“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Domenica, 24 Aprile 2022 00:00

Alberi nella sabbia − Storie diverse

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− Se ho un ricordo davvero bello, con Antonio?
Tutt’a un tratto la faccia seriosa di Isaia mostrò il più delicato dei sorrisi. Era anche il più ammaliante che qualcuno avesse mai visto aprirsi lungo la linea di quelle labbra pallide.

− Ma io di ricordi belli ne ho quanti ne vuoi, Fabbri − disse rispondendo alla domanda che gli era stata posta, e che aveva appena voluto ripetere con la propria bocca, come per rimarcare la retorica del quesito. Si voltò verso il lavandino e cominciò a rimestare la corta pila di piatti sporchi prodotta dal pranzo. Fabrizio ne osservava la schiena giusto un po’ incurvata e restava in silenzio, in attesa che il lento eloquio riprendesse. A Lola non aveva detto nulla della sua indagine, aveva preso l’iniziativa in totale autonomia, senza conoscerne nemmeno lui la finalità. Forse si trattava solo dell’esigenza di onorare Antonio, a quasi un mese dall’incidente.
− È molto più difficile ricordare le cose brutte. Sarà perché non c’è più, ma io credo che siamo stati bene insieme. Manca, eh si! Manca tanto.
− Ricordo qualche discussione, tra voi. Come quella volta, quando siamo andati in Sardegna...
subito dopo aver detto questo Fabrizio si sentì stupido, e il cuore gli raddoppiò un battito. La sua bocca era stata più veloce del pensiero, ed era conscio di essersi espresso in modo ingenuo, inopportuno. Ora Isaia se la sarebbe presa di certo, e avrebbe anche avuto ragione.
− Guarda − gli fece lui dopo aver chiuso il rubinetto ed essersi di nuovo girato verso l’ospite. Con sommo stupore Fabrizio registrò la calma perfetta del suo volto, e capì che non gli avrebbe rivolto parole acide; lo avrebbe soltanto ridimensionato, ma con eleganza. − Ricordo bene anch’io tutte le discussioni che abbiamo avuto. Non penso di dovermi giustificare, non mi riferisco solo a te, ma a tutti. Io tengo a lui − l’interlocutore notò che usava ancora il presente, e in ciò lesse l’emozione dell’amico. Isaia era sempre stato criptico, sin dall’adolescenza. − E poi queste sono stupidaggini. All’epoca eravamo più giovani, e collaboravamo. Ordinari problemi di lavoro che una sola volta hanno superato i confini dell’ufficio. Può succedere, no? Dopo ci siamo sempre visti, siamo usciti insieme, lo sai, e non solo coi ragazzi, ma anche con Lola, con Teresa, e con Cinzia, quando voi due stavate insieme. Che vuoi che ti dica? Antonio era assai testardo, e anch’io sono uno che s’incaponisce e che ribatte fino a sfinire se stesso e gli altri. Ebbene si, pure io. − Involontariamente Fabrizio sorrise a quell’ammissione di colpe veniali; lo stesso Isaia vi rispose con garbata ilarità.
− Quanto vorrei poterci ancora litigare. Sarebbe figo per voi altri assistere a tutti insieme a una delle nostre discussioni cretine. − Concluse.
Fabrizio non aggiunse altro; si sarebbe detto che la tragedia di Antonio avesse trasformato il loro comune amico in una persona più gradevole. A volergli bene gliene volevano, tutti quanti loro, e da sempre, ma solo Antonio era riuscito a fargli dire la verità. Chi ci avrebbe mai scommesso? Doveva essere stato piuttosto liberatorio, per lui.
Intanto aveva ottenuto la versione di Isaia, ed era contento.

Sulla strada per tornare a casa gli tornò in mente quella volta che avevano fatto il weekend a Siviglia. Con tutta probabilità, uno dei periodi più belli: erano svegli, pronti, lusingati dall’essere nel bel mezzo dei loro venti. Si ricordò delle figuracce che si procacciavano l’un l’altro, per divertirsi. Ma si trattava sempre di scherzi affettuosi, non c’era mai stata cattiveria. All’epoca frequentavano ancora Valentino, e persino lui si era divertito come un matto, in quel viaggio. Non aveva neanche rotto le scatole in modo eclatante, anzi. Le uniche noie erano state create dalle solite scenette fra Antonio e Isaia. In tutta onestà era evidente che quei due andassero più che d’accordo, solo, ai tempi, Antonio aveva quel tipo di carattere che necessita uno sfogo goliardico di tanto in tanto. Per questo adorava stuzzicare Isaia, il quale, puntualmente, si metteva a battibeccare con lui, non facendo altro che aizzare quella bricconaggine. Com’era cambiato Antonio, da allora: d’un tratto gli passò nella mente l’immagine di Lola la prima volta in cui lui gliel’aveva presentata, non molto tempo dopo Siviglia. Rivide i loro volti luminosi mentre gli si mostravano come coppia appena nata, ma poi la linea principale tornò di nuovo a sovrapporsi a quel secondario, vivace frammento di memoria.
