“Scrivi scrivi / se soffri adopera il tuo dolore: / prendilo in mano, toccalo, / maneggialo come un mattone, / un martello, un chiodo, / una corda, una lama; / un utensile insomma. / Se sei pazzo, come certamente sei, / usa la tua pazzia: i fantasmi che affollano la tua strada / usali come piume per farne materassi; / o come lenzuoli pregiati / per notti d'amore; / o come bandiere di sterminati /reggimenti di bersaglieri”.

Giorgio Manganelli

Lunedì, 20 Maggio 2013 19:44

"Prometeo, perché?". Atto Secondo: Commedia

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Immerso nello splendore della luce eterna, quieto come mai, immerso nel più tenero calore e nel più divino amore. Eccomi qui, in paradiso. Un angelo si avvicina e mi accarezza, sorridente: qui tutti sorridono e si accarezzano, sempre. Anche io sorrido. Bambini ed angeli cantano e danzano attorno a me. Sono decine, sono centinaia, sono migliaia. Sono decine, sono centinaia, sono migliaia che strozzo, picchio, sgozzo e impicco ai rami del maestoso albero dell’eden come frutti proibiti. Non reagiscono nemmeno, perché la felicità non porta che indifferenza, verso gli altri e persino verso se stessi.

Non metto fine alla mia violenza finché il sangue non invade i numi e non crea come piccoli fiumi che sembrano, viste dalla terra, lacrime vermiglie sul volto del cielo. Il rosso, il coloro del fuoco, è il nostro colore preferito, dopotutto.
Come potrebbe andarmi bene tutto questo? Come potrei mai accettarlo? Che valore può mai avere tutto ciò dopo la morte? Potrebbe forse esistere per noi, che senza gli altri non siamo niente e che da soli superiamo Dio, una meta più vana ed insensata?
Noi siamo i figli di Prometeo, non di Afrodite né di Apollo e nemmeno di Estia, siamo semmai lontani cugini di Dionisio. Noi abbiamo una dignità, noi non viviamo per la felicità e se lo facciamo la nostra vita è destinata ad essere un incubo eterno senza fine, nient’altro che vergognosa insoddisfazione e miserabile strazio indegno di qualsiasi pietà. Da qui vado via.
A darmi il benvenuto all’inferno sono tre bellissime e sporchissime ermafroditi, che abbaiano e sbavano cercando di mordermi violentemente, legate al fallo del diavolo con catene che partono dal collo e ne avvolgono le vulve sanguinanti ed i peni neri come la pece.
Il calore insopportabile, il buio e l’aria irrespirabile, ma sopratutto le urla strazianti hanno un sapore terribilmente amaro, il sapore del ricordo.
Improvvisamente mi ritrovo nudo ed interamente legato ad una sedia ardente dagli innumerevoli gambi spinosi di una gigantesca pianta di rose che è il pilastro intorno al quale si distribuiscono gli infernali gironi, una pianta di rose il cui unico, magnifico e gigantesco, fiore blu sboccia nella parte più profonda degli inferi, lì dove piange lacrime nere di ghiaccio che infilzano grembi di madri condannate alla perpetua follia del più terribile dolore.
Su questa sedia da inquisizione, che mi dissangua e mi avvelena, vengo ferocemente masturbato da un vecchio senz’occhi le cui unghie nere brulicano di mortali insetti neri che presto mi ricoprono e mi penetrano fin nel glande e che sento in gola soffocarmi ma che non riesco a vomitare.
Davanti a me le carni e le anime vengono squartate e, dinanzi al più atroce degli spettacoli, sono costretto all’orgasmo compulsivo. Si alternano sul mio corpo i piaceri ed i flagelli supremi che mi portano al limite della follia. Ad ogni mio urlo un serpente esce dal mio ventre, strappando via la carne, per poi penetrarmi in gola, viscido, e scendere dentro di me fino ad azzannarmi il cuore. Estasi suprema.
Immersi in un fango di feci, i miei piedi vengono leccati da tredici neonati con bianche ali e sante aureole, neonati che crescono divorandosi a vicenda finché l’ultimo rimasto, gigantesco, mi ingoia e poi mi vomita e poi nuovamente mi ingoia e poi nuovamente mi vomita e così via.
Finalmente uscito dalla gola del gigante, mi ritrovo in una pozzanghera di sangue incapace di respirare, muovo il corpo e sbatto la testa fino ad aprirmi il cranio come un pesce fuor d’acqua, incapace di formulare il minimo pensiero. Estasi pura. Si avvicina a me un bellissimo ragazzo che contempla le mie convulsioni per dodici ore circa e poi cade anche lui al mio fianco e inizia a comportarsi come me. Dal cielo cadono un’infinità di corpi umani, la maggior parte mutilati e violacei, e tutti con le mie stesse convulsioni. Riesco finalmente a pensare e mi chiedo se sia davvero questa la vera felicità. Mi rattristo e mi sento deluso. La mia lingua diventa subito un metallico gancio che si piega e mi trafigge il palato e fuoriesce dalla mia testa. Le ciglia diventano lunghi e feroci aculei che mi cavano gli occhi e li cuciono a formare due bellissimi fiocchi. Tutto diventa nero e morire non è più possibile.
D’un tratto, inspiegabilmente, eccomi qui, in un lussuoso salotto, vestito con eleganza, circondato da cibi raffinati e da opere d’arte stupefacenti, seduto in una confortevole poltrona con un bicchiere di whisky in mano. Un cameriere mi chiede se ho gradito il mio soggiorno, a quanto pare il padrone vuole che io rimanga ancora qui. Ma questo non mi basta, questo non è ciò che voglio e vado via. Le fiamme nere piombano su di me per fermarmi, ma io sono figlio di Prometeo, e le fiamme nere non possono fermare quelli della mia specie. Per quanto romantica sia la notte, per quanto sensata e felice la follia, per quanto comoda e orgasmica la tristezza, in tutto questo non vi è dignità. Qui, nel dolore, non vi è il mio destino, il nostro destino, il destino dei figli di Prometeo condannati a quella suprema pena sconosciuta persino ad Ade e Lucifero: la pena della speranza.

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