“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Domenica, 27 Marzo 2022 00:00

Alberi nella sabbia − Voci dal nulla

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L’allarme trillava come un depravato campanello di scuola. Valerio si precipitò fuori mentre lo squillo scellerato assordava tutti, e con un unico balzo superò i due gradini fatti apposta per estraniarlo da quell’altro pianeta che era la strada.

Nella banca si trattava di tutt’altra cosa; non poteva parlare per il compare, il tozzo, ma lui di certo non si sentiva la stessa persona che era stata là dentro, né quella che era stato gettandosi in tutti quei progetti folli e arrapanti, quasi sempre coronati da quella tachicardia che trasporta il sapore del sangue a un palato secco come un bidone di sabbia, dopo una piena di saliva incapace di sciogliere la lingua e utile solo a scatenare i sensi. Non che là fuori la sua performance fosse poi meno apprezzabile, solo era diverso, si sentiva distaccato da ciò che facevano accadere fra le mura di quegli estranei ma violabili edifici.
Quasi finita? No, per niente, ma erano comunque più vicini all’epilogo di questa poco borghese iniziativa: intanto si trovavano là fuori e ancora nessuno accorreva a braccarli. Erano stati svelti, di una sveltezza da manuale, un esempio per tutti gli altri rapinatori di medio-basso calibro ma con una spiccata tendenza all’evoluzione professionale e una patologica dipendenza dalla più godibile fra le sconsideratezze.
Non abbassare la guardia, gli diceva il cervello.
Non abbassare la guardia, gli ripeteva lo stomaco. Ma lui non lo ascoltava di sovente, il cervello, e si fidava di più dello stomaco. Puntualmente, ad ogni adrenalinico tentativo di fuga, testa e viscere condividevano la stessa opinione.
La sua capacità percettiva era tesa e ben puntata, perché prima di uscire dalla propria tana e piombare a denti stretti in quel covo di gente viscida e soldi, lui era rimasto “immacolato”. Non si bucava nemmeno per sbaglio, prima di assaltare chiunque o qualsiasi cosa, dato che rispettava alla lettera una sola legge: mai prima del colpo. Si stupiva sempre di come l’alternanza fra una pressoché costante assunzione di roba e l’astinenza tra un lavoro e l’altro non compromettesse le sue funzioni cerebrali.
Una volta avvertite le suole atterrare sull’asfalto, si guardò attorno come una gazzella nella prateria, ma una gazzella, si capisce, con intenti molto più simili a quelli di un giaguaro. Seguì un familiare ma sempre incredibile schieramento di attimi concitati: mantieni salda la cinghia del borsone stracolmo senza lussarti la spalla ossuta e getta avide occhiate feroci da tutte le parti (questo momento era per lui il più drammatico e insieme il più farsesco di tutta la stuzzichevole e lurida operazione), ora attraversa la strada, lancia un monito di strafottenza, quasi albagia, all’indirizzo di sbirri che tardano più di ambulanze guidate da novantenni rincoglioniti, infine balza nella brutta utilitaria ingrigita che inosservata ti attende sulla sponda opposta del vialone.
Ci fu poi un piccolo cambio di scena, e un’altra serie di eventi si dispiegò nel breve tragitto fra la tracotante esultanza e la macchina triste ma rapida. Ascolta il tozzo che ora ti dice ─ attento! ─, distogli lo sguardo dal riverbero del raggio di sole calante che ti trafigge il bulbo oculare destro, recepisci l’altolà del pingue esponente delle forze dell’ordine, il quale grida al tuo indirizzo: ─ fermati o sparo! ─. Non fermarti assolutamente, voltati e corri; era nascosto in un qualche angolo morto, il maiale, doveva aver sentito lo sparo, il solo unico botto che quell’idiota del tozzo aveva fatto esplodere dentro il covo dei dannati, contro l’intraprendente guardia che fingeva di non attivare l’allarme. Gliel’aveva detto chiaro e tondo di non combinare casini, ma quello scemo tarchiato non poteva attenersi al più misero straccio di piano: raccattare quanto più possibile senza uccidere nessuno, soprattutto senza uccidere nessuno, porca di quella miseria. Ma forse quell’altro cretino là dentro non era dipartito prima del suo tempo, forse avrebbe solo avuto bisogno di una camera d’ospedale, per un po’. Se pure l’avesse ammazzato per davvero, questo non rendeva anche lui un assassino, solo il tozzo lo era, e il tozzo poteva averli appena sotterrati entrambi con quel gesto fin troppo da stronzi persino per due tipi come loro. Ma di questo si sarebbe preoccupato dopo.