Durante quel fine settimana avevano visitato la Cattedrale, il Centro storico e il Real Alcázar. La domenica mattina, prima della ripartenza, sarebbero passati anche dalle parti di Piazza di Spagna: nessuno di loro era rimasto indifferente a quella raccolta ma esuberante magnificenza. La sera del sabato erano andati a tapas e sangria, e quando si erano fermati in quell’ultimo locale godereccio, avevano trovato anche una piccola sala da ballo improvvisata, stracolma di ragazzi ammassati. Erano riusciti a integrarsi nella folla e avevano cominciato a fare un po’ gli stupidi tra loro, guardandosi intorno senza alcuna discrezione. Purtroppo lì le ragazze sembravano essere tutte accompagnate, e a loro l’idea di una rissa non andava molto a genio. Si rimisero in cammino e arrivarono fino al quartiere Triana. Proprio in uno dei vicoli nei pressi dell’imbocco stanarono un bar veracemente cubano che non strabordava di gente in modo eccessivo. Erano persino riusciti ad accomodarsi a uno degli alti tavolini all’aperto. Da quella prospettiva potevano osservare direttamente il massiccio bancone di legno all’interno del locale. Dietro di esso, due ragazze di non più di vent’anni si alternavano egregiamente nella gestione dei clienti e nella preparazione di invitanti cocktail.
Come tutti si aspettavano, lo smanioso Isaia aveva iniziato a guardare una delle due con la goffa aria di chi fosse già innamorato. Quando la bella ragazza dai lunghi capelli neri e liscissimi si era avvicinata a loro per le ordinazioni, l’amico aveva subito preso a fare il cascamorto con quel piglio inimitabile, come fosse un po’ frastornato dalla troppa eccitazione. Il mojito che avevano bevuto poco dopo se lo ricordava ancora, così come l’espressione di Isaia quando, al ritorno della ragazza per il ritiro dei soldi del conto, si era ritrovato le labbra di Antonio stampigliate con passione sulla bocca. Quel simpaticone lo aveva baciato proprio nel momento in cui lui provava a chiederle, in uno spagnolo stentato, cosa avrebbe fatto una volta staccato da lavoro. Già da prima l’assalitore gli aveva furbescamente cinto le spalle con una specie di abbraccio fraterno, che non aveva però insospettito l’amico troppo distratto dall’ambita preda. Con aria disgustata Isaia lo aveva subito respinto, ma la ragazza, mostrato loro un sorrisetto svagato e il passo svelto di chi sa lavorare bene, si era già allontanata. La faccia della vittima di quel “romantico” scherzo, rivolta ad Antonio con sguardo, almeno in teoria, minaccioso, fu talmente impagabile da farli scoppiare a ridere all’istante. Persino in quel momento, alla guida della sua auto, Fabrizio non poté esimersi dallo sghignazzare di fronte all’involontaria comicità di Isaia, in quella gag gentilmente offerta dal loro Antonio. Ma il ricordo lo aveva distratto: quasi mancava di fermarsi all’incrocio, davanti al rosso così tragico di uno scontato semaforo.
Inchiodò giusto in tempo per non irrompere nel mezzo della carreggiata, guadagnandosi l’inequivocabile gestaccio dell’automobilista al volante di una Punto blu tirata a lucido, alla quale aveva appena rischiato di tagliare la strada. La breve visione colpì la sua mente all’istante: ripercorse ancora incredulo quei passi sull’asfalto, al buio rischiarato soltanto dalle luci dell’ambulanza e dei fari della macchina della polizia. Si intravvedevano schegge di vetro sparse qui e lì, e l’angolo di un lenzuolo bianco verso il lato del suo campo visivo. Poco oltre, la scura sagoma di un’utilitaria sfasciata, e, riverso sulla strada, lo scooter. Non poteva sopportare oltre, aveva così isolato il suo sguardo da tutto ciò che lo contornava, e una volta individuato il volto rigido di Lola si era limitato a correre da lei. Senza dire nulla, si erano stretti con la violenza della disperazione, credendo che quell’abbraccio non avrebbe mai avuto fine.
