“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Domenica, 06 Marzo 2022 00:00

Alberi nella sabbia − Un nuovo scenario

Scritto da 

Premessa:
Alberi nella sabbia... una persuasione reale e vaneggiata il pensare che mi porta a questi racconti, mormorato o appena sfiorato da una suggestione musicale. Voglio così instillare ogni volta in modo diverso quella goccia di ispirazione, inglobandola nel testo e moltiplicandola in un mare. Un collegamento in calce per coloro che preferiscono una via diretta verso quel punto di riferimento, per gli altri la libertà di scovare da soli la scintilla melodica o di farla rimanere solo tenue sensazione.

Spero che la foresta si amplifichi e riproduca a lungo, fino a quando avrà nuovi esemplari da dare alla luce, e che in mezzo alla molteplicità di quei tronchi riecheggi sempre il fischio di un vento che vi somiglia e che è insieme tanto distante da condurvi lì dove si trovano infinite spiagge, nuovi rami e porzioni di oceano, radicati in un mondo cedevole e solido come la sabbia.
Mentre scrivevo nella mia testa ha iniziato a risuonare un brano mistico, ossessivo ma fluente. Appartiene a un autore che ascolto solo da poco tempo. Mai avrei immaginato che questa persona che con poche note e parole regala nuova profondità, ci avrebbe lasciati appena due giorni dopo la stesura del testo. Dedico questo primo “brano” del susseguirsi di Alberi nella sabbia al suo sentito e sacro tentativo di esprimere qualcosa di più, e d’altro.


Alberi nella sabbia
Un nuovo scenario

Nonostante lo separasse dalla riva una distanza quasi ridicola, non riusciva ad avvertire nelle narici l’odore di salsedine. Forse era ancora troppo presto; faceva freddo, il sole non scaldava il mare abbastanza da permettergli di esalare respiri alternati ma larghi. Inoltre il vento latitava, e l’aria era troppo ferma per poter veicolare mille aromi. O forse era lui ad andare troppo veloce.
Che stranezza scorrere lungo una pista ciclabile e attraversare un paesaggio inodore. Non lo si capiva dai cappotti o dal pallore diffuso, e nemmeno dal costante movimento di gente incapace di sostare troppo a lungo in un solo punto: che non erano in estate lo si capiva principalmente da quello, dall’insipidezza del mare. Gli odori c’erano, solo erano occultati dalla dotta coperta dell’inverno.
Percorsi altri cinquecento metri circa, dovette fermarsi. Aveva intravisto qualcosa di interessante proprio in quella zona al di là del piatto casolare, a prima vista rimessa dell’attiguo stabilimento; solo un altro organismo squadrato, deceduto tristemente durante quel periodo di letargia. Voltò la testa compiendo una notevole rotazione del collo, per poter appurare di cosa esattamente si trattasse. Rallentò fino a far quasi fermare il suo affezionato mezzo, quindi virò verso sinistra, smontò con grazia e si premurò di incatenare la bici all’apposita rastrelliera che si trovava proprio nel suo raggio d’azione, al di qua del basso muretto che segnava il confine con la distesa di granelli un tempo vissuti come atomi di possenti rocce, e che erano ancora possenti e indistruttibili essi stessi, nella loro frantumata singolarità infinitesimale.
Un labrador spuntò d’improvviso al di là del campo visivo occultato dalla rimessa, e continuò a correre mantenendo un ritmo sostenuto e tuttavia morbido, a metà strada fra il trotto e il galoppo. Si fermò poco oltre, mettendosi a osservare qualcosa nella stessa direzione da cui era venuto. L’osservatore appena smontato dalla bici sentì un acuto grido di gioia in lontananza, e subito dopo vide spuntare anche due bambini piccoli, con i loro piccoli cappotti e cappelli di lana. La femmina, all’apparenza poco più piccola d’età, faceva da capofila e si precipitava all’impazzata verso il cane, seguita a ruota dal maschio. Entrambi precedevano il passo tranquillo ma costante di colui che aveva tutta l’aria di essere un giovane papà.
Negli stessi momenti in cui l’unico adulto del piccolo gruppo raccoglieva un ramo derelitto dalla battigia e lo scagliava con forza in avanti, provocando l’immediato precipitarsi del labrador ancora oltre, e il conseguente inseguimento dell’allegra comitiva, il nostro uomo si posizionava davanti al punto in cui il muretto si interrompeva. Abbassando lo sguardo verso terra, egli studiò il piccolo sentiero disegnato dall’acciottolato che percorreva l’immoto fianco della rimessa e ne svoltava l’angolo, aggirando verosimilmente sia quest’ultima che lo stabilimento dalla porta vetrata brutalmente sbarrata. Il percorso che in estate doveva risparmiare almeno in parte le suole degli avventori dalla sabbia, ora era ricoperto di sabbia anch’esso, specie in alcune zone in prossimità dell’angolo del casolare.
− Padre, perché non entri? Hai paura della spiaggia?
La voce proveniva dalla sua destra, precisamente da una signora in sovrappeso, che gli rivolgeva un sorriso luminoso avvicinandosi lentamente a quell’imbocco secondario del lido. Il prete poté notare quell’espressione non appena ebbe alzato di nuovo lo sguardo, attratto dalla voce spessa ma limpida che d’improvviso gli veniva rivolta. In quell’istante gli occhi della donna sembrarono dilatarsi appena ed apparvero di colpo raggianti, spargendo il proprio brillio sul resto del largo e compatto volto attraverso le divergenti rughe ai lati di palpebre non più giovani, e dandogli conferma del fatto che a dispetto del tempo trascorso, gli effetti che il suo aspetto esteriore provocava sugli altri sembravano non essere ancora mutati. Riconobbe in quello sguardo qualcosa di simile a ciò che aveva visto nelle occhiate sfuggite a molte altre donne, qualcosa che non poteva venire espresso liberamente, un desiderio istintivo di comunicargli in modo tacito l’attrattiva che i suoi bei lineamenti costituivano per l’altro sesso, secondo uno schema inesorabile, comprensivo di un vago ma non sempre scontato gusto del proibito.
− Sono solo un po’ preoccupato per le scarpe – le rispose ricambiando con un sorriso gioioso. – Ma non credo che questo mi fermerà.
La sua sconosciuta interlocutrice dovette procedere un po’ a fatica facendo ciondolare le gambe a x, ma questo non sembrò affatto turbarla; nonostante il peso la sua era un’andatura piuttosto spedita, e riusciva a proseguire alla pari con il minuto bambino che conduceva per mano. Quand’era più vicina il prete poté osservare meglio quel crocifisso d’argento, non proprio ridotto nelle dimensioni, che spiccava sul tessuto di lana morbida del suo maglione grigio scuro.