Intanto tornava con la mente all’attimo, quando il pugnale di luce nell’occhio lo aveva distratto, e ricapitolava quei comandi mentali: ricusa la presunzione dello sbirro e disobbedisci, non voltarti ancora, ascolta il rumore degli spari catapultati verso il maiale e partiti dalla pistola del tozzo, appena balzato anche lui sull’asfalto.
Adesso placa per un momento il sibilante rollio dei pensieri, interpreta ciò che hai appena visto e sentito. Percepisci con imbarazzante ritardo il suono dello sparo colto poco prima del fuoco di copertura, ritrova il secondo in cui il tuo respiro si è fermato, e rivivilo. Senti quello strano pizzicore solido perforare come dall’interno il lato della tua pancia, prova sulla tua pelle quel calore slavato ma pregno di bruciore metallico, e adesso sfiora l’esatto punto da cui il dolore si irradia attraverso l’espandersi di concentriche onde d’urto.
Cristo, mi ha preso...
Ora metti di nuovo in pausa il fastidio acuto che si spande placido lungo le nervature del tuo ventre, come se qualcuno volesse sfilarti gli addominali tirando dalle fasce esterne verso l’interno. Getta il borsone sul sedile posteriore, strappati via quei baffoni e buttali dentro al finestrino insieme allo schifo di parrucca e agli occhiali da ingegnere. Apri la portiera… veloce!
Stavi rallentando troppo, il buchetto nella pancia non è niente, non farti imbambolare da quel po’ di vino caldo come se non avessi mai sentito scorrerti addosso un litro di fluidi. Goditi la palpitazione, pensa al colpo di lombi che vorresti elargire alla tua prossima prediletta, schianta la schiena iper-sudata sul sediolino del passeggero, assorbi la botta della grossolana partenza e soffri un po’ per il tuo nuovo buco. Ora metti la cintura, fallo prima di ammaccarti la testa dentro l’abitacolo, e pensa ai soldi. Concentrati un secondo sul non rovinare la fuga a entrambi, inizia a sudare un po’ più copiosamente, resta lucido ma cerca anche di rilassarti, pensa ancora ai soldi, infine lasciati trasportare da quel danno ambulante senza scrupoli che ti siede accanto.

Guardò in basso, trovando il proprio palmo già pigiato sulla ferita senza che se ne fosse reso conto. Quando la separò appena, con delicatezza, dalla maglietta inzuppata di rosso scuro, poté avere la conferma di ciò che era successo. Senza troppa fretta armeggiò nel cruscotto, tirò fuori un pezzo di stoffa pulita e appoggiò di nuovo la mano sul piccolo cerchio oscuro, frapponendo tra questo e la pelle il panno, ora non più candido. Il minuscolo traforo lo attraversava quasi da parte a parte con una strettissima galleria scavata nella carne. Adesso poteva sentirlo benissimo; un condotto di tessuto vivo che aveva dovuto espellere qualcuno dei suoi minuti brandelli organici per far posto a un vuoto imprevisto.
Ascoltava il proprio respiro affannato, trovandolo alquanto angoscioso. Ma lui non si sentiva così, non aveva bisogno di essere angosciato.
Continuando a stritolare il volante, il tozzo cominciò a voltarsi, a tratti, verso l’altra metà della squadra, per verificare meglio la situazione. Vide la parte inferiore della maglietta del complice intrisa di quel profondo colore di ruggine, e notò che l’inondazione si stava espandendo anche alla zona di fianco alla patta dei jeans, scurendone irrimediabilmente il medio tono di blu.
