“Perché tu mi dici: poeta? Io non sono un poeta. Io non sono che un piccolo fanciullo che piange”

Sergio Corazzini

Domenica, 21 Marzo 2021 00:00

L’uccello di Hermes

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“Sono l’uccello di Hermes e per rendermi docile, divoro ogni notte le mie ali!”.
Ripeto oramai questa sentenza di continuo, sorvolando quel cielo rosso appiccato dalla sera.
“Qualcosa non va assolutamente in me...”.
Questa sentenza rimbomba come un’eco tra le cime del Caucaso, prima di arrivare lì, dove giace urlante, il titano perennemente in agonia: Prometeo. Misera creatura, perché hai ardito tanto? Per quale motivo hai donato il fuoco agli uomini? Perché ingannare il padre degli dèi? Il fuoco è da sempre un privilegio degli dèi!

Maledetto sia tu – eppur ti compatisco! – Prometeo, per aver sfidato l’ordine; maledetto tu, Zeus, per aver incatenato ogni creatura a questa miseria terrena.
Prometeo mi guarda lacrimante e fiero dal basso, imprecando gli dèi di quell’ingiustizia ed io, incatenato quanto lui da ben altri vincoli, gli infliggo la violenza atroce sul suo corpo. Che cosa sarà di quel martire in futuro? Ogni beccata secca sulla carne cruda e nuda è come annichilirgli lo spirito, strappargli via la libertà. Oh, ma le stesse montagne si rifiutano di mormorare questa parola: “libertà!”.
Quanto vorrei, come gli umani, avere una lingua e poter leccare le ferite. Perché sono diventato il boia delle montagne? Uno strumento, il martello del castigo divino, l’atto compiuto della volontà di Zeus? Per garantire la giustizia, l’ordine su questo mondo; ma quale ordine? Vedo, coi miei piccoli occhi, che l’unico ordine garantito è quello olimpico: sopra le montagne, i figli dei titani trincano e amoreggiano e se la ridono de’ mortali che si ammazzano ed elemosinano la vita e si purgano nella carne e nello spirito. Perché allora sono diventato così? Uno strumento del potere? Come i poveri mortali, anche i divini sì potenti avvertono il peso delle catene. Noi creature mortali siamo fatti a loro immagine e somiglianza; e come noi, sono figli dell’inganno: mentono e si violentano e si tradiscono per invidia e per lussuria. Zeus, anche tu sei uno schiavo! Non avverti il peso immane dello scettro che Cronos ha ceduto a malincuore? Come uno schiavo della corona, esegui tutto ciò che il potere ti ordina.
Ed io? Molti esseri umani mi vedono dalle loro basse terre ed esclamano: “Guarda che animale favoloso! Così in alto e così libero!”. Quanto mi danno pena... anch’io sono asservito a una volontà che non è mia!
Al calar del sole, torno anch’io piangente nel mio nido; e stavolta sono io a essere beccato: lacero le mie ali, rompo le mie ossa, bramo quel piacevole dolore lancinante; di quei rivoli sanguigni sul mio petto. “Non voglio più ferire quel titano. Non voglio più vedere il suo viso grondante di lacrime”. Ebbene, Zeus minaccioso, come aveva fatto con Prometeo, maledì il mio corpo – ed io maledico te, padre! Se fossi tu quello tra le catene su quella montagna rumorosa, solo allora sarei contento di bucare le viscere di un altro essere vivente. Tu, Zeus, maledici il mio corpo e si ripete così la tua magia: allora ogni notte tra le ombre del mondo, le ferite infertemi guariscono, affinché io possa infliggere ancora e ancora altre violenze la mattina seguente; a essere nuovamente quel mostro ben voluto dagli dèi; ma ciò non sarà domani: troppo a lungo, i miei occhi si sono abbandonati a quelli di Prometeo; troppo a lungo ho osservato il male degli uomini e dei loro padroni, gli dèi! Mi getterò infine nello strapiombo e forse, i miei occhietti caleranno il sipario e non guarderanno più il rosso sulla cima innevata, ma un nero baratro che non avrà mai fine. Oppure...





Nota al testo:
“Sono l’uccello di Hermes e per rendermi docile, divoro ogni notte le mie ali!”
: così inizia il questo racconto, con una frase che racchiude in poche parole un chiave a tratti enigmatica, ma che aiuta la comprensione del testo.
Tale frase è una traduzione di una formula alchemica riportata in un manoscritto inglese del XV secolo, scritto dall’alchimista George Ripley, il quale descrive le procedure per ottenere la pietra filosofale. L’uccello di Hermes è secondo alcune interpretazioni la fenice che si rigenera dalle ceneri, o secondo altri, rappresenta l’abitudine dei rapaci di spennare le proprie ali per alleggerirle, consentendo così un volo migliore. Seguendo la seconda chiave di lettura, si può comprendere come in questo racconto, l’uccello di Hermes infligga su di sé delle beccate mortali per alleggerire quel senso di colpa che lo attanaglia. Il rapace si infligge la punizione di Prometeo come atto sacrificale. Si potrebbe dunque interpretare la frase iniziale in questo modo: “Sono l’uccello di Hermes e sono disposto a sacrificare parte di me per reggere meglio il pesante volo della vita”.

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