In pochi attimi si formò nella sua mente l’immagine stereotipata di personaggi legati al culto cattolico in maniera fin troppo ossessiva, quelli che negli anni aveva conosciuto in diverse parrocchie. Pensò al modo peculiare che ciascuna di quelle persone aveva di prendersi cura di sé, di anteporre il tempo dedicato alle funzioni ecclesiastiche e alle preghiere ai tanti gesti semplici, quotidiani, che conducono a quel benessere psicofisico senza il quale l’energia spesa per mantenere viva la fede e l’efficacia di un autentico comportamento cristiano venivano affievolite, portando talvolta a una condotta non proprio trasparente, che nella maggioranza dei casi non veniva dettata da viltà o cattiveria ma soltanto da una parziale o totale inconsapevolezza, a volte da una strenua abitudine. Ma così come gli veniva in mente, quella ricostruzione mentale subito si sfaldava, lasciando il posto alla sua costante visione di un realtà da valutare sempre caso per caso, senza pregiudizio e semplificazioni, che tanto poi, come in tutte le cose, la generalizzazione non reggeva, si dimostrava sempre e solo pretesto per uno stupido egoismo volto a salvaguardare convinzioni personali in fondo prive di vere basi, e deleterie innanzitutto per se stessi.
In quel momento, del resto, aveva davanti agli occhi una signora piacevole, pimpante e capace di occuparsi di ciò che vi era di più importante nella vita, ciò che in quel momento le teneva la mano con cieca fiducia. Mentre si accostava all’uscita e gli passava di fianco, la donna continuò ancora a reggere quel sorriso, adesso con una punta non ben celata di imbarazzo. Il bimbo osservò invece per pochissimo il vivo celeste di quelle sue iridi schiette e fortemente comunicative, forgiate dall’indole originaria e insieme allenate da una consuetudine di lungo corso al dialogo con gli altri. Non vi rispose però, preferendo immergere la sua attenzione infantile nella monopolizzante e amorevole presenza che gli stava accanto, e attraverso la quale iniziava a conoscere il mondo.

