qualche turbolenza. Con lo sguardo cercavo le mie amiche d’avventura: Vale stava vomitando in qualche posto dietro, vicino all’obliteratrice. Francy era alla lettera T del vocabolario.
L’apparecchio arrivò allo stazionamento di Washington D.C. dopo un ottimo atterraggio.
L’unica che non era atterrata era la mia valigia, rimasta nella follia di New York.
“Excuse me, I lost my baggage! Sicuro è stato iss’...’o Vietnamita!” Non avevo dubbi.
Ma all’ufficio bagagli smarriti ci spiegarono che, per motivi di spazio, l’aereo non era riuscito ad imbarcare la mia “Samsonite” che sarebbe arrivata, probabilmente, con uno dei voli dei prossimi giorni.
“E la serba che si porta appresso il cadavere che fa? le danno un Jet personale?“.
Con questa riflessione, nonostante la sorpresa finale, stanchi ma allegri ed eccitati salimmo sul taxi destinazione Hotel Mariott – Silver Spring, Washington D.C.
Eravamo negli Stati Uniti d’America, nel Paese del potere politico Americano, nella città della Casa Bianca. Avremmo potuto persino incontrare G. W. Bush e magari offrirgli una Pringles.
Chiccumma mi appoggiò sulle gambe il Devoto Oli, guardai questo volume immenso, questa fonte imperiosa di conoscenza e di saggezza, e fu il caso ad aprirmi la pagina, alla lettera V.
Valigia: s. f.; Grossa borsa da viaggio per riporvi indumenti ed oggetti personali, per lo più a forma parallelepipeda; es. Mi han smarrito la __ , giammai la rivedrò;
“Umma, scusami, non t’offendere, ma il Dizionario Garzanti è fatto molto meglio…”.

 

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