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Domenica, 20 Giugno 2021 00:00

Il gigante di ghiaccio

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Vagava nella sconfinata landa innevata, il gigante regnante di tutti gli inverni polari. Nei suoi occhi sterili, coltivava l’antartico, nelle sue fredde vene, scorreva la bruma. Come una pioggia di neve pianse, nel cuor suo, un tempestoso silenzio. La sua figura possente si confondeva con le alte montagne ricoperte dalle bianche raffiche del vento. Ogni sua impronta lasciata sul bianco manto veniva ricoperta di nuova neve caduta dalla tormenta senza fine, sicché il gigante non sapeva di dove veniva; non sapeva per dove andava: il gigante credeva soltanto di vagare sulla terra delle nevi dall’alba dei tempi e che forse sarà così fino alla fine di queste terre.

Il gigante non aveva amici, non aveva amori, non aveva giacigli, dove riposare: il suo cuore muto non batteva per nessuno e per lui non esisteva alcuna meta, ma soltanto un eterno vagare. Le creature al suo passaggio evitavano d’incontrarlo, per non finire tramutati dal suo magico tocco, in sculture di gelo. Egli ricercava un senso nel vuoto riflesso nei propri occhi, ma i pensieri erano come la fredda tundra su cui poggiavano gli enormi piedi affannati dal viaggio.
Un giorno – oscuro come la notte artica – la fata verde, impietosita da quell’eterno girare senza meta, decise di donare l’amore al povero gigante, decise di dare un significato alla sua esistenza; e dall’alto del proprio altare celeste scoccò una freccia rovente nel petto privo di amore del gigante, il quale vedendo la radiosa figura del Sole dal basso della terra, cadde perdutamente in amore per la stella, mostratosi per la prima e unica volta a lui insieme alla fata; e ciò fu soltanto per un istante: scacciate brevemente dall’apparizione del Sole, le tenebre fecero ritorno alla propria terra e il gigante, innamoratosi di quel bagliore accecante, vagò in cerca di altra luce, ma invano: il firmamento era costellato di piccoli puntini luminosi e remoti, la cui luce, intermittente e fioca, non bastava a colmare quel vuoto dormiente nel suo petto.
“Prima ero niente, il vuoto, il nulla. Ora sono un sognatore. Prima non avevo nulla e a nessuno appartenevo. Ora ho un desiderio, un sogno, un amore e a questi appartengo”.
La freccia della fata nel suo cuore ardeva come un tizzone rovente; e più ardeva, più il gigante era desideroso di amore; più ardeva, più il gigante si tormentava per il mancato amore, sicché egli incominciò a fantasticare, a muovere i primi pensieri che fino ad allora non avevano mai pullulato la sua mente.
Più passava il tempo, più l’ardore di quella freccia e il brucior dei suoi pensieri si fecero focosi, affaticando il viaggio greve dell’enorme viandante. Tanto atteso e desiderato era il suo bacio con la luce del Sole, così come lo è per la stalattite che bacia la stalagmite dopo millenni di estenuante attesa. Sfortunatamente per il gigante, il viaggio si concluse, infine, con la sua morte: senza più vedere il Sole, il gigante si disciolse quasi completamente per il fuoco che gli ardeva dentro. Sul letto di neve chiuse gli occhi; e una lacrima sgorgò da un suo ciglio. Quella lacrima divenne un uovo algido, da cui nascerà un enorme uccello di fuoco dalle ali splendenti, una creatura che su quelle terre innevate porterà la primavera e le altre stagioni.





N.B.: le illustrazioni a corredo sono di Mila Maraniello

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