Il prete si decise a calpestare i crocchianti granelli sul sentiero, ben conscio del fatto che se voleva soddisfare del tutto la sua curiosità presto avrebbe dovuto lasciare il più sicuro rifugio dell’acciottolato e incamminarsi direttamente sulla distesa di sabbia dorata. Mentre si dirigeva verso l’angolo unì fugacemente le due immagini che il suo sguardo aveva appena vissuto, quella dei bambini e del cane che correvano lungo l’ondulata linea di confine dell’acqua e che erano ora per lui assimilabili alla visione di Lucrezia appena tredicenne, intenta a incurvarsi per spezzare piccole estremità di ramoscelli di mirto durante la vacanza in Sardegna, allo scopo di farle odorare a lui che era il fratello piccolo, avido di nuovi dettagli di esistenza, a quella della signora che lo aveva appena nominato con l’appellativo di “padre” e gli aveva poi parlato dandogli del tu.
La sua mente sovrappose quest’ultima scena a quella di molte altre persone di mezza età o propriamente anziane che gli si erano rivolte con un appellativo formale senza poi dargli del lei durante la conversazione. Gli era successo spesso da quando si era trasferito in città, da un paio di mesi a quella parte; era un modo di fare che non aveva mai incontrato in nessun altro posto, e lo trovava simpatico. I suoi pensieri vennero poi puntualmente interrotti dalla vista del paesaggio di cui era alla ricerca. Appena superato lo svincolo, a circa una trentina di metri dal punto in cui si trovava, quasi nel bel mezzo della spiaggia, un bosco rado di piccole dimensioni si stagliava contro la linea di demarcazione fra l’ultima striscia di sabbia al di là dei tronchi, il mare di ottanio ingrigito e il cielo di pallido azzurro in parte coperto da spesse nuvole opaline, dagli sbuffi grossi e rotondi.
Continuando a mettere un passo dietro l’altro si focalizzò su quei tronchi snelli e non troppo alti che spuntavano con disinvoltura dalla sabbia. Per lui si trattava di un’immagine inedita; non aveva mai visto nulla di simile. Finalmente sporcò le sue scarpe nere lucide affondando i passi nella rena secca e sottile, e si avvicinò agli oggetti della sua curiosità. Attorno a lui l’aria era calma, fredda e silenziosa, solo un pallido rigurgito della cadenzata sonorità di marea arrivava alle sue orecchie. Si fermò vicino all’albero più prossimo, e lo osservò con un’espressione ancora stupita. I rami erano spogli, naturalmente. Il tronco dal tono spento dormiva in attesa di una stagione più clemente, ma viveva. Indubbiamente, esso viveva. Registrò qualche movimento ai lati del campo visivo: c’erano pochi altri esseri umani sulla spiaggia, in quel momento. Giusto qualche passante privo di colore, che s’incamminava per inerzia lungo la riva senza seguire alcuna indicazione al di là del percorso fiancheggiato da quella linea orizzontale che ritirandosi ed estendendosi, riacquisendo e di nuovo abbandonando con ciclica delicatezza una manciata di centimetri di sabbia bagnata, dava l’impressione che il respiro del mare fosse l’unica cosa viva e non congelata in quell’ambientazione larga ed essenziale. La marcia sembrava essere intrapresa per lo più da coppie di amici, e tanti proprietari di cani fra essi, accompagnati da cuccioli troppo cresciuti e oltremodo entusiasti della passeggiata su quel lembo fatto di un curioso tessuto naturale, gelido e asciutto insieme, polveroso al di qua e melmoso al di là del confine invisibile tracciato dall’impalpabile coperta della risacca, che fino a un attimo prima ricopriva il sottile tracciato, di base arido ma perennemente inzuppato dal più puro e insieme gravido dei liquidi terrestri.
L’albero davanti al quale aveva deciso di trattenersi si affacciava da lontano soltanto sulla riva e sulle basse sponde dei frangiflutti che si stendevano come vicine lingue di terra; due piatti isolotti di scogli bianco sporco, quali lembi del sipario spalancato sul mare aperto. Il suo tronco era infatti sfalsato rispetto al compagno similare che occupava all’incirca il posto in corrispondenza di quest’ultimo, nella fila prospiciente l’eterna distesa d’acqua. Si prese tutto il tempo soltanto per ambientarsi e restarsene lì, immobile, ad ascoltare e guardare l’esistenza che sembrava scorrergli tutt’intorno così lenta, a tratti mesta.
Ma al silenzio soffiante della spiaggia seguì poco dopo l’impressione di una presenza a latere rispetto alla sua visuale, sancita dall’inconfondibile cadenza di passi ovattati sulla sabbia, che all’apparenza sembravano appropinquarsi sempre di più a lui e al suo riservato colletto da parroco, punteggiante lo scuro giubbino e la nera uniforme altrimenti simili a qualsiasi altra scelta di stile. In realtà, come poco dopo avrebbe constatato senza che ci fosse il bisogno di voltarsi, quella polvere di  millenarie rocce sbriciolate aveva creato l’illusione che i passi fossero molto più vicini di quanto sembrasse: quei due adolescenti gli stavano sì passando a fianco, ma erano molto più distanti di quanto avrebbe immaginato. Subito si sentì il gridolino smorzato di quel tono femminile, che si agitava scherzoso infrangendo l’immobilità dell’aria:
− Fermo, ah! Lasciami! – fece la sottile voce di una ragazza altrettanto sottile, e dalle mani lunghe che indicavano una crescita corporea ancora in pieno corso. – Che scemo che sei! – sentenziò girando la testa e continuando a ridacchiare, rivolta alla faccia del suo slanciato ragazzo dai capelli neri, che l’aveva avvolta stretta bloccandole le braccia e trasportandola fino all’albero più avanti, in corrispondenza di quello del prete, con le punte degli stivaletti bassi di lei che restavano sospese a pochi centimetri dal suolo.