─ Porca puttana ─ disse in un mormorio atono puntellato da un’espressione come sempre indecifrabile, e di nuovo riversò la massima attenzione sul percorso, spingendo quel catorcio truccato alla velocità più estrema. Le ruote davanti stridevano a contatto con l’asfalto dello stradone periferico, mentre strisciavano veloci a destra e sinistra, sorpassando senza cura i pochi mezzi sulla carreggiata. Il matto insanguinato sul sedile del passeggero scoppiò in una convulsa ma sottile risata che ben si sposava col suo fisico nervoso, ma che d’improvviso si schiantò contro il muro invisibile del dolore, lasciandogli sulla faccia un ghigno di irriverente disgusto mentre guardava fisso al di là del parabrezza, come fosse tiranneggiato dalla subdola idea di far fuori l’immaginario colpevole di uno sguardo di troppo.
─ Stai tranquillo ─ gli fece il tozzo con quel tono che tradiva una seccatura foderata di superficiale ma sincera preoccupazione. ─ Basta arrivare presto, e i ragazzi ti rimettono a posto. Non abbiamo nessuno dietro. Per ora. ─ Soggiunse con un sorrisetto malefico, quasi che fosse dalla parte degli eventuali inseguitori. ─ Siamo pur sempre due stronzi fortunati...
Valerio tentò di dire qualcosa ma non vi riuscì, essendo appena tornato da un viaggio nebuloso nel paesaggio vago, somigliante alla strada che aveva davanti a sé, ma svuotata di tutto, compresa la lercia presenza del tozzo. Sembrava di essere trasportati da un’auto priva di conducente in un mondo privo di persone. Adesso la sofferenza era lancinante, ma in qualche modo si dilatava in un orizzonte senza più tempo. Persino la spericolata guida dello stupido furbo al suo fianco si rendeva estranea a quella bolla personale, e gli sembrò che tutto avesse perso la propria voce. Intorno ogni cosa era diventata silenzio; il burrascoso vento che s’infrangeva contro il profilo ben poco aereodinamico dell’auto non si udiva più, e la fila di alberi rapidissima e scattosa al lato della corsia, sotto un cielo sempre più plumbeo con un solo sprazzo di accecante luce in lontananza, era una muta distesa di cupo verde, che saturava tutto il suo campo visivo proiettandolo in un al di là fatto di algido ma distensivo sottofondo d’aria, appena sussurrato, e di un versante di tregua ombrato e luminoso insieme, pressoché immoto, come poco prima di una tempesta che non arriverà mai.
Si trattava di una sensazione affatto spiacevole, che subito quel tizio rovinò irrompendo nel suo vigile sogno con il solito, sofisticato eloquio: ─ ti sei fatto fottere come un idiota, non è così? Stavano imboccando in quel momento una polverosa traversa infilata a destra dell’uscita dalla superstrada. L’attenzione del passeggero aveva saltato a piè pari il tratto del percorso che andava da un certo qual punto al sentiero fatiscente, perciò questi si voltò con flemma, limitandosi a osservarlo come si osserva un oggetto senza alcuna importanza. Premette con il dito della mano libera sul pulsante della radio e l’accese.
─ Cazzo fai?! ─ Gli urlò contro il tozzo senza alterare un minimo la postura da pilota, ma pure questa volta non ci fu risposta: Valerio era un tipo silenzioso in qualsiasi occasione, figurarsi se in quel frangente poteva sprecare anche un solo soffio di fiato. ─ Aaah! ─ esclamò il compare facendo un gesto stizzito con la mano mentre gli rivolgeva una beffarda occhiata di commiserazione.

Wow, si disse non appena la voce di quella donna ebbe pervaso tutto ciò che se ne stava stipato nella sua scatola cranica. Magari non c’era tanto, là dentro, ma quel poco era in grado di sentire il vero sapore di certe cose, come ora sentiva la forza infranta e inarrestabile di una voce sconosciuta.