Davanti all’inquietante spettacolo fissato nella mente, Fabrizio prorompeva in un doloroso sospiro. Le sue pupille, però, erano tornate a restringersi, e aveva subito scacciato le immagini in favore della via sulla quale stava viaggiando, riprendendo a far scorrere gli pneumatici con grande mestizia. Si sforzò di rigenerare il proprio respiro, e di recuperare tutta la sua tranquillità. Qualche sera prima Cinzia lo aveva chiamato. Era stata la sua telefonata a fargli venire in mente l’idea di un colloquio anche con gli altri, per raccogliere i primi ricordi affiorati dopo la scomparsa.
− Volevo sapere come stavi. − Gli aveva detto. Fabrizio era rimasto in ottimi rapporti con la sua ex fidanzata, tanto che sentire la sua voce in quei momenti così difficili gli era davvero di grande aiuto.
− Comincio a stare un po’ meglio, rispetto a prima. − L’aveva informata, e subito dopo si erano messi a parlare di tutto, ma soprattutto di Antonio. Dovevano essere stati a telefono almeno tre quarti d’ora. Al funerale Cinzia aveva pianto moltissimo: lo faceva da sempre, tendeva a sfogare tutta la sua sofferenza con degli improrogabili ma lenti pianti, che a vederli sembravano tanto adatti allo scopo da suscitargli, più di una volta, una sorta di invidia, il desiderio di riuscire anche lui a liberarsi dello strazio e dell’esasperazione che invece tendevano ad accumularsi e a rimanergli incatenati dentro. Cinzia voleva molto bene ad Antonio, e anche a Lola. Sentirla parlare a quel modo a telefono, dopo che era passato così poco tempo dall’accaduto, era stato difficile, ma anche tenero. Fra molte altre cose, gli aveva detto: − Non riesco a non pensare a quanto era disponibile quel ragazzo. Te lo dicevo sempre, non ho mai conosciuto una persona così attenta e presente, in vita mia. Ti ricordi quando mamma stava male? − Fabrizio aveva annuito con un piccolo cenno di voce, ed era rimasto ad ascoltare con attenzione. − L’unico ricordo positivo di quei giorni, per noi, è stato Antonio. Anche Lola, ma Antonio soprattutto. Nonostante i suoi impegni non si è mai tirato indietro, ci ha dato una mano in tutto. Ti ricordi quando è andato a prendere Lucky, che era da solo a casa? E ti ricordi che stava sempre lì, pronto a parlare se io avessi voluto, ma mai con quell’aria pressante, mai con una parola vuota, dovuta... − commosso, Fabrizio si mordicchiò il labbro inferiore. Cinzia riprese: − Antonio era vero, era spontaneo. Uno sapeva già di potersi fidare di lui non appena lo conosceva, io pure ho capito com’era già dal primo giorno, quando me l’hai presentato. Di quanta gente si può dire questo?  
Non c’era neanche bisogno di rispondere a quella domanda.
La versione di Cinzia era questa, e gli piaceva perché era reale, perché lei credeva fino in fondo a ciò che aveva detto. Non si era trattato di una ricostruzione ponderata, seppur fedele, ma solo di quello che lei avvertiva attimo per attimo, mentre invocava nella mente i gesti di Antonio, i beati momenti che avevano trascorso insieme.
Quanto lo inorridiva, invece, la sola parvenza di Valentino. Avevano avuto un incontro casuale per strada, giusto un paio di settimane dopo l’ultimo saluto all’amico. In quel momento avrebbe preferito non parlare di Antonio, specie con un tipo come quello, ma lui gli si era mostrato di colpo cordiale: aveva pertanto deciso di concedergli una chance. Valentino era persino venuto in chiesa per assistere alla cerimonia: un timido gesto di riconciliazione, per così dire, anche se quel giorno non avevano avuto occasione di scambiare battute, si erano solo limitati a salutarsi educatamente, da lontano. Si era messo a discorrere con quel compagno disconosciuto, più o meno all’unanimità, da tutto il gruppo. Non avrebbe potuto fare niente di più sbagliato che interagire con lui, come di lì a poco scoprì, ma alla fine di quel breve scambio si sarebbe almeno tolto una soddisfazione, per lui e per lo stesso Antonio.