La figura formata dai due corpi gli sembrò scorrere quasi senza peso sulla sabbia che gettava solo piccoli schizzi ai lati delle sneakers del ragazzo, il quale decise di lasciare libera la fidanzata solo appena furono giunti accanto al tronco prescelto. Lì adagiarono il retro dei jeans così simili fra loro, in quella tonalità azzurro chiaro di tendenza, direttamente sulla rena e con estrema disinvoltura, come se si fossero appena sistemati su di una comoda panchina. L’avevano superato senza curarsi minimamente della sua presenza, forse non accorgendosi affatto di non essere soli, tanto non gli importava. Gli sembrò così di rubare quei momenti intimi che si svolgevano davanti ai suoi occhi: il fatto che sembrassero non vederlo gli dava la sensazione di assistere a qualcosa di segreto, e di molto più inestimabile di quanto gli stessi protagonisti dello spettacolo riuscissero a immaginare in quegli istanti per loro pure così idilliaci. Probabilmente, ne avrebbero assimilato il vero valore solo molti anni dopo. Da quella prospettiva vedeva la lunga e liscissima chioma della ragazza di spalle, seduta dal lato esterno del tronco e col capo inclinato sulla spalla del suo lui. Quest’ultima era abbracciata dal gomito del grosso giaccone blu che sporgeva sul lato destro del fusto, al quale lui aveva appoggiato la schiena. Entrambi restavano immobili, volgendo lo sguardo al mare.