Aveva colto il finale di quelle ultime sillabe senza desinenza.
─ (…)Id I do wron... ─ Aveva detto lo speaker, o comunque gli era sembrato avesse detto qualcosa del genere. Ma lui non capiva molto, di inglese. Dunque in quel buco nero di mondo la radio prendeva, e si sentiva anche bene. Doveva trattarsi del piccolo dono che quella giornata gli stava elargendo dopo averlo amabilmente sodomizzato.

Persino la squallida realtà che la figura del tozzo amava trasudare con la pancia strabordante, puntellata da quella irregolare superficie cellulitica che a lui aveva sempre procurato un tremendo ribrezzo, perdeva il proprio peso, adesso. Essa diveniva impalpabile e lontana, divisa da lui da una sorta di barriera trasparente e invalicabile, provvidenziale, si sarebbe detto. Era un estremo sollievo, per Valerio il dissanguato, pensare che quell’esemplare non potesse più tangere il suo corpo né tanto meno intridere l’aria che lo avvolgeva, infettandola della sua vera e insieme astratta sporcizia.
Era una canzone vecchissima, senza alcun dubbio. Non aveva idea di chi fosse quella voce carica e a momenti allungata per assottigliarsi in una sola, tenace corda di seta. Doveva trattarsi di una tipa tosta, e non c’era bisogno della laurea per capire che si stesse struggendo per qualche uomo, qualcuno grazie al quale si era ricongiunta a tutte le mille vite passate. Le sembrò di vederla, quella donna di cui non sapeva nulla. La vide di schiena come slittasse in mezzo a una folla confusa, un lungo abito bianco cangiante a fasciarle il corpo e la vaporosa massa di capelli neri. Scivolava insieme alla sua melodia, con grinta, ma soave. Quando lei si voltò nella sua direzione, per osservarlo da lontano, l’immagine si era già dissolta.

Come aveva fatto a passare tanto tempo vicino a quell’uomo?
Si sentì avvolto dalle trombe che risuonavano in mezzo alle parole mormorate eppure spesse di un timbro nero e cocente. Quella sinfonia di suoni armonici gli sembrò l’unica cosa che lo mantenesse attivo al centro di una porzione della strada con il contorno di rovine arrabattate e natura selvatica che si ripeteva costante, forse molto più tangibile nella rivisitazione operata dalla mente che lì, fuori dai finestrini. Dentro ci vedeva la sua donna, non quella della canzone, l’altra, o meglio una delle altre, l’ultima con cui aveva condiviso i fluidi corporei senza avere la testa da tutt’altra parte.
Staccò la sua bocca da quelle labbra morbide, e la vide in faccia. Se ne stava con la schiena premuta contro la colonna del bar nauseante e buio, la sera in cui erano rimasti soli. La tratteneva pressandola con il proprio corpo, ma di sicuro non era stato lui a ricambiare quel bacio in modo feroce, un impeto che lo punì con molta più prepotenza del sonoro colpo che stava per ricevere.
─ Mi fanno schifo quelli come te, siete deboli. ─ gli aveva detto mentre lui decideva che l’attacco fosse concluso. Gliel’aveva sputato in faccia con gli occhi marroni spalancati e lo sguardo di sfida, pieno di una paura di cui sembrava non le fregasse, e di una sfacciata dimostrazione di potere.
Intanto le note continuavano a girare nel suo cervello, anche se non avrebbe saputo dire se la musica stesse davvero procedendo, là fuori. 
Lo sguardo di lei gli provocò il tipico sghignazzo nevrotico. Non appena si era ripreso aveva di nuovo puntato gli occhi sulle scure saette emanate da quelle iridi:
─ Quindi preferisci fare la schiava in questo cesso?
Gli arrivò un ceffone in piena faccia, così violento che se lui fosse stato un altro tipo di persona quella donna sarebbe morta. L’abbondante curva dei fianchi rotondi doveva aver sbalzato da una parte all’altra, mentre la fanciulla sferrava la propria mossa. L’aveva reso felice come una Pasqua, il fatto di non essere un altro tipo.