Proprio Valentino aveva tirato in ballo quell’argomento ormai nodale, esprimendosi in questo modo a proposito del lungo periodo di tempo in cui non si erano visti: − A me dispiace, l’unica cosa che dico è che non avremmo neanche litigato se non fosse che lui se ne stava sempre là, così, con quell’aria stravagante, come se ti volesse far pesare e quant’era informato, e quante cose aveva fatto, e quanto erano bone le sue ragazze, e via dicendo. Io non voglio accusare nessuno, ma voi eravate addirittura arrivati a dire che fossi io a mettermi in competizione con Antonio, e non mi sembra affatto così. Ti dirò, forse Antonio cercava di compensare con quella finta sicurezza il fatto di non aver ottenuto poi così tanto, dalla vita, forse è che avrebbe voluto di più...
Fabrizio cominciò a estraniarsi da quel discorso, lasciando che il tono lamentoso dietro cui mal si celava la supponenza, slittasse in sottofondo. Si mise a pensare per conto suo, con la volgarità di quelle sentenze che finalmente svaniva, divenendo per lui ovattato e indistinto rumore. Quel tizio aveva appena avuto l’indecenza di non tacere neanche davanti al migliore amico di un ragazzo ormai defunto. Grazie a quella grossolana infantilità, percepì ogni cosa in modo più chiaro che mai e vide lo specchio in cui Valentino aveva rigirato le opinioni offensive che da sempre aleggiavano intorno al suo capo, e il riflesso delle stesse, nemmeno dissimulate, che ora cercava di focalizzare su chi non poteva più difendersi.
Forse quell’uomo era solo il frutto dalla mancata realizzazione dei propri adolescenziali, inappropriati sogni di gloria, e non valeva la pena sprecare altre parole, con lui. Fabrizio era consapevole di questo, e sentì comunque le proprie viscere infiammarsi. Tuttavia si mantenne calmo e lo interruppe dopo qualche secondo, nel mezzo dello sproloquio, sputandogli in faccia con un’albagia forse troppo ostentata, ciò che realmente pensava sul suo conto:
− Sei solo un banalissimo coglione.
La frase che lui stesso aveva appena pronunciato gli risuonò nelle orecchie come il perfetto coronamento del processo che li aveva portati a sbarazzarsi di quella mela marcia. Passò subito all’esaltazione; sarà stato anche immaturo, da parte sua, ma al diavolo! Almeno una volta nella vita tutti avevano il diritto di provare quel brivido. Era stato come sbattergli la porta in piena faccia, se n’era andato via senza che lui gli desse il tempo di dire: − Ah − lasciandolo praticamente a bocca aperta. Addio per sempre, amico indegno, pensò durante il tragitto che lo aveva portato ad allontanarsi dal conoscente con grande calma ma a larghi passi.

La settimana seguente sarebbe stata quella dell’appuntamento con Lola. Lei gli aveva fatto sapere che si sentiva pronta per un piccolo aperitivo, così, nel tardo pomeriggio del mercoledì, l’aveva portata in uno di quei locali in centro; l’aggraziato bistrot con l’insegna scritta a caratteri slanciati, quello accanto alla caffetteria.
Mentre parlavano osservò con disinvoltura la bellezza di lei, che era sempre stata di un tipo un po’ rude. Avrebbe però affermato senza riserve che lui stesso, e Lola, erano stati i più bravi a invecchiare bene, fra quelli della loro comitiva. Potevano dirsi ancora tutti giovani, ma il tempo dei vent’anni era di certo passato da un pezzo. Si sentiva rasserenato dal fatto di essere riuscito a convincerla, e un po’ ansioso di farle capire che aveva il suo appoggio incondizionato, qualsiasi cosa desiderasse per sé, qualsiasi cosa volesse testare dopo aver concluso quel periodo di aspettativa sul lavoro, e di raccoglimento. Alla fine, davanti a uno spritz e a un campari, le aveva dovuto confidare, a grandi linee, dell’inaspettato incontro con Valentino e del fatto che le sue opinioni riguardo certi argomenti non fossero affatto cambiate. Non indugiò sulla specifica piccolezza dei pensieri di quell’uomo in realtà molto poco contorto. Lola lo aveva osservato in viso mentre le parlava, e aveva poi sentenziato: − Oh, non ti preoccupare, non c’è da stupirsi. Lasciagli dire quello che vuole, nessuno lo ascolta per davvero, non lo ascolta sua moglie e forse neanche quel povero figlio. Non fa più parte della nostra vita da tanto, per fortuna, e non vi farà mai più parte, cosa ce ne importa? Di sicuro ad Antonio non fregherebbe nulla.
