“La memoria è una forma di coraggio”

Jean Vilar

Domenica, 21 Novembre 2021 00:00

In principio è l’emozione

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È cominciata così. Io e il mio amico Davide, due poco più che ventenni scapoli, lavoriamo come impiegati nello stesso ufficio di una banca alla periferia est di Milano.
Davide è un carrierista, punta alla dirigenza il più presto possibile. Ma il percorso è complicato perché altri colleghi, vuoi in quanto disposti a tutto pur di entrare nelle grazie dei loro superiori vuoi per maldicenza, lo hanno superato.
E scarse, se non nulle, sono ormai le possibilità di Davide per recuperare il tempo perduto.

Quanto a me, sono entrato in banca per accontentare i miei genitori, di origine proletaria, che mi hanno pressoché costretto a diplomarmi in ragioneria. Ciò che era del tutto estraneo alle mie aspirazioni. Siamo nati par creare: è sempre stata la mia spinta interiore.
Davide, tuttavia, non demorde. Sta cercando di farsi notare dai suoi superiori, fino allo spasimo. Con idee, suggerimenti che ritiene possano metterlo in luce. Per non parlare dell’orario di lavoro, che per Davide è un modo di distinguersi. Sta di fatto che puntualmente è il primo a entrare in ufficio e l’ultimo a lasciarlo.
Non v’è poi da trascurare il fatto che sia io che Davide non siamo stati insensibili all’attrazione di genere. Ce ne siamo fatte di giovani colleghe, il che sicuramente non ci è stato d’aiuto.
Altra è la mia situazione. Giorno per giorno diventa sempre più insopportabile l’idea che il mio essere sia destinato a spegnersi in una tale gabbia.
Quando siamo a tavola tra un bicchiere e l’altro di buon vino dell’Oltrepò Pavese, dove è nato mio padre, ne parlo con i miei genitori.
“Sai, Andrea, io e la mamma non abbiamo avuto la possibilità di studiare. Tu invece sì. E ci sei costato non poco”, dice mio padre.
“Ve ne sono grato, ma ora il mio sguardo è al di là di certi limiti, tipo un istituto bancario”, rispondo.
“E cosa vorresti fare, allora?”.
“Papà, sta maturando in me qualcosa che somiglia a un sogno. Ma non lo è. Voglio darmi alla scrittura. E tu, se lo vorrai, mi potresti aiutare”.
“Ma in che modo?”.
“Grazie al tuo lavoro di cameriere in uno dei più prestigiosi ristoranti di Milano nella Galleria Vittorio Emanuele conosci molti importanti clienti che potrebbero offrirmi un posto di lavoro. Lavorerei di giorno, e di notte mi darei alla scrittura. Poi quel che sarà sarà. Ma dipende soltanto da me”.
“Ne sei sicuro?”.
“Sì, papà. Ne sono più che sicuro”.
Per tutta la durata del pranzo mia madre non ha detto una parola.
Mi sono licenziato dalla banca. Per intercessione di mio padre sono stato assunto da un commercialista.
Ora di notte scrivo, di tanto in tanto mi faccio un paio di bicchieri di vino.
Sto elaborando il mio stile. Penso al sentimento della vita, a un linguaggio che abbia tutta l’immediatezza del “parlato” quotidiano capace di dare voce ai momenti esistenziali dei miei personaggi. Sono un vorace lettore, ma lungi da me l’idea di lasciarmi influenzare dai mezzi espressivi di scrittori, quali Ernest Hemingway, David Foster Wallace, e non pochi altri che mi hanno fatto amare l’arte letteraria. Né mi sentirò obbligato a impostare i miei scritti sulla base di una mia concezione sia pur moderatamente marxista.
Recentemente mi è capitato di soffermare la mia attenzione sul minimalismo, ovvero la narrativa del less is more. Si dice che il minimalismo sia stato inventato da Raymond Carver. Ma Carver non era un minimalista. Era un grande scrittore. Anche se le sue storie in sede di editing sono state abbondantemente tagliate. Fino al cinquanta per cento, in certi casi.
Dunque, non sono alla ricerca di una teoria. Intendo scrivere dando sostanza letteraria all’ispirazione del momento. Certo è che essendo un umano, e vivendo tra gli umani, è da escludere che non possa introiettare quanto avviene nel nostro mondo.
Non mi sento assolutamente di trinciare giudizi, diciamo così, gratuiti. Il mio pensiero, il mio sentire, non devono mancare in quello che scrivo, perché se scrivo è perché ne avverto fortemente il bisogno.   
Non basta pensare per poi scrivere. Il mondo è lì perché lo si osservi, perché lo si voglia capire. Nulla ci deve sfuggire, anche ciò che a prima vista può apparire superfluo.
Il consorzio umano, pur con tutte le sue debolezze, è una fonte irrinunciabile per rappresentarlo in modo eccitante, emotivo.
Occorre esprimere la propria sensibilità per affrontare la vita degli umani così com’è. Nulla deve essere tralasciato affinché chi legge i miei scritti si senta partecipe di situazioni esistenziali che pur non essendo proprie lo rendano coinvolto. Quale che sia la sua attitudine di vivere nel mondo. Che è di tutti, senza esclusioni. L’apertura del cuore, della mente, nonché della fisicità di chi scrive, è la condizione senza la quale ciò che viene scritto lascia indifferente il lettore.

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