Il ronzio suscitato dalla schiacciata sulla guancia lo rispedì al sedile scomodo e al freddo sofferto che si stava propagando nell’auto.

Non c’era alcuna spiegazione sensata, per tutte le ore che aveva buttato appresso a quello stupido killer. Ma adesso l’ingombrante presenza era stata, se non estirpata, resa innocua, segregata in quell’altra bolla, e l’ambiente che avvolgeva lui ne risultava sterilizzato come se la figura dannosa, solo un attimo prima concreto organismo, non avesse mai potuto pregiudicarlo.
Certo era comodo rispedire il mucchio di schifezze accumulatesi in quegli ultimi anni integralmente all’indirizzo del tozzo, ma non era la prima occasione in cui si trovava a riflettere sul fatto e dentro di sé sentiva, stavolta era del tutto sincero, che buona parte delle sue scelte più deleterie era stata incalzata da quella presenza incombente. Aprì quindi gli occhi sui modi non illegali da prendere in considerazione pur di allontanarsi dallo spregevole tizio e farsi i fatti propri, una buona volta. Avrebbe potuto lavorare per conto suo senza compagnia, senza problemi e cazzate che non fossero di sua esclusiva pertinenza e che non ricadessero sotto la sua propria, totale responsabilità. Ora pensava che avrebbe potuto riuscirci benissimo, e che forse era ancora in tempo a farlo. Tra non molto avrebbero raggiunto la rimessa e i due giovani cugini del tozzo, più sopportabili di lui, si sarebbero impegnati a dargli una sistemata con quelle scaltre mani da meccanico, all’occorrenza abili macellaie e ricucitrici di ferite aperte.
La cantante continuava a elargire i suoi spessi ululati di fata e, con un coraggio rauco che la poneva fra la rada schiera di quelli che non la mandano a dire a nessuno, non temeva di gridare la verità e la possanza della sua pena, probabilmente se ne prendeva il carico per la numerosa collettività dei vigliacchi, anche se era la sua storia più intima, quella che stava confessando. Gente così è l’unica in grado di fare un vero favore agli altri.
Valerio non riusciva a immaginare un’esistenza molto diversa da quella che aveva condotto fino ad allora, ma gli era possibile, in quegli istanti, pensare con più disinvoltura a una serie di questioni. Si riaffacciava alla sua mente il volto di quella dannata donna che sembrava divertirsi a tenere il suo cervello sotto scacco quando non era presente, o quando non la vedeva da un pezzo, come in quel caso. Quella lì con l’andatura un po’ ondeggiante per via del sedere non proprio piccolo ma sodo, che a lui tanto piaceva. La schiaffeggiatrice.

Con una sdrucciolevole giravolta nello schienale zuppo riconquistò la piena presenza nell’auto. Gli era parso di sentire le sirene della polizia in lontananza, ma era troppo stanco per voltarsi a guardare. Inoltre non aveva alcuna voglia di interloquire con il guidatore, se si fossero cacciati in un guaio ci avrebbe pensato lui a farli sgusciare via; quello era compito suo. Poi, del resto, conservava sempre un certo grado di ottimismo quando si trattava di tirarsi fuori dai problemi che i pubblici ufficiali desideravano per individui come loro. L’esperienza gli insegnava che per riuscire a interpretare un testo per bambini, il più intelligente dei poliziotti aveva bisogno di muovere le labbra mentre leggeva. Gli altri necessitavano anzitutto di qualcuno che indicasse loro come tenere in mano un libro. Erano stati buoni solo a fargli un buco nella pancia, e chissà, magari l’italico cow-boy aveva beccato proprio quel centimetro di epidermide per un banale errore di mira.
