“Come tutti gli uruguagi, avrei voluto essere un calciatore. Giocavo benissimo, ero un fenomeno, ma soltanto di notte mentre dormivo; durante il giorno ero il peggior scarpone che fosse comparso nei campetti del mio paese”

Eduardo Galeano

Domenica, 30 Giugno 2013 02:00

Les boutades de Lubylu – Defensor legis

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Era sicuramente un giorno di fine giugno, stavo come sempre per partire alla volta di Roma, che era diventata un po’ la mia seconda casa.
Non avendo impellenze lavorative, ero solito fare il biglietto alla Stazione Centrale di Napoli, giusto in tempo per prendere l’adorato Eurostar.
Quel giorno le macchinette automatiche erano più occupate che mai, cioè le due funzionanti, le altre o erano fuori uso, o accettavano solo carte di credito; mancava poco alla partenza del treno, quando finalmente arrivò il mio turno. Con un occhio programmavo il biglietto, con l’altro iniziavo a prepararmi i soldi e con l’altro ancora (a Napoli bisogna avere cento occhi…) mi guardavo da extracomunitari equivoci, tossici in attesa della dose quotidiana e piccoli nomadi già esperti.
Divincolatomi con successo da tutto ciò, con la mia valigetta da pendolare mi avviai verso i binari, quando all’improvviso un poliziotto in divisa mi bloccò: “Documenti!”
“Perché ho la faccia sospetta?!” Incalzai io tra il serio e il faceto.
“Normali controlli”. Mi rispose accompagnandomi nel box della Polfer.
Pensai: “Questa sarebbe la giustizia di oggi? Questo sarebbe il mondo dopo l’11 settembre? Ce sta chellu ppoco ind’a stazione e controllano a me!?...”
Comunque il maresciallo seduto dietro la scrivania, con gentilezza si prese i miei documenti ed io, con la stessa gentilezza, gli chiesi di non perdere il treno.
Poi mi domandò cosa facessi nella vita, dove abitassi e soprattutto cosa stessi andando a fare a Roma. Un tragitto così lungo doveva avere una valida motivazione…
“Cerco lavoro!” Che poi non era proprio la verità, il lavoro lo avrei cercato qualche mese dopo, in quei giorni andavo, più che altro, per divertirmi.
“Fai bbuono! Sta -BIP- e Napule, è bella assai ma non ce sta ‘a fatica.” [Trad: Hai fatto la scelta giusta! Questo sperma di città di Napoli è meravigliosa ma non offre molti sbocchi lavorativi.] E poi aggiunse: “Comunque è tutto in regola, buon viaggio!”
Non persi il treno e quasi mi dispiacque per lui, che non aveva trovato niente di irregolare sul mio conto. Però ebbi la certezza che io ero un uomo pulito, un uomo rispettoso della legge che magari all’occasione sarebbe diventato un vero e proprio defensor legis.
E l’occasione arrivò, proprio due ore dopo.
Nel centro di Roma è raro che avvengano spiacevoli episodi di microdelinquenza, solo sui mezzi pubblici puoi rischiare di essere derubato, mezzi pubblici che sono spesso affollatissimi, malfunzionanti e maleodoranti (soprattutto nei mesi estivi).
Appena arrivato in Capitale, salii appunto su un autobus che mi avrebbe portato in viale Ippocrate a casa di una mia amica; avendo come al solito, un occhio verso la valigia, l’altro verso il mio portafoglio, l’altro ancora (quando c’è l’Atac, bisogna avere cento occhi…) che scrutava i potenziali ladruncoli.
A bordo, confuso tra la gente, c’era un ragazzo, certamente slavo o forse albanese (vabbuò un incrocio), che non me la contava giusta.
Oramai lo osservavo da alcuni minuti, osservavo i suoi movimenti sospetti, il suo volto poco affidabile, i suoi occhi sfuggenti.
Ed infatti all’improvviso, il ragazzino infilò la sua mano clandestina nella borsetta aperta di una signora, signora che guardava in direzione opposta e che quindi non poteva accorgersi del gesto furtivo. Passarono alcuni secondi mentre la mano continuava a frugare abusiva.
In quei secondi mi passò davanti tutta la mia vita, in quei secondi mi chiesi se era giusto restare indifferente, rimanendo nell’anonimato o se era giunto il momento di far sapere al mondo che il defensor legis era arrivato.
Scelsi questa seconda possibilità.
Con uno scatto afferrai il braccio del giovine delinquente, lo tenni stretto con tutta la forza che avevo e gridai: “Fermo! Fermo! Stai fermo!”.
E fu proprio in quel preciso istante che la signora, vittima designata di quello scippo, si voltò, mi guardò negli occhi e mi disse: “Veramente è mio figlio…”.
Una risata collettiva riempì l’abitacolo.
Immediatamente tutti i colori possibili della vergogna si palesarono in modo alternato sul mio volto: decisi di scendere, sei fermate prima.
Io, defensor legis sotto un sole cocente, giunsi a piedi, sudato, stanco, puzzolente a casa della mia amica.
E per l’imbarazzo, arrivai con gli occhi chiusi: uno, l’altro e l’altro ancora…

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