“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Domenica, 10 Aprile 2022 00:00

Se la vita è fantasia

Scritto da 

Ero nel bel mezzo di un sogno. Un sogno fantastico, perché incomprensibile. Poi mi ha svegliato il mio cellulare. Mi chiamava una società di cui non ricordo il nome per vendermi qualcosa. A malapena sono sceso dal letto.
Quasi barcollando mi sono trovato in cucina. E ad occhi semichiusi ho allungato una mano, che ha agguantato la bottiglia di whisky. L’altra mano, quasi agisse in autonomia, ha rovistato tra i bicchieri dietro al lavandino scegliendo quello col quale ho un rapporto di frequentazione quotidiano.

Sono tornato a letto, e ho versato nel bicchiere la mia dose abituale di whisky. La bottiglia ha trovato la sua collocazione sul comodino.
Quanta voglia di vivere. Quello strano sogno l’ho fatto un pomeriggio di due giorni fa, e solo oggi mi sento di doverne parlare. In forma di scrittura, naturalmente. Poiché la narrativa, se ben calibrata, non lascia spazio al vuoto delle chiacchiere in libera uscita.
Era una domenica piovosa, e non mi andava di uscire. I miei amici non si sono fatti vivi. Con ogni probabilità erano andati allo stadio per la partita di calcio.
E il sogno, allora? Si domanderanno a questo punto i miei lettori.
Diciamo che è andata così. Il tempo di stravaccarmi sul letto, e sono precipitato in uno stato di sonno senza limiti. Subito mi si è parato davanti il tizio del sogno con quattro mani. Vestito da clown. Non ha esitato un attimo a sputacchiare le sue teorie per lui innovative. Era del tutto privo di denti, così almeno mi è parso. Avevo ripreso a sognare. Come un film a puntate.
Senza esitazione ha dato inizio al suo sproloquio parlando di quella caratteristica della mente che permette di immaginare l’inimmaginabile.
Rufus − questo è il nome del personaggio − ha esordito negando la vita come gli umani la concepiscono. A suo dire, vivere può avere solo un senso, ossia stare al mondo come fossimo in prestito. Non sottomettersi a nulla di concettualmente definitivo. Cercare, per conseguenza, le vie d’uscita dall’essere partecipi di un generale esistere privo di immaginazione. Anche la più radicale.
I valori ai quali l’umanità sembra aspirare non possono essere elementi di partecipazione obbligatoria, giacché nel lato nascosto di sé ogni persona aspira esclusivamente a dare sostanza ai propri personali interessi.
Nell’esporre il suo pensiero, Rufus non manca di richiamare l’attenzione sulle molteplici strade che gli umani percorrono al fine di soddisfare egoisticamente i propri per lo più nascosti bisogni.
E nessuna parte del mondo può vantare le più avanzate forme di vita dal punto di vista umano.
Dove è andato a finire il “Consorzio umano?”, si chiede Rufus.
Immaginare, dunque, è l’imperativo che ciascuno dovrebbe fare proprio. Ma anche le fantasia ha un costo che pochi sono disposti a pagare. Non è così?
C’è poi l’abissale divario di generi, che Rufus ritiene essere la causa principale di un’umanità che prima o poi potrebbe trovarsi allo sbando.
Ed è a questo riguardo che Rufus, con un mezzo ghigno o sorriso male espresso, spiattella le ragioni di una inequivocabile, superiore sensibilità femminile. Non fosse altro per il ruolo principale della donna di farci nascere. Dunque, Rufus qualche buona idea ce l’ha.
È superfluo chiarire che quando sogniamo non ci è possibile fare il punto della situazione. O forse si, chissà.
Quel sogno ha lasciato in me una traccia della quale ignoro i confini, ammesso che ve ne siano.
Questa mattina, appena alzato, ho acceso il televisore e subito sono apparse immagini sconvolgenti della guerra in atto in Ucraina.
Sono andato in cucina perché sentivo il bisogno di serenità. Ma la bottiglia di whisky era vuota. Una desolazione.

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