─ Mi viene da vomitare... ho freddo. ─ Borbottò a un certo punto con le parole che gli sfuggivano letteralmente di bocca, senza che desiderasse sul serio rendere il tozzo partecipe delle proprie condizioni. Sapeva di essere imperlato da uno strato di sudore gelido sotto il quale il viso perdeva gradualmente colore. Continuando a guidare, l’amico afferrò un lembo del vecchio plaid aggrovigliato sul borsone e glielo aprì davanti scuotendolo come una tovaglia colma di briciole, con un gesto che più che proteggere sembrò aggredire il corpo malandato del suo compare. Una volta avvertita la copertura sul costato e sulla pancia, e dopo la nuova ventata di bruciore che lo scosse da capo a piedi in seguito dello spostamento d’aria, sentì di aver subito riacquistato un po’ di calore. Non gli era mai capitata una cosa del genere: le persone sarebbero rimaste sorprese di sapere quanto tutto questo fosse per lui inaspettato, nonostante il mestiere. Non ci pensava, semplicemente. Ecco l’incantevole, maledetta incoscienza.
─ Premi più forte sulla ferita. ─ Gli consigliò il possibile assassino con la calma di uno che è appena uscito per fare la spesa all’alimentari sotto casa. ─ Resisti, dai, non manca molto. ─ aggiunse asciutto nel mezzo di un sorpasso da schizofrenico, accolto con una strombettata di clacson dal conducente del furgoncino bianco che si trovava sulla corsia opposta, e che era appena sfrecciato a un millimetro di distanza da loro. Se nessuno li inseguiva non c’era alcun bisogno di fare lo sbruffone al volante, era anzi da evitare, ma lui agiva per puro divertimento. Inoltre, per quanto non riuscisse a concentrarsi molto bene sui dettagli, a Valerio non era sfuggita l’aria scocciata con cui gli aveva detto non manca molto.
Si aspettava forse che gli desse una mano in quello stato?
Improvvisamente un’idea ben più palpabile bussò alla soglia della sua coscienza: tra non molto tempo avrebbero dovuto raggiungere quel garage in mezzo alle più vili terre del niente e cambiare macchina. Doveva restare lucido e accertarsi che il tozzo non lo lasciasse indietro, o peggio. Non si doveva mai riporre la propria vita nelle mani di qualcuno, guarda cos’aveva combinato quell’essere dentro la banca. Gli ritornò alla mente con un balenio l’urlo che la vecchia donna allo sportello aveva cacciato non appena il compare si era premurato di sparare alla guardia, e questo gli fece fare un lieve sobbalzo, come se si stesse appena ridestando. Poi i pensieri si tramutarono in qualcosa di più leggero, e anche i pressanti accadimenti della realtà iniziarono a sembrare molto meno pressanti. Non doveva arrovellarsi troppo; se la sarebbe cavata, come sempre.
Eppure una strana nostalgia gli fendeva i tessuti semi spappolati in quel preciso punto del ventre, senza procuragli altro dolore, ma mantenendolo ancorato a immagini che si susseguivano in una stralunata e ossessiva atmosfera, gravida di sesso e di un sentimento disgustoso, mellifluo. Ora non riusciva a staccarsi da quel sentimento, d’altronde cosa poteva farci, c’era qualcosa di umano e di stupido, dentro di lui, ed era un lido confortante e vergognoso, a cui ogni tanto, nei momenti storti, approdava con uno sforzo di fantasia. Questa volta la visione era partita per la tangente senza richiedere alcuna fatica da parte sua.
Essa si protraeva come cullata dalla lentissima spinta di un’altalena, durante la quale lui e la sua prospettiva varcavano di volta in volta un nuovo uscio, incastonato all’interno di una dimora dalla forma cedevole e dai colori allucinati, in cui il percorso si inanellava dentro fluttuanti stanze sgorgate l’una dall’altra. Si trattava di un dedalo completamente diverso dal solito, molto più articolato, e avvincente. Sembrava quasi che tutto fosse sceso nei pieni e dissimulati inferi della memoria, inforcando pertugi fino a quel momento approssimativi, che ora si andavano specificando lungo una via riconoscibile a lui soltanto, nel mezzo di quei luoghi privi di direzione. Ognuna di quelle camere era diversa, ma in ognuna di esse un elemento rimaneva costante, e si trattava sempre della presenza di Claudia.