Li sentì ridere di nuovo, poi vide che lei si avvicinava al volto della sua fiamma mostrando all’ignorato spettatore il lato destro delle sue ciocche dai riflessi chiari, che illuminavano le punte dei capelli ravvivando il castano scuro delle radici. La testa ruotava e si provava in movimenti delicati a armoniosi, mentre erano intenti con tutta probabilità a scambiarsi un lungo e intenso bacio. In quel momento la folgore dei raggi di un sole prossimo al tramonto, nel basso pomeriggio di un qualsiasi sabato invernale, squarciò la nube sovrastante nel mezzo, e come un miracolo accese quel naturale proscenio saturandolo di una luce incantata, che si rifletteva quale oro sulla varia gradazione di biondo, irrorando meravigliosamente giovani capelli di seta che da quella distanza si sarebbero definiti i fili più perfetti che il creato potesse concepire.
Persino lo spettacolo del mare fu oscurato da quella passione che l’astro del cielo riconosceva, approvando senza riserve. Lo splendore fu solo leggermente incrinato dal bisbiglio di poche parole, che risuonarono soffocate e confuse alle sue orecchie.
Quei bisbigli dicevano: − Non  mi lasciare... − oppure – Neanche il mare è bello senza di te. – E ancora – Sei tutto – o almeno così gli sembrava dicessero.
Eppure le parole non scadevano nel melenso, perché apparivano reali, e in quel momento di certo erano più vere di qualsiasi altra cosa, mentre si libravano vaghe in quel nuovo tipo di aria che si trovava solo poco più avanti, e che risultava però così diversa dalla restante parte di atmosfera. Adesso sì che gli sporadici passanti della riva apparivano lontani e sbiaditi, totalmente privi anche solo della remota possibilità di acquisire un proprio colore. Ora sì che poteva sentire di nuovo il trepido odore della salsedine nelle radici. Si ricordò delle quattro volte in cui aveva praticato del sesso, quand’era più giovane. Ne scrutò ancora con curiosità avida e compiaciuta i dettagli: quando fai l’amore così poco di certo non te ne dimentichi. In quei momenti pensava di sentirsi giustificato; diceva a se stesso che se credi di commettere peccato nel ricordarti certe cose in maniera tanto vivace, allora non conosci bene l’origine del peccato, e dovresti ristudiare a fondo tutte le parti della Bibbia che sottendono alle più semplici e naturali forme di amore, pur senza ricorrere all’esplicita descrizione dell’atto fisico.
Ad un certo punto si astrasse completamente dalla scena enfatica che impregnava il lattiginoso contesto avvolto in una lieve luce madreperla, come se fosse appena stato sussurrato, facendolo vibrare di un solo accenno di caldo estro. Tutto ciò che lo circondava diveniva ora un genere supremo di abbandono ai sensi elementari, i quali fungevano da necessaria valvola di sfogo al continuo aggrovigliarsi dei pensieri. Fu così che, per la prima volta da quando era arrivato in quella città, si sentì più vicino a qualcosa che si sarebbe potuto definire casa. Aveva già percorso in bici molti tratti della pista ciclabile, ma non c’era stato ancora niente che lo intrigasse in modo particolare, fino a quando non aveva scorto di sfuggita quel bosco dalle radici insabbiate. In cuor suo doveva augurarsi che fosse solo la prima fra molte ammalianti componenti che fino a quel giorno non aveva potuto notare.

