“È straordinaria l'idea che ogni goffagine tua, ogni incertezza, ogni rabbia − insomma tutto ciò che è negativo − può sembrare domani, da un diverso e più sapiente punto di vista, scoprirsi un valore, una qualità, un tesoro positivo. Ma vale anche l'inverso. Ogni tuo vanto può fallire, può mancarti sotto”.

Cesare Pavese

Domenica, 31 Ottobre 2021 00:00

Se l’amore è poesia

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Lungo il fiume, attraverso gli alberi. Camminiamo con calcolata lentezza. Ho Lisa a braccetto. I suoi occhi sono nei miei, sembrano cercarmi. Sta canticchiando Walk of Life. Le piacciono, come piacciono a me, i Dire Straits. E in realtà è una passeggiata di vita, la nostra. Viviamo a Milano.

La luce del sole inonda il Ticino, e Pavia ci appare più vicina. Riusciamo a intravedere la casa del mio amico Roberto Marchetti che vive in quella città. Presto saremo seduti intorno alla tavola a bere del buon vino. Roberto e io, la sua seconda moglie Loredana − Lori per noi − e naturalmente la mia amica Lisa.
Non so come, ci siamo messi a parlare d’amore. Roberto pensa di avere le idee chiare. E ammette che una certa sua difficoltà a mettere a fuoco il tema è dovuta al divorzio dalla prima moglie a causa di un suo grave errore − lo ribadisce − quando per leggerezza, così come per cedimento, l’ha tradita. Ora ha Lori, e si sente sicuro di sé, pur ribadendo la sua convinzione che l’amore non è soltanto spirituale, ma anche impulso fisico, laddove talvolta capita, dice lui, di sopravvalutarlo. Lori, da parte sua, non commenta, ma con in mano il bicchiere di Riesling accenna a trattenuti sorrisi.
Noi uomini stiamo bevendo un’ottima Croatina. Io, che sono scapolo, ho conosciuto e frequentato con piacere alcune donne, mie colleghe abbastanza stimolanti, ma non mi sono mai dato da fare per spingermi oltre. Quindi, parlando di me, metto subito in chiaro che intendo creare una famiglia, dove la moglie ha un ruolo preciso e il rapporto col marito deve essere sentimentale e al tempo stesso spontaneamente sensuale. Mentre parlo osservo Lisa, che sta bevendo, sembra con gusto, il vino bianco. Nessun accenno da parte mia su noi due. E neppure lei ne parla. 
Due mesi fa, quando l’ho conosciuta a una festa organizzata da un comune amico, abbiamo parlato, ballato. E terminata la festa le ho proposto di accompagnarla a casa sulla mia auto. Lei ha accettato senza indugiare. Ci siamo poi scambiati i numeri dei nostri cellulari. Il sabato, ciò che era scontato per me, l’ho invitata a venire allo stadio comunale di San Siro per un concerto dei Dire Straits. Terminato il concerto siamo andati al bar dove ci siamo fatti un aperitivo, dopodiché mi ha chiesto di accompagnarla a casa sua.
Era del tutto scontato, almeno per me, che da quell’incontro potesse nascere un reciproco interesse a conoscerci meglio. Il che è avvenuto puntualmente. Siamo stati a teatro, al cinema, e anche a una partita di calcio dell’Inter della quale io sono tifoso. Ma come pensare che da tutto ciò non prendesse forma e sostanza un mio sentire, non solo spirituale, nei confronti di Lisa?
Ho passato notti insonni pensando a lei. Mi alzavo dal letto nel cuore della notte, un goccio di whisky e mi fumavo qualche sigaretta, forse troppe. Tornando a letto mi veniva da pensare ancora a lei e mi tornava alla mente La pelle come un vestito, un brano di una famosa canzone di Adriano Celentano.
Dal giorno in cui siamo conosciuti sono passate sì e no tre settimane, finché mi sono sentito pressoché costretto a rendermi conto che non potevo fare a meno di lei. Pur in assenza di un qualche suo segnale di reciprocità. Finché un giorno, su mio invito, siamo andati in un Piano Bar dalle parti di Lodi. Lì abbiamo dapprima parlato dei nostri interessi, per poi passare al ballo. Guancia a guancia. È stata come una scoperta, per ambedue. Qualcosa che forse non ci aspettavamo. Quando ce ne siamo andati, senza alcuna esitazione ho fermato l’auto all’interno di un piccolo bosco. I nostri sguardi si sono incrociati, e senza dire una parola c’è stata qualche carezza e le mie labbra sulle sue. È poi stato spontaneo, naturale direi, fare l’amore.
Ce l’aspettavamo? Non saprei rispondere. Sta di fatto che tornando a Milano non abbiamo fatto altro che parlare di noi.
Arrivati a casa sua, un forte abbraccio come saluto.
Il giorno dopo, appena svegliato l’ho chiamata. “Ti devo parlare”, le ho detto. “Lo sapevo”, mi ha risposto.
Ci siamo incontrati ai Giardini Pubblici. Poche le parole che ci siamo dette. Ma la conclusione è stata una sola: vogliamo sposarci.
Per certi aspetti io e Lisa siamo persone semplici. Non abbiamo velleità. Sentiamo di volere vivere al meglio la nostra unione.
Ci siamo sposati. Il viaggio di nozze a Parigi.
In una settimana la Ville Lumière è stata nostra. Non abbiamo trascurato nulla. Tutto ciò che chi non la conosce deve vedere è stato alla nostra portata. A Montmartre ho dovuto insistere affinché Lisa si facesse fare un ritratto da un pittore di strada. Quanto a me non ho mancato di soffermarmi nel locale bar dove un filosofo che lo frequentava − del quale ho letto quanto di meglio ha scritto − mi ha dato lo spunto per redigere la mia tesi di laurea intitolata Il rapporto tra logica e contingenza nel marxismo di Merleau Ponty.
Tornati a Milano, abbiamo ripreso la nostra vita, recandoci ai rispettivi lavori, incontrandoci con amici, ascoltando molta musica e non trascurando le letture delle quali eravamo interessati.
Molto ci siamo detto sul comune desiderio di avere figli, al più presto.
Ieri ero in ufficio, metà mattina. Squilla il telefono. È Lisa, la voce tremula. “Sono stata dal medico, mi ha detto che sono incinta. Ma c’è qualcos’altro. Che mi preoccupa”.
“Cioè?”, chiedo.
“Devo essere operata... al seno”.
“Vuoi dire che hai...”.
“Sì, un tumore”. E s’interrompe piangendo.
“Tranquilla, Lisa. Chiamo subito un taxi. Tra poco sarò da te”.
Sto pensando come posso incoraggiarla. L’emozione non ha voce. Oggi è stata ricoverata all’ospedale. Sono in auto per andare a trovarla, perché nel pomeriggio la operano. Non mi resta che trovare il modo di riportarla nei limiti del possibile alla serenità. Non c’è stato bisogno di riflettere. Un foglio di carta bianca e la penna mi hanno dato la forza di scrivere poche parole, ma dolcemente intense. Quasi una poesia.
Ora le sono accanto in ospedale, e le dico di non leggerlo subito, quel foglio. “Leggilo dopo l’operazione. Vedrai che ti farà sentire in pace con te stessa”, queste le mie parole che, ne sono certo, daranno a Lisa la sicurezza di farcela. Anche pensando al bambino che presto nascerà.

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