Claudia col fondoschiena prominente e il dialogo cantilenante, Claudia con quella bocca sempre protesa, che sembrava aprirsi apposta per rovinargli la giornata. 
Non aveva la minima idea di quanti minuti stessero passando, nel frattempo, in quell’altro cosmo delimitato dall’abitacolo. Questo non era importante, per lui che doveva inseguire a tutti i costi l’irridente preda dei sogni e rubarla all’oblio.
Le andò dietro in ogni stanza. A volte si fermava in un punto, perché, varcata la soglia, ne intercettava la minuta e offuscata figura vicino a un mobile, nella penombra, oppure intenta a scrivere su di un taccuino, seduta a un’improbabile scrivania, o ancora a balbettare qualcosa che somigliava a un canto spezzettato, rivolta a se stessa e ai suoi pensieri.
Intorno l’aria era rarefatta, si addensava solo in prossimità della sua persona, mentre lungo il profilo di Claudia e nelle sue immediate vicinanze era come assorta e fumosa. L’immagine gli sfuggiva e rendeva tutto indefinibile, ma non poteva essere che lei. Non si sarebbe arreso: continuò a camminare lungo i suoi passi evitando di agitarsi, per non farla scomparire. Prima o poi l’acciuffava, e dopo, forse, avrebbero di nuovo adorato detestarsi. Doveva fare in modo che non necessitassero più di inutili parole, e a tal proposito iniziò a farsi venire qualche vaga ma promettente idea.
Poteva darsi che fosse sulla giusta strada, perché d’un tratto la sentì ridacchiare con vivace malizia. Trovò una porta che sembrava condurre nell’ultimo spazio, quello che chiudeva la loro arbitraria infilata di stanze. Si stupì un po’ di trovarsi dentro un’enorme e luminosa cucina. Cominciò a guardarsi attorno, ma non la trovava. Voltandosi da una parte e dall’altra notò che l’intricato ambiente mutava di continuo. Un angolo appariva in un certo modo, ma distogliendo lo sguardo e tornando a osservarlo solo un secondo più tardi, questo era già tramutato in qualcosa di differente, sovraccarico di altri dettagli. Intravide perfino delle aree del bar in cui Claudia lavorava, tra le varie zone della benestante cucina. Lì, anche quello squallido posto diventava pulito e decoroso, e acquisiva tinte strane, che in parte richiamavano il giallo della sua camicia.
Guardò nella dispensa, ma non c’era. La cercò vicino a uno dei tavoli, indagò nei pressi del bancone dei liquori, ma niente. Voleva trovarla assolutamente; era lì per questo. Nel frattempo il bruciore dentro la pancia si affievoliva notevolmente; fra poco non l’avrebbe neanche più  percepito. Insistette nella sua ricerca, e di punto in bianco avvertì una presenza alle proprie spalle. Si girò verso il più lungo fra i muri, rischiarato da un grande bovindo con le ante aperte...

Ehi, b-e-l-l-i-s-s-i-m-o! ─ lo schernì l’autista accompagnando il termine con una risatina da ebete, alquanto arcigna. ─ Non fare scherzi. Siamo quasi al garage.
Valerio continuava a restare in silenzio, tenendo gli occhi socchiusi e muovendosi appena dentro una pozza di appiccicoso inchiostro bordeaux, quasi nero al contatto con la torpida tappezzeria, nella semioscurità dell’abitacolo. Il piccolo lago si era già mezzo rinsecchito, macchiando irreparabilmente la seduta e dilatandosi fino al tappetino.
Fuori l’aria prendeva a scurirsi, e lungo la strada derelitta non s’incontrava una sola traccia di vita. Gli unici suoni provenivano dal cielo, da quelli che il tozzo etichettava come gracchianti uccellacci neri a caso. Non un alito di vento scuoteva i disordinati cespugli raccolti in selva ai lati della via, e tutto pareva sospeso, proprio come lui, come entrambi, avevano preventivato. Erano lontani da ogni cosa, e quindi da occhi indiscreti. Il garage invece si appropinquava a loro; lì avrebbero finalmente potuto spartirsi il ricavato della fatica e andarsene via sulle altre due carrette rimaste ad attenderli. Certo era un peccato dover fare un’altra tappa durante il tragitto e scomodare i ragazzi. Bisognava capire come se la sarebbe cavata, l’amico suo, a mettersi alla guida conciato in quel modo.