Fu sollevato nel sentirle dire quelle cose, e nel vederle pronunciare certe frasi con un menefreghismo persuasivo. Mentre l’amica tornava a sorseggiare il proprio drink, e nell’angolo alle sue spalle, in alto a destra, il cielo si colorava di tutte le sfumature dei giorni che avevano segnato quello scorcio di primavera, lui ammirò il familiare viso. L’aria di sicurezza contrastava i lampi di incoscienza emanati di tanto in tanto dagli occhi scuri, portando a fantasticare sui rischi che lei avrebbe corso pur di rimanere fedele a se stessa. C’era qualcosa di parallelo anche nello sguardo di Antonio, ma il fosco castano delle iridi di Lola presentava una particolarità, qualcosa che non aveva mai visto in nessun altro: una sorta di velo anticato, grigiastro, ne ottenebrava in parte la brillantezza, conferendovi il potere di una personalità ignota e malinconica.
Una donna imperfetta ma equilibrata, dall’aspetto altero e insieme carezzevole, e con la pelle dal riverbero freddo, vagamente sensuale. Non era difficile capire perché ad Antonio piacesse così tanto. Prima di conoscere il suo amico lei non aveva amato soltanto uomini, le era capitato di instaurare alcune relazioni, per lo più effimere, con diverse donne. Fra tutti e tutte, però, aveva scelto Antonio.
Fabrizio era stato l’unico del gruppo a cui i due avessero confessato quella specie di crisi di coppia. Gli avevano detto che era giusto che lo sapesse, perché il benvoluto confidente avrebbe continuato a far parte della loro esistenza, e come loro avrebbe dovuto gestire dinamiche diverse da quelle precedenti. Ora, sperando che a lei stesse bene, lo stesso confidente avrebbe iniziato a raccogliere testimonianze; ve n’erano tanti, di amici con cui parlare.
E per l’appunto, ci sarebbe sempre stata lei, la principale fonte di aneddoti e dedizione. Sapeva che, una volta tornata a casa, quella ragazza si sarebbe sentita molto più sola di tutti loro. Ma qual era la versione di colei che aveva convissuto anni interi col suo vecchio amico?
Per Lola tutto era diverso: nei giorni successivi lei avrebbe continuato a riflettere su ogni situazione, su ogni minuzia, a volte abbastanza serenamente, altre volte meno. Di fatto, in certi momenti, non faceva altro che rimuginare o essere tremendamente avvilita per la sorpresa agghiacciante che la vita aveva voluto fare ad Antonio, e di conseguenza anche a lei. Nonostante ciò, quando era in solitudine, inosservata, quando doveva alleviare un po’ il peso sulle proprie spalle, permetteva a se stessa di guardare alla verità con indulgenza, e senza arrossire: sentiva di avere addirittura ancor meno diritto degli altri, di soppesare l’esistenza di Antonio, di valutare il suo essere stato al mondo. Questo non per una sua vecchia colpa, ma perché lei non era dotata di quella presunta obbiettività dello sguardo esterno, anche se, del resto, nessuno poteva ergersi a giudice di ciò che non avrebbe mai conosciuto e compreso fino in fondo, di ciò che non gli apparteneva. Tutti gli esseri umani erano a loro modo meschini, mai del tutto esenti dal morbo della viltà e dalla perversione che conduce al danneggiamento di cose ed emozioni.
C’era poi un altro fatto: la dipartita di Antonio l’aveva costretta a un faccia a faccia con la morte molto più intenso di quanto non le fosse mai capitato. Ciò l’aveva coinvolta in una visione intima eppure, in un certo senso, neutrale, fornendole un punto di vista più ampio. Il privilegio di poter osservare tutto dall’alto le permetteva di accedere a qualcosa che agli altri non era concesso vedere: in questo nuovo, autentico scenario non aveva senso interpretare il significato e lo scopo di ogni gesto compiuto da chi non c’era più, di certo non con lo sguardo limitato e stolto che caratterizzava gli inconsapevoli, aggrappati alle debolezze del proprio volere, ingabbiati nell’apparenza.