Di solito era vittima di un pensiero martellante sempre rivolto ad altro, alla povera Lucrezia e a un ragazzo oltremodo vessato, come fino ad allora era stato quell’unico figlio della sua amata sorella. Ma ora Daniele aveva finalmente intrapreso un percorso lavorativo stabile in Belgio, e lui era sicuro che la sua sveglia compagna, Carolina, avrebbe presto potuto raggiungerlo da quelle parti, e sancire così il vero principio di una vita insieme. Questi pensieri gli scaldavano lo spirito; affrontare la sofferenza era sempre stato il suo mestiere, lui stesso l’aveva scelto e insieme era stato destinato a quella missione. Seguire la via più difficile aveva rappresentato un onore per lui, finemente portato per una simile esistenza. Ma Daniele no, Daniele non doveva vivere così. Lui doveva riconquistare tutto ciò che gli era stato ingiustamente negato. Chiaro che il prete non avesse esitato un istante, alla richiesta d’aiuto del nipote. Adempiva così ai propri compiti familiari e professionali, ricavando un insegnamento come sempre prezioso dallo sperimentarsi in una tragica ma stimolante avventura, che in quel caso si esauriva tutta nel prendersi cura di una donna, e madre, ormai da tempo imprigionata in uno fra i più oscuri meandri della malattia terrena. Quella stessa mattina era stato con lei ed aveva cercato di dare un senso al tempo che le rimaneva, come tentava di fare praticamente tutti i giorni.
Anche se era un veterano, anche se gli veniva spontaneo compartire il dolore con gli altri per cercare di alleggerire il fardello su spalle estranee, vedere una buona e fidata sorella maggiore in quello stato, e accettare la volontà che veniva dall’alto, non era cosa facile da fare. La demenza senile così aggravata in un’appena settantenne, più grande di lui di soli sei anni e mezzo, era uno spettacolo troppo duramente pietoso. Sembrava finita da un pezzo l’epoca in cui Daniele si interrogava insieme a lui su come sarebbero andate le cose se la sua mamma non fosse incappata in quel brutto incidente, chiedendosi se lei avrebbe versato nel medesimo stato senza quell’improvvisa sciagura che per loro tutti aveva significato un rivolgimento esistenziale troppo drastico, per non risultare destabilizzante.
Quando si era prospettata la necessità di agire, lo zio prete aveva subito chiesto il trasferimento in quella nuova parrocchia: non voleva che Lucrezia fosse spostata in un’altra clinica, lì la trattavano bene, e lei si era già ambientata. La scelta di un istituto di provincia non lontano da quello squadrato tessuto urbano, solidale col mare e con gli alberi nella sabbia, si era rivelata la migliore possibile; in quella zona vivevano altri due nipoti che lei aveva acquisito dalla parte del defunto marito, e così tutti erano riusciti a ripristinare almeno un piccolo pezzo di famiglia, un presidio di cui Daniele avrebbe potuto godere ogni qualvolta fosse rientrato nella sua piccola e complessa patria. Un’oasi di affetto, ma soprattutto di sostegno: ciò che più di tutto suo zio credeva gli fosse indispensabile in quel momento della vita.
Alle volte egli stesso si sentiva smarrito, poteva capitare, ma il pensiero che il futuro che lui e Lucrezia non avrebbero potuto conoscere abitasse già dentro il tenace figlio di suo sorella, lo confortava enormemente, soprattutto ora che gli anni cominciavano a pesare, seppur con quella leggiadria derivata da uno scopo di vita nobile che regala dolcezza, e da un sorriso ancora giovane, che perdura nella volontà di non sfiorire.
Gli avevano detto che se avesse nevicato, davanti ai suoi occhi si sarebbe profuso lo spettacolo del velo candido che ricopriva leggero ma compatto tutta la distesa sabbiosa degli stabilimenti e delle spiagge libere. Per il momento il fenomeno non ancora si manifestava. Attendeva quel momento ed ogni nuova cosa con ansia, poiché era certo che prima avrebbe vissuto le più autentiche espressioni del territorio, prima si sarebbe sentito davvero vicino ai propri parrocchiani, oltre che a tutti gli altri.
Poi, di colpo, un cambiamento dell’atmosfera disciolse con violenza la sua fluida riflessione e lo fece tornare alla realtà. La luce d’oro e la sottile ombra dell’albero proiettata verso il mare sparirono come se fossero state cancellate con un netto colpo di spazzola dalla faccia della terra. I due amanti restarono immobili, cristallizzati dal tempo che tornava a congelarsi in un freddo istante invernale dopo un’imprevista concessione di primavera. Non se lo sarebbe mai aspettato, ma quel cambio repentino del tempo meteorologico che tornava a sigillare il salvifico squarcio tra le nubi lo lasciò letteralmente stravolto, quasi senza fiato, disarmato dinanzi a una suggestione dell’ineluttabile e di nuovo inquieto, forse più che mai.
Quella sera gli fu molto difficile prendere sonno, e quando finalmente riuscì ad assopirsi venne risucchiato in una delle frenetiche maratone di incubi rapidi ed estenuanti che ti fanno svegliare più stanco di quando sei andato a dormire. Poco prima di ridestarsi vide la spiaggia con il bosco di alberi piantati dentro la sabbia, s’incamminò verso di essi e non appena li raggiunse si addentrò nel mezzo dello statico “branco”, aggirando lentamente gli esili corpi di legno grigio-marrone. Ogni respiro dell’aria era assente, ogni rumore annientato.
D’improvviso gli sembrò di trovarsi dentro una grande bolla di cui non riusciva a indovinare la ricurva superficie trasparente, anche soltanto per un tenue guizzo di luce sfuggita al serrato biancore della cupola di nubi, che si mostravano opache, compatte e immote come se fungessero da schermo ad uno sfondo occulto e incomprensibile. Il bosco sembrava essersi ampliato e infittito senza che lui se ne fosse accorto, fino a diventare una foresta spoglia e spettrale, senza soluzione di continuità. Intorno non si scorgeva il minimo segno del mare, né di qualsiasi altro elemento che potesse costituire un appiglio, un chiaro punto di riferimento visivo.
L’agglomerato di tronchi era ormai l’unico luogo esistente in una dimensione senza luoghi, e la sola variazione a quel lineare sviluppo che si proiettava verso un candore virato nel tono più umbratile, era rappresentata dal posto in cui avrebbero dovuto trovarsi le chiome cariche di foglie, ora soltanto virtuali, sostituite in quell’inverno idealmente cupo dalla geometrica corolla di sottilissimi rami rinsecchiti, allungati in una miriade di linee scheletriche così impercettibili da diventare invisibili verso la punta più estrema, scomparendo del tutto nel tessuto fatto di dura nebbia, quale emblematica immagine di aria incatenata a un mondo di cui non sembrava far parte.

