"L'immagine semplice scaturisce dalla complicazione del racconto, proprio come la gioia è il frutto dell'infelicità della vita"

Emanuele Trevi

Sabato, 01 Giugno 2013 02:00

Abbiamo pazientato 40 anni, ora basta!

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Quando cadde il muro nell’Ottantanove Annibale se ne fregò altamente. Eppure gli piacevano i CCCP che se la menavano tanto con quel punk tutto falce e martello, diceva sempre che a tempo debito avrebbe votato PCI e odiava i chewing-gum; proprio così, negli anni Ottanta il nostro eroico Annibale non si fece mai tentare, nemmeno da una big babol. Solo che al momento del dunque, in quel dannato 1989, lui se n’era fregato: nessun trauma, nessuna fase di disorientamento.

Il muro cadde in un frangente storico epocale, di quelli che le conseguenze le senti per chissà quanti anni e che i libri di storia delle scuole medie e superiori ci devono fare un capitolo di minimo dieci pagine da imparare a memoria e ripetere al professorone di turno, e magari questo è pure comunista e allora gli cade la lacrimuccia mentre tu futuro studentello stai a fare tanto la cantilena per sudarti il tuo 6 o la tua C insomma una stiracchiatissima quanto necessaria sufficienza, e così a domanda gli rispondi: "Ehm ehm il 9 novembre del 1989 praticamente il muro di Berlino cadde, ehm, cioè, fu buttato giù da tutti i berlinesi dell’est, ehm, dell’ovest, ehm, praticamente però nel 1989 fu buttata giù prima la cortina di ferro dall’Ungheria, ehm, ehm, e allora questi due blocchi dell’est e dell’ovest furono tutti felici perché il muro non c’era più che li separava e nemmeno la cortina di ferro, ehm, ehm, cioè, questo fu un momento storico tanto che nel 1990 ci fu quel concerto famoso dei Pink Floyd che si chiamava The Wall, il muro, e questo nome non era un caso, cioè, uno dei Pink Floyd aveva detto alla radio che il concerto The Wall a Berlino non si poteva fare, cioè, ehm, era ancora il 1989 ma il muro non era ancora caduto, poi il muro cadde e così tutti furono contenti e fecero anche questo grande concerto i Pink Floyd che fu una cosa grandiosa, ehm, così, cioè, il muro e la cortina di ferro furono buttati giù e per questo suonarono i Pink Floyd, uno dei gruppi più grandi del Novecento, ehm, e quindi fu un concerto storico". E lui magari, se è un professorone con le palle di quelli da megaconcerto del primo maggio, a sentire queste cose dette così in confusa sufficienza non solo ti accontenterà, ma ti darà pure più del 6 o della C perché gli hai citato i Pink Floyd della sua vecchia polverosa collezione di vinili; stranezze dell’animo umano così facile ai sentimentalismi e così distante dal giudicare oggettivo.
Ma all’epoca dei fatti in questione Annibale, non biasimatelo, era un ragazzino di tredici anni che, seppur precocemente politicizzato, aveva turbe mentali di ben altra natura, non so se ci siamo intesi, cose tipo adolescenza, ragazzine smorfiosette che te lo attizzano senza dartela, i primi porno e le polluzioni notturne, insomma i maschietti ci passano tutti, questi sono pensieri grossi che tutto il resto non frega niente, solo che in tutto il resto ci capitò pure il muro di Berlino.
Povero Annibale, erano mesi che stava appresso a una smorfiosetta tutta mossette e sorrisini bionda occhi azzurri e poppe sviluppate, mesi di dedizione, mesi di sopportazione, perché per quella divina madama (da giovane virgineo fanciullino aveva concepito un amore stilnovistico comme il faut) lui Annibale si prostrò come un cagnetto fedele, e in tutto questo prostrarsi lui Annibale finì per beccarsi solo calci nel culo, metaforici ovviamente; e così quando vide la sua Beatrice spassarsela con uno stronzetto più grande di lui, il poverino avrebbe preferito milioni di milioni di calci in culo piuttosto che quella rogna nel cuore. Ma la sua storia personale – che poi non è mica detto debba essere una goccia d’acqua nell’oceano rispetto alla grande Storia con la esse maiuscola – quella storia che sanno raccontare bene i padri le madri i fratelli le sorelle gli zii e tutto il parentado più gli amici e i nemici e anche quelli che non c’entrano se non per circostanze misteriose e ai più ignote, quella storia vuole che Annibale proprio una mattina del 9 novembre del 1989, mentre se ne andava a scuola speranzoso di incontrare la sua adorata, scorgesse la Beatrice sbaciucchiare un mocciosetto più grande di lui in un anfratto sul retro dell’istituto. Come volete che la prendesse un tredicenne sensibile e profondo dall’animo