Anche lei aveva commesso degli sbagli, all’incirca nella stessa quantità di coloro che si trovano a metà strada fra l’apice del sublime e il fossato del mostruoso. A quei tempi aveva avuto la sensazione che il suo unico episodio di infedeltà nei confronti di Antonio si sarebbe rivelato particolarmente insidioso, gravido di ripercussioni pronte a diramarsi in ogni aspetto della vita. Quell’errore li avrebbe invece sorpresi in un senso più inconscio, permettendo di scovare la verità nascosta fra le cose, al momento opportuno. In quei vecchi giorni era stata travolta da un’occasione di piacere, e non aveva detto di no. Tuttavia si era domandata per un istante se tornando indietro non avrebbe ceduto di nuovo, e si era affrettata a estirpare subito quel dubbio dalla testa: non poteva gestire altri sensi di colpa né considerare fino a che punto arrivasse la sua ipocrisia. Era una vergogna impossibile da nascondere, molto più forte di qualunque altra avesse sperimentato, e le faceva scottare il viso in un modo terribile. In quegli istanti, tra il calore delle pelle e le ardenti strisce di lacrime che le rigavano le guance fino a ricongiungersi sotto al mento, avrebbe desiderato strapparsi via la faccia. Antonio sedeva dall’altro lato del letto e Lola riusciva a malapena a guardarlo, impaurita da ciò che lei stessa aveva fatto e che aveva appena avuto il maledetto coraggio di tirar fuori. Restando col fiato sospeso, in attesa che un minimo suono provenisse da quella bocca, notò che lui aveva gli occhi luccicanti e un’aria sorniona, ma mite.
− Mi sono sempre chiesto se le persone come te fossero più predisposte al tradimento, dato che trovano tentazioni praticamente da tutte le parti. Pensavo fosse un pregiudizio il mio, e poi, vabbè, pensavo anche che tu non fossi il tipo. Chissà su quanti altri uomini e donne avrai fatto certi pensieri, prima di metterli in atto; così tanta scelta, fra tutti e due i generi...
− Non è questo.
Gli aveva risposto timidamente, ma lui si era concentrato solo su ciò che stava per dire: − Certo, sei andata con un altro stronzo − ridacchiò con amarezza. − Avrei almeno preferito una donna. Non che la notizia sarebbe stata meno scioccante, ma se non altro voleva dire che, non so, avevi intenzione di allontanarti da qualcuno un po’ più simile a me, e non proprio da me.
− Ma io non voglio allontanarmi, io ti amo.
− No, credi soltanto che sia così. Questa cosa non è come tu la intendi, io lo so.
Il tono era stato tranquillo, fin troppo magnanimo, considerando quant’era successo. Solo, le parole pronunciate non erano facili da digerire e le facevano pizzicare il cuore: la loro forma aveva rappresentato un’ulteriore conferma dell’umiliazione che lei aveva deciso di autoinfliggersi, e che si risolveva tutta nel disprezzo delle proprie azioni. Doveva essere stato ancora più arduo però, ascoltare la confessione. Comprese in quell’istante che non avrebbe avuto risposte certe riguardo al futuro della loro relazione, non nell’immediato: il percorso sarebbe stato lungo, del tutto imprevedibile. Potevano ancora riferirsi a un Antonio e Lola, Lola e Antonio? Ma il punto era che se avessero lasciato ogni cosa al suo posto, probabilmente nessuno dei due avrebbe capito se stavano ancora insieme per davvero, o se si ritrovavano soltanto a spartire una casa e un tempo della vita svuotato, completamente diverso da ciò che era prima.

Da quel momento le angosce, la sfiducia e i presentimenti si erano accatastati a mucchi gli uni sugli altri, opprimendo giornate già fioche, automatizzate. Passata qualche settimana, la convivenza aveva continuato ad attestarsi su un rapporto fatto di sole accortezze e consuetudine: tutto stava diventando inutile. Ogni tanto tornavano a guardarsi, ma ripresero a fare l’amore solo dopo un bel po’. Certo, i loro incontri erano sporadici, e strani. In molte occasioni gli atteggiamenti di lui denunciavano il fatto che fosse contrariato con se stesso per averle concesso troppo. Forse ostentava questo aspetto per orgoglio, e per un senso di giustizia, lei però vi leggeva dentro anche una buona dose di soddisfazione, un appagamento generale, non solo di istinti. In fondo il desiderio nei confronti della persona che ci attrae non finisce soltanto perché siamo arrabbiati con quella persona, a volte non smette di tormentare nemmeno quando si è letteralmente fuori di sé dalla rabbia, anzi. Forse, col tempo, quel sentimento complicato e viscerale avrebbe potuto anche accrescere la brama del possesso, fra loro.