Si fermò appena davanti a uno degli alberi, e guardò in basso. Ciò che vide non era più sabbia: quella preziosa polvere era mutata in un suolo grigio e anch’esso spettrale, in apparenza più freddo di tutto il resto. Si chinò, attirato da un punto specifico del terreno che appariva più scuro e molle, come se fosse inumidito da una fonte sotterranea di acqua. Spinto da una volontà estranea, calò con decisione le dita in quella pozzanghera di fango. La struttura della buca piena di quella sorta di argilla bagnata collassò su se stessa con un risucchio simile a quello di un lavandino appena sgorgato, rivelando una discreta profondità. Scavando di buona lena con il solo aiuto delle proprie mani, vide che effettivamente il piccolo pozzo naturale mostrava sul fondo uno strato d’acqua spesso qualche centimetro, da cui subito il suo viso venne specchiato.
Seppur non chiarissimo, il riflesso restituiva un’immagine fedele dei suoi lineamenti, che andava però a cambiare, a trasformarsi... notò infatti che in pochi secondi, seppur in modo delicato, qualcosa nei suoi tratti iniziava a distorcersi. Mentre il livello dell’acqua scendeva, riassorbito gradualmente ma con rapidità dal terreno, ai lati dei suoi occhi s’inasprivano i naturali solchi del tempo, il sottomento sembrava cedere, calando sempre più in basso, le strisce screziate di grigio della sua capigliatura ancora folta diventavano rade, i lobi delle orecchie si allungavano come materia elastica, e le leggere borse sotto agli occhi divenivano due gonfie sacche piene di lacrime trattenute.
L’espressione era triste e arida, ora spaventosamente inquietante. L’angoscia iniziò a montargli dentro, e per un impulso spontaneo prese a scavare il fondo della buca con sempre maggiore furia. Il livello dell’acqua risaliva, e lo specchio lo trasformava di nuovo in un riflesso di buona salute, ma poi ridiscendeva, e l’accelerazione del logorio dell’ultima vecchiaia tornava a deturpare il suo viso ormai morente, nel terragno e innaturale tramonto che forse non l’avrebbe finalmente condotto al creatore, quanto a quel qualcosa di demoniaco da cui il bosco marcito, che aveva perduto il suo mare, doveva essere infestato.
Il processo continuò a più riprese, come il disperato e vano tentativo di arrestarlo, fino a che, con il respiro affannato e la tachicardia, la sua coscienza non si svegliò superando i confini onirici in un opportuno sobbalzo, al centro di un letto sfatto e solitario. Il prete si alzò nel buio delle sei del mattino; tentare di riprendere sonno sarebbe stato inutile. Ancora un po’ scosso, camminò fino alla portafinestra e scostò appena la cortina sulla sinistra.
Fuori la notte era appena passata, ma imprimeva ancora la sua bella e asfissiante densità al paesaggio fermo e bluastro, costellato di un esercito di bassi condomini con i tetti a spiovente, ricoperti, per la maggior parte, da tegole il cui colore di cotto era ancora impercepibile nella smorta tinta di quell’ora prematura. Oltre di essi, in uno spicchio ridotto e in lontananza, si intravedeva quello stesso mare che gli alberi della sabbia sembravano aver perso di vista nelle sue più lugubri fantasie. Cominciò a ripensare all’omelia di quella domenica, al sermone che di lì a poche ore avrebbe elargito ai fedeli, ma poi il frenetico sogno appena trascorso cominciò a riaffacciarsi sul limitare dell’esteso lago della coscienza. Si rimise a letto, perché sentiva ancora troppo freddo. Rimase immobile nella penombra, con gli occhi aperti e luccicanti rivolti al soffitto.