torbido dei poeti e dall’intelligenza viva quando colei che dava alla sua vita un senso, la sua Beatrice, si palesò d’un tratto quale effettivamente era, e cioè una smorfiosetta ben disposta alla mano morta di chicchessia avesse mostrato un’età abbastanza matura da saper sputare dopo un paio di boccate profonde a una sigaretta rigorosamente marlboro? La prese male, il nostro Annibale, girando i tacchi e correndo come un folle e urlando a più non posso, senza saperlo faceva il verso al “coglioncello” – come direbbe il compagno Guccini – protagonista di quel famoso futuro romanzetto adolescenziale Jack Frusciante è uscito dal gruppo, ci mancava solo il pezzone Digging the grave dei Faith No More e la stronza traditrice che lo abbracciava per pietà.
Tornato a casa – e il vile, come direbbero i Marlene Kuntz, si presentò in perfetto orario scolastico – Annibale sgattaiolò digiuno e silenzioso nella sua stanza per ascoltare musica scacciapensieri e non vedere con gli occhi più crudeli, quelli senza palpebre della mente, la scena madre delle 8 e 25 a cinque minuti dalla lezione d’italiano. Dalle 14 alle 20 cambiò sul giradischi esattamente nove trentatrégiri e tre quarantacinquegiri, questo almeno è quanto ha riferito la madre che essendo una casalinga nevrotica fissata per i numeri è da considerarsi una testimone abbastanza attendibile, a meno che la povera donna non abbia confuso un King Crimson con un Van Der Graaf Generator o con dell’altro prog rock che il ragazzino amava tanto.
Al prog e alla psichedelica successe il punk rigorosamente ad altissimo volume – evidentemente alla fase maniaco-depressiva doveva essere seguita quella “spacco tutto” – e i CCCP rintronarono per la casa senza che nessuno se ne lamentasse tanto era il rispetto per quel figlioccio di grandi speranze che pareva uscito da qualche romanzo di formazione di stampo tondelliano (e quanto lo stesso Tondelli sia stato gravido di figli fedeli degeneri o inconsapevoli è cosa risaputa). Successe a un certo punto che padre e madre di Annibale, due comunisti ortodossi che si erano impegnati a fondo affinché il figlio potesse abbracciare la giusta fede per un futuro messianico luminescente come la testa del battista in un famoso quadro di Moreau (se questo fosse un saggio qui rimanderei al mito moderno della fatale Bestia mostruosa Salomé di cui si parla ne La ragione barocca di Buci-Gluckmann, e legherei il concetto all’interpretazione teologica della storia presente in Significato e fine della storia di Löwith), si attaccarono alla televisione-testa-tatto di McLuhan perché ovunque si parlava del muro e delle conseguenze epocali di quanto stava accadendo, anche se nessuno in realtà ci stava capendo nulla, e allora quando si accorsero che il figlioccio comunista per bene aveva messo i CCCP e precisamente il pezzo A Ja Ljublju SSSR famoso per il riff di chitarra che riprende l’inno sovietico (coincidenza fatale all’interno dell’intreccio, poiché proprio un’erronea interpretazione da parte dei genitori di una tragedia emotiva adolescenziale si tramuta generalmente in catastrofe), si guardarono fissi negli occhi senza dirlo ma pensandolo di essere proprio orgogliosi di quel fedele compagno-figlio e provando al contempo una gran pena perché il mondo, purtroppo, stava cambiando.
Quello stesso 1989, anno decisivo per Annibale e per la guerra fredda, i CCCP avevano tenuto, insieme ai Litfiba e ai Rats, un tour in Unione Sovietica con tappe a Mosca e a Leningrado, e proprio nella capitale toccarono l’apice della loro carriera di cazzuto punk filosovietico, tanto che lo scheletrico isterico sopravvissuto Giovanni Lindo Ferretti ebbe successivamente a dire:
"... usciti di lì i CCCP non avrebbero potuto dare più nulla. Dopo aver cantato a Mosca, con addosso i postumi di una sbronza colossale, nel mezzo di uno spettacolo secondo me straordinario, con i militari in piedi durante A Ja Ljublju SSSR, che altro potevo chiedere?".
E infatti all’inizio del 1994, quando finalmente spopolava il romanzetto adolescenziale Jack Frusciante è uscito dal gruppo, i CCCP non c’erano più; il nome della band di Ferretti era cambiata e con essa il sound e l’anima di quelli che una volta, in un pezzo di Tondelli datato 1984, c’avevano tenuto a precisare: "Noi siamo filosovietici e non filorussi". Allora si capisce che senza l’amata/odiata Unione Sovietica per molti nulla era più come prima, e per circostanze divergenti la cosa valeva anche per il nostro quasi diciottenne Annibale – nato a Napoli il 18 ottobre 1976 – all’epoca tutto preso dal grunge e da tutto quanto ad esso era collegato, e cioè rabbia repressa desideri confusi anticonsumismo antimilitarismo anticapitalismo e cose del genere più tanta droga che a elencare tutto non sarebbe bastato un libro dalle dimensioni de Il capitale in cui i contenuti delle bibbie no-global di Naomi Klein e Negri/Hardt fossero riportati con il linguaggio di Jim King Lizard Morrison.