... la vide di schiena, mentre teneva le mani poggiate sul candido piano dell’isola che ora si stagliava orgogliosa nell’ampia sala, verso la parete di fondo. Si voltò solo quando lui cominciò ad andarle incontro. Aveva l’aspetto di una persona contrariata. Di certo perché era riuscito a scovarla e le aveva sciupato il gioco. Il suo vestito pareva verde, e giallo al contempo, ma non era sicuro di questo; la luce accesa e danzante gli turbava la vista. Accostandosi a lei la percepì con più chiarezza. Ma ecco che apriva bocca, ancora una volta:
─ Non mi cerc...
Sapeva cosa stava per dire, gliel’aveva già ripetuto mille volte, in quegli ultimi mesi: non mi cercare più. Diceva sempre così, sembrava diventata la sua formula vincente, l’irrinunciabile mantra. Ma non le avrebbe più permesso di ripetere una cosa del genere; era per rispetto a se stessa che non doveva farlo, perché nessuno credeva ne fosse davvero convinta. Non le concedeva nemmeno il permesso di pensarlo. L’aveva interrotta con un bacio, ma a differenza delle altre volte ci stavano andando piano; poteva così gustare al meglio quelle labbra che non lo mordevano, che non lo respingevano più. Si erano fermati un solo istante, per permettere al sorriso di pace di sbocciare senza ostacoli. Continuarono ad assaporarsi come fosse la prima volta, mentre lui faceva scivolare le mani sotto i suoi glutei per sollevarla. La mise a sedere su quella superficie levigata e sfavillante, in mezzo a quella cucina sfavillante, ora movimentata da vorticosi toni psichedelici. Claudia gli cacciò le dita umide sotto la camicia verde acido, mentre la pelle del suo viso ovale rifletteva i riflessi olivastri dell’aria bronzea tutt’intorno ai loro corpi. Intanto, con una lenta brama, si spogliavano, attenti a non staccarsi l’uno dall’altra, incapaci ormai di ferirsi. Valerio ebbe le netta sensazione che il suo cuore si fosse sintonizzato su un ritmo inedito, del tutto diverso da quello che gli era appartenuto in ogni suo giorno.
Un’ovattata eco di musica si innalzò per poi svanire delicatamente. Il palpitio si distese placido su di un letto fresco e comodo fatto di erba, e tutto diventò solidale e tiepida quiete, mentre la camicia azzurro tenue si colorava di un riverbero dorato e di un tocco di rame che non aveva più esigenza di tintinnanti ricchezze. La stessa cucina si fregiava di quel brillio arrossato e a un tempo verdastro, e la luce proveniente dalla grande finestra volava nella camera portando quel medesimo oro in cui viravano il luccicante petto di Claudia e il suo stesso addome liscio e intatto, senza alcun segno, le mani con cui accarezzava quella pelle, e le unghie che graffiavano sulle lacrime del desiderio...

La vettura si arrestò davanti al garage. Il motore rimase acceso, per un attimo, ma poi fu spento. La testa del collega non accennava a muoversi, e a quel punto, dopo una passeggera ombra di rammarico sul viso, la placida espressione del tozzo mutò in modo radicale, indossando una maschera molto seria che scrutava ben al di là del compagno inerte sul sedile. Il suo sguardo inaspettatamente oscuro sembrò penetrare una città invisibile e tetra quale unica meta soddisfacente. La canzone dedicata al ragazzo col buco nella pancia si era dissipata da un pezzo, alla radio solo un monotono e opaco fruscio restava a indicare la dimensione smarrita, impossibilitata a captare altri segnali, che quella landa desolata tornava a garantire. Fuggiva già via, il miracolo leggiadro della voce dal nulla.  




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