Il cellulare poggiato sul comodino vibrò con un ronzio come di insetto; doveva aver dimenticato di spegnere la connessione la sera prima. Si sporse per afferrarlo e poco dopo la luce fredda dello schermo illuminò il suo sguardo ancora poco aperto e vigile, provocandogli un passeggero fastidio. Adesso era sveglio e si rallegrava davanti al fatto che non fosse successo nulla di brutto, o di sbagliato, data l’inconsueta ora di quella notifica. Si trattava di Daniele, e il testo del messaggio diceva: − Ciao zio, scusa l’ora, mi sono svegliato prestissimo, spero di non averti distrubatl e che leggerai più tardi il messaggio. Ti invio il link della canzone di cui mi parlavi e non sapevi il nome. L’ho trovata! Un abbraccio e buona messa! Ci sentiamo più tardi. − A giudicare dall’errore commesso digitando distrattamente le lettere, anche suo nipote doveva avere ancora molto sonno. Si alzò, stavolta in modo definitivo, e indossò la vestaglia per casa al volo, durante il tragitto verso il bagno. Vi uscì poco dopo, riprese il cellulare e andò a sedersi al tavolo della piccola cucina, in orari più consoni solitamente molto luminosa.
Infilò dunque le cuffiette, e cliccò sul link di YouTube per ascoltare il brano. Si accorse sin dai primi istanti che si trattava esattamente di quella canzone sentita per caso tempo prima, e dalla quale era rimasto colpito. Una stanca batteria puntellava adagio un ritmo di ballata, mentre poco dopo una voce delicatamente roca invocava dio, e sembrava cercare di parlargli. La lenta melodia teneva in braccio in uno scontro di passione e tenerezza un fremito tragico e intimamente dolce, come se ci si fosse abbandonati ad una marea oscura e calma, increspata sotto le calde scintille di un sole distante infinite galassie, per lasciarsi ferire e spegnersi in un sofferto desiderio di armonia totale. La prima strofa portava già la firma dell’intera visione, non solo di un sanguinolento rigurgito divino ma di un universo indefinibile, processato nella pioggia fredda e grigia, e nel fango che sempre da essa nasceva:

Lord, now the rain done come
Lord now the rain done come
Muddy water rising up
You know I feel you
In my iron lung


Sorrise tra sé e sé, facendo caso, o forse volendo vedere, quanto quelle parole somigliassero alle emozioni delle sue nottate, quanto si trovassero già dentro tutto ciò che gli era capitato di osservare, il giorno prima, su quella spiaggia che ora, nella sua testa, sembrava letteralmente disseminata di alberi la cui vita era preservata dal freddo, la cui rinascita era una promessa d’estate. Quanto poteva essere meraviglioso il pensiero che suo nipote aveva avuto per lui, proprio durante quella notte?
Doveva dargli il buongiorno e ringraziarlo, innanzitutto, dopodiché doveva dedicarsi a una piccola preghiera. Aveva certamente tempo di svolgere la propria preparazione con calma e in modo adeguato, ma già non vedeva l’ora di raggiungere la sua chiesa lì a fianco, e di incontrare là, di nuovo, i suoi innumerevoli figli, per parlare così delle vite di tutti loro, e imparare a guardare la verità sempre insieme, per sempre con loro.


In cosa consiste essere senza dio?

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