Nel 1994 il nostro Annibale, come i CCCP, non era più così “fedele alla linea”. Un giorno addirittura aveva detto chiaro e tondo al padre, siccome questi si lamentò del suo strepitare lagnoso versi pessimistici e sconci con una chitarra scordata e con una voce ancora più scordata e chiese furente e deluso "ma insomma l’attesa dell’apocalisse marxiana che fine ha fatto nel tuo cuore rosso di fanciullo?".
"Papà il comunismo è morto".
E glielo disse così, senza che non ci fosse neppure bisogno di metterci qui un punto esclamativo tanto era stato freddo e lucido e cinico come un personaggio de I Demoni di Dostojevskij e
"Nichilista!"
gli urlò suo padre, arrabbiato, ferito, disilluso. Tra i due lo strappo fu tracciato lì, impossibile da ricucire, perché un padre non è come una madre, se chiude la porta a un figlio lo fa sul serio.
Ma Annibale neanche di questo se ne fregava. Aveva la sua band, ed era tutto preso dalle nuove smorfiosette in stile alternativo che nell’intermezzo di una discussione, di un livello tale da passare dalla Ricotta di Pasolini ai Punkreas conglobando in un chiacchiericcio confuso tutta la nuova scena musicale underground italiana, non avevano problemi a lasciarsi palpeggiare nel pieno com’erano di un’adolescenza balorda. I tempi erano, dobbiamo ammetterlo, molto cambiati. E lo stesso Annibale, lo si sarà capito, non era più quello di prima. A diciassette anni baci e petting lo avevano scaltrito, anche se, sia detto fra noi, credo che quel 9 novembre del 1989 gli avesse smosso tutto, per questo del ragazzino sensibile non era rimasto nulla, c’era solo un adolescente apatico e indifferente e vuoto.
La sua band, I Visitors – e chi si è abbuffato di televisione commerciale sa bene questo nome a che si riferisce – quando c’era da far casino a Napoli e provincia, possibilmente nei centri sociali, sapeva fare la sua porca figura. Emuli dei Nirvana e dei Sonic Youth, come tantissimi altri gruppi di quegli anni, I Visitors, pur essendo ragazzini che non superavano i vent’anni, si fecero un loro giro niente male: piacevano tanto alle ragazzine per quel cantante chitarrista magro e emaciato e lamentoso che era anche un gran fico, quanto agli appassionati del grunge che da veri malati del genere giravano tutte le piazze dove c’era qualche poveraccio della generazione degli “sprecati” a cantare il male di vivere a modo suo, cioè male. Sì perché il grunge, come il punk, aveva questo di bello: potevi non saper suonare non saper cantare e insomma non saper far nulla che c’entrasse con la musica, l’importante era fare musica e avere qualcosa da dire dei problemi tuoi o della società allo sfacelo, la bravura era solo un dettaglio.
A inizio Novantaquattro successe che I Visitors avevano un’etichetta pronta a investire perché la loro demo, grezza come Bleach dei Nirvana e dai testi tanto nudi e crudi, era piaciuta, anche se in quegli anni che il grunge andava forte in fondo per fare un disco bastava poco. Ma per quel gruppo di adolescenti decadenti si trattava, comprensibilmente, di una svolta epocale, e chissà che sarebbe successo dopo: ci sarebbe stato il tour in Italia e all’estero, poi sarebbero venute le nuove groupies in stile Courtney Love, e poi ancora ci sarebbe stato l’ingresso in Superclassifica Show che avrebbe coronato il successo della boy band, successo decretato dal mitico simpaticissimo pelosissimo Supertelegattone in versione anchorman! Che momento ragazzi per I Visitors! Che svolta!
Solo che detta così sembra tutto facile; per Annibale, invece, quell’anno non filava tanto liscio. Che siano stati gli strascichi del muro, o che sia stato invece qualche altro influsso esterno, il diciassettenne nuovo acclamato Kurt Cobain della scena underground napoletana aveva il problema che lui lo sapeva di essere un emulo dell’idolo di Smells like teen spirits, canzone-inno generazionale che tanti come lui avevano imparato a memoria canticchiandola a bassa voce ogni volte che la trasmetteva MTV.
Annibale insomma era in quello “stadio dello specchio” del quale diceva giustamente Lacan, in una Comunicazione al XVI Congresso internazionale di psicoanalisi (Zurigo, 17 luglio 1949):
