“Nonna Citta muore addrìtta. Si curva mentre esala l'ultimo respiro ma non cade. La sua è una morte in dialetto. Assurda e volgare. I quattro superstiti, sbandando, vengono verso di noi. Il sole è ormai calato e l'uscio dove imperterriti stanno è il proscenio del teatro che li tiene prigionieri. Spalancano la bocca ma il loro urlo è muto. Sembra, piuttosto, uno sbadiglio”

Emma Dante

Domenica, 05 Settembre 2021 00:00

Vale di più una donna

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Eravamo sdraiati sul divano nel nostro soggiorno da sogno. La luce del sole inondava la stanza. Noi due, io Alberto e lei Elisa, mia moglie. Sul tavolino accanto a noi due bicchieri e una bottiglia di Moscato dell’Oltrepò Pavese. Di tanto in tanto riempivo i bicchieri e passavo a Elisa il suo. Le mie mani le accarezzavano le gambe sotto la gonna. Lei non si ritraeva, solo qualche sospiro, un gemito infine. La finestra era aperta, e si udiva il continuo brusio della gente che passeggiava in Via Dante nel Centro di Milano.

Accesi una sigaretta. Guadai l’orologio. Elisa tacque e per un minuto, esaminò la bottiglia. Poi disse:” Non sei tenuto a dirmi più niente di quello che è successo”.

Non era davvero il caso di ripeterle che nella mia vita ci sono stati momenti in cui me n’è venuta la voglia, e di occasioni ne ho avute. Ma solo una volta ho ceduto, e l’ho tradita.
Successe due anni fa. Sul lavoro avevo conosciuto la direttrice di una società cliente del centro studi di cui sono responsabile. Capii sin dai primi giorni che la cosa non mi avrebbe lasciato indifferente. Si chiamava Lorena. Gli incontri frequenti per discutere i programmi dei quali ci dovevamo occupare mi mettevano volta per volta sempre più in uno stato d’animo di desiderio e al tempo stesso di ansia. Quegli occhi di un azzurro che mi catturava, labbra tendenti a un contenuto sorriso cariche di significato. Un corpo che si lasciava immaginare attraverso il modo quasi provocatorio di indossare abiti che mettevano in evidenza le sue linee sinuose. Qualche viaggio d’affari ci ha portati all’estrema conseguenza della nostra frequentazione.
Ci incontravamo nelle stanze di alberghi appena fuori Milano. Il che ha comportato ritardi nel mio rientro a caso. E non solo: davo a vedere a mia moglie un comportamento che quantomeno non le sarebbe potuto sfuggire. E a Elisa non è stato difficile mettermi in condizione di scoprire le mie carte.

Duri e angosciosi i primi momenti. Silenzi che preludevano a qualcosa di doloroso. Ma era come se vi fosse un tacito accordo che spettava solo a me mettere le cose in chiaro, con le conseguenze immaginabili. Da parte sua unicamente una domanda: “È cambiato qualcosa tra noi?”.
Attimi di angoscia. Il nostro stare insieme fino ad allora mi si è presentato alla mente con una sorta di perdita definitiva. Il crollo di vent’anni di vita trascorsi gioiosamente con il piacere sentimentale e fisico che ci faceva sentire unici. Le nostre interminabili notate a parlare di tutto quanto ci univa. La passione per la lettura, la musica che ci incantava, gli entusiasmanti viaggi all’estero, in particolare a Parigi, dove siamo stati in viaggio di nozze che consideravamo la nostra seconda casa. Come perdere tutto ciò? Come perdere il nostro mondo? Mi domandavo se fosse possibile che si sia trattato di un mio cedimento al piacere fisico con un’altra donna.

No. Non volevo perdere la mia vita con Elisa, che tanto, davvero tanto, negli anni mi ha fatto sentire me stesso o quello che credevo si essere.
Poi uno spiraglio di speranza me l’ha dato lei. Non abbiamo parlato solo di noi, ma anche di come, con quali sentimenti, gli umani concepiscono il rapporto di coppia.
E intanto maturava il suo perdono.
Ma c’è sempre la possibilità di riabilitarsi, riconoscendo i propri errori mettendo al centro della nostra vita la donna che ci ama. Perché l’amore è essenzialmente sentimento. Il resto è fisicità.
Ne abbiamo parlato a lungo. Elisa mi ha dato la certezza di credere alla sincerità delle mie parole. Ed il suo perdono non è mancato.

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