A volte si abbracciavano con una freddezza insinuante da parte di Antonio e con il macigno del suo risentimento tra i loro corpi. Altre volte emergeva di più l’afflizione febbricitante e quell’irrequietezza, all’apparenza indomabile, di Lola, dal lato di chi aveva dunque avuto torto. Una sera fra le tante, quando mancava meno di un anno dalla disgrazia, lei udì la porta aprirsi e richiudersi, e guardando l’orologio a muro constatò che il compagno era rientrato più tardi del solito. Rimase davanti ai fornelli per evitare di mandare tutto all’aria in un attimo di distrazione. Se prima dell’infedeltà era innamorata di quelle attenzioni che si concedono al proprio convivente, adesso faceva di esse un imperativo categorico, come se quello di dispensiere di piccole gioie quotidiane fosse un ruolo fondamentale all’esistenza, una pratica capace di risolvere ogni conflitto. Presto quella dedizione cominciò a somigliare con più accuratezza a una mania spasmodica, alimentata da una tensione continua e tenuta costantemente segreta. Dietro a ognuna di quelle iniziative, per lo più casalinghe, Lola celava tutti i suoi imbarazzi e rimorsi di coscienza, i silenzi di cui non sapeva cosa fare, e i flutti del disagio che s’infrangevano contro le coste scoperte di un animo più vulnerabile di quanto fosse in origine.
Quando lo vide comparire sulla soglia della cucina lo salutò con la breve presentazione di ciò che stava accadendo: − Sono tornata un po’ prima − spiegò evitando di menzionare il permesso di un’ora per l’uscita. Aveva dovuto comprare l’occorrente per realizzare un perfetto ragù alla bolognese, il piatto preferito di Antonio. − Volevo farti una sorpresa − soggiunse mentre si scostava per disvelare il contenuto della padella. Lui non diceva una parola. Si accorse in quel momento che era un po’ pallido, e che il suo volto si conformava a all’immagine di un luogo sconosciuto, lontano. Sebbene senza alcun motivo logico, ebbe il timore che il solito argomento di discussione, istigato stavolta da chissà quale scena, stesse per travolgerli. Ma si sbagliava.
− Guarda! Una bolognese di prim’ordine, e tutta per te. − Proseguì con cauto entusiasmo, fingendo che tutto rientrasse nell’ordinario. Antonio se ne stava lì, impalato, e si ostinava a non parlare. Lei si voltò verso il piano cottura e diede una girata al sugo con il solito, consunto mestolo di legno.
− Ehi... tutto bene?
A quella domanda gli occhi del convivente si girarono nella sua direzione, e con una certa apatia egli iniziò a raccontare la storia: − In chiusura è passata da noi Caterina Bocci, la fornitrice, quella carina. Te la ricordi? L’avrai vista un paio di volte. È venuta davanti alla porta del mio ufficio per salutarmi.
Il cuore di lei cominciò a prendere una rincorsa, quasi come la sera in cui aveva dovuto dirgli tutta la verità.
− Lo stavo quasi per fare.
− Che cosa, stavi per fare? − chiese Lola dando l’impressione di non pensarci, quando invece aveva compreso perfettamente.
− Le ho detto che la sua gonna era molto bella, lei ha ringraziato e mi ha sorriso, e lì ho capito che ci stava. Mi sono ritrovato con i pantaloni calati e ci siamo spinti verso la scrivania, e quando stavamo lì lì per, io l’ho guardata, e l’ho gentilmente invitata a uscire. Credo che ora ce l’abbia a morte con me...
Di colpo Lola si sentì sull’orlo del collasso. La parte maligna di sé, rivolta agli altri, le disse che era ovvio, che prima o poi lui si sarebbe vendicato e non mancò di commentare in modo ironico quanto questo fosse maturo da parte sua. Ma l’altra parte, quella destinata a se stessa, le disse solo ben ti sta.
Cercò velocemente un compromesso tra le due. Si erano dunque avvinghiati l’un l’altro e avevano quasi raggiunto il punto di non ritorno, ma d’improvviso lui si era bloccato; questo voleva pur dire qualcosa. Tralasciando del tutto la sconveniente situazione sul lavoro, si concentrò per una volta solo sui sentimenti che si stavano affrontando nella mischia, là, in mezzo a loro due. Afferrò che il motivo per cui anche lui si era quasi ritrovato a fare sesso con un’altra persona non era in verità così utile, ormai. Spense il fornello, e con voce rada gli domandò ciò che aveva sul serio importanza: − Perché ti sei fermato?