“lo ‘stadio dello specchio’ è un dramma la cui spinta interna si precipita dall’insufficienza all’anticipazione – e che per il soggetto, preso nell’inganno dell’identificazione spaziale, macchina fantasmi che si succedono da un’immagine frammentata del corpo ad una forma, che chiameremo ortopedica, della sua totalità, – ed infine all’assunzione dell’armatura di un’identità alienante che ne segnerà con la sua rigida struttura tutto lo sviluppo mentale”
.
Annibale, come Kurt, cullatosi tra le più svariate droghe circolanti all’epoca senza lasciarsene sfuggire nessuna, alla fine scelse l’eroina, in particolare quella da fumare. Il motivo di una tale scelta era semplice: tra le droghe rilassanti e meditative e quelle performative per dirla con il messia Saviano preferiva la prima categoria, e in questa categoria la droga di più largo consumo e di più facile reperibilità era l’eroina, e poi semplicemente l’eroina gli piaceva; li capiva bene i Rolling Stones quando cantavano "Ah Brown Sugar how come you taste so good / (A-ha) Brown Sugar, just like a young girl should / A-huh" e presto gli sarebbero divenute familiari anche le parole dei Velvet Underground "Heroin, be the death of me / Heroin, it's my wife and it's my life / Because a mainer to my vein / Leads to a center in my head / And then I'm better off and dead / Because when the smack begins to flow / I really don't care anymore".
Come Kurt, Annibale aveva poi trovato la sua Courtney, una pepata sedicenne coi capelli viola e una passione per le edizioni Feltrinelli di Mishima. I due si trascinavano per il centro storico di Napoli come vermi inverecondi, sempre strafatti, sporchi, puzzolenti, randagi, piccoli punk incompresi che più che Kurt & Courtney scimmiottavano Sid & Nancy. Annibale non amava Dido, ma quel farsi di eroina insieme come due stramaledetti personaggi da rock opera postmoderna gli piaceva. Quel suonare e cantare con lei che saltellava isterica di rabbia-grunge come lui gli piaceva. Presto i due cominciarono a parlare del loro splendido-maledetto destino dalla valenza estetica eccezionale (insomma si lasciarono andare a cliché da bohème).
Fu a questo punto che giunse il contratto da firmare. 8 aprile 1994. Kurt Cobain fu trovato morto nella sua casa di Seattle suicidatosi con un colpo di fucile (la versione del suicidio sarebbe stata successivamente contestata). Il giorno più importante di Annibale e dei Visitors, il giorno della svolta del successo e di Supertelegattone, quel giorno stesso fu annunciata la morte dell’eroe di una intera generazione.
Il povero Annibale-Kurt non si accorse di nulla. Era pronto a firmare il contratto e per l’occasione si era dato ai consueti bagordi con la sua Courtney-Nancy-Dido. Passeggiando da solo tutto strafatto per il centro storico non si accorse che l’aria puzzava di tragedia. Era sera. Doveva raggiungere la band e il latore del famoso contratto. Al monastero di Santa Chiara incontrò un amico di sventura, Giorgio, alto magro col pizzetto il pantalone a tre quarti la t-shirt consumata con serigrafia dei Nirvana, con tutti i crismi anche lui per essere accettato dai grandi patiti-alternativi Beavis & Butthead che circolavano per il centro partenopeo.
Finì che i due si avventurarono insieme nel gran paese della cuccagna tossica e Annibale se ne fregò altamente degli impegni e intanto i compagni lo cercavano ma lui era andato.
Il giorno dopo era il 9 aprile, e già era tardi.
Dido lo trovò la mattina stravaccato nei giardinetti all’interno del monastero.
"Annibale! Annibale!"
e lo strattonava forte, perché quello non dava segni di vita
"Annibale, sei vivo?"
"Cheeeeeeeeee?" rispose tossendo brutto e senza riacquistare colore
"Kurt è morto!"
Annibale non fiatò, cacciò l’eroina e un altro mondo cominciò. Era sempre lo stesso merdoso mondo, ma diverso.
Dido gli disse che era fiero di lui, perché stipulare quel contratto dopo la morte di Kurt Cobain non aveva senso, e poteva capire benissimo come, dopo aver appreso una cosa del genere, non avesse voluto nemmeno presentarsi per la firma.
"Non è cambiato niente", disse Annibale prima di aspirare il fumo corposo del brown sugar.
In quello stesso istante il padre, che non aveva chiuso occhio, dopo aver scavato tra i vinili del figlio, scelse un disco di una band che gli era sconosciuta, i Disciplinatha, e lo scelse perché il titolo gli piaceva un casino:

ABBIAMO PAZIENTATO 40 ANNI, ORA BASTA!

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