Antonio, che nel frattempo aveva rivolto di nuovo il suo guardo al vuoto, riallineò un’altra volta le pupille alla traiettoria di quelle di Lola, ma poi subito distolse l’attenzione per restituirla al nulla. Con aria stanca, e un po’ triste, sussurrò: − Non eri tu...
Appena pronunciate le poche parole se n’era andato in camera, si era seduto sulla loro poltroncina di stoffa gialla e aveva acceso la lampada da terra. Lola aveva atteso qualche secondo e si era incamminata senza fretta lungo il corridoio. Via via la palpitazione aveva decelerato, e in poco tempo si era trovata davanti alla versione più statica e silenziosa del suo Antonio. Questi aveva sollevato lo sguardo sulla piccola e armoniosa figura che gli stava ritta dinanzi. Ora nessuno dei due parlava, si limitavano a passarsi messaggi con gli occhi. Quello scambio si sarebbe rivelato in realtà molto più vasto e fruttuoso di quanto i loro scrupoli lasciassero presagire. Sapevano di non conoscere con esattezza ciò che provavano l’uno per l’altra: quello che esisteva fra loro non sarebbe mai stato del tutto chiaro o decifrabile. Tuttavia, per quanto impossibile fosse indagare a pieno sul proprio animo o su quello altrui, loro riuscivano a scrutarsi nel profondo, e sentivano ancora il bisogno di guardarsi negli occhi.
Con una punta di esitazione, lei iniziò a sporgersi verso la poltrona, e lui la tirò a sé. Si ritrovò a cavalcioni su Antonio perché quella era l’unica posizione che permettesse loro di stringersi forte, senza abbandonare il rifugio della seduta. L’abbraccio fu reale; ognuno dei due era presente a se stesso e se ne stava lì soltanto, e in nessun altro posto. Non ne era passato molto, di tempo, eppure tutto questo sembrava ora un avvenimento lontano. Nitido sì, e ben saldo fra tutti i momenti che erano esistiti, ma in qualche modo distante, avulso dalla sua nuova vita. Lola viveva ancora nella stessa casa, solo che non poteva più vedere Antonio o accarezzargli la pelle, né potevano urlarsi in faccia o ridere assieme. Ma non era detto che tutta quell’ingombrante invisibilità, quella mutezza, dovessero per forza corrispondere a un’assenza. 

Forse quell’uomo se lo sarebbe ritrovato davanti a ogni passo che producesse un’impronta evidente, e c’era da sperare che l’impressione della sua presenza potesse fungere da monito, o da compagnia, nel caso in cui la strada intrapresa avesse un suo perché. Non sapeva distinguere fra il banale bisogno di consolazione e la consapevolezza che quel qualcosa che un tempo vibrava tra loro in fondo non era né sarebbe mai finito, e Antonio con esso. Ma sapeva che quando avrebbe ritrovato il coraggio di unirsi a qualcuno per voglia carnale, o si sarebbe abbandonata a un trasporto profondo, il suo dolce amico scomparso ne avrebbe provato il fremito, e saggiato il battito cardiaco.
Ogni qual volta, in uno scoppio di passione, avesse affondato i denti lungo la curva del fianco di un’altra donna, ogni volta che un uomo disteso alle sue spalle l’avesse avvolta, pressando le forme del suo corpo nudo con le grandi mani, non vi sarebbero stati soltanto due individui; fra loro si sarebbe avvertita l’eco di cento altre voci, il sentore di molti corpi differenti. Le persone che erano entrate prima in quei letti e chi con queste ultime aveva dormito, e persino quelle che dovevano ancora arrivare, sarebbero state lì con loro due. Ma su tutti, vi sarebbe stato Antonio. Lo avrebbe sorpreso in ogni materasso, dietro gli sportelli di ogni dispensa, nell’angolo morto di qualsiasi stanza.
L’errore di Lola, già antico, aveva oltrepassato il dolore e la distanza legandoli a una dimensione sospesa al di sopra di ogni cosa, ed ora egli si poteva scegliere una precisa collocazione dentro di lei, un posto in cui perpetuare il proprio domicilio. Era giusto così, perché quell’uomo paziente che si allenava a girovagare indisturbato fra le sue, le loro cose, preparava adesso il terreno, soffermandosi in tutti i luoghi che l’attendevano per il futuro. Se lo sarebbe portato dietro ovunque, poiché sarebbe andata ovunque il suo spettro l’avesse spinta ad andare, trovando infine casa nelle disavventure contro cui avrebbe voluto che lottasse, e nel conforto di chi desiderava vederle accanto.





The Black Keys, Things Ain’t Like They Used to Be

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