“La sofferenza, il dolore sono l’inevitabile dovere di una coscienza generosa e d’un cuore profondo. Gli uomini veramente grandi, credo, debbono provare su questa terra una grande tristezza”

Fëdor Michajlovič Dostoevskij

Domenica, 20 Dicembre 2020 00:00

L’angelo di Natale

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Barbara aveva l’aspetto bruno e ribelle di un diavolo, accentuato dall’angelica e onnipresente figura di Anna al suo fianco, i boccoli biondi, gli occhi cerulei, una presenza celestiale paurosa di cani e solitudine.

Le due avevano trascorso insieme l’infanzia e la giovinezza finché lo studio universitario non le aveva separate lasciando vuota della loro presenza la città che le aveva cresciute. Erano sempre state unite da una complicità fuori dal comune e da una comprensione non esente da rancori e invidie reciproche. Lo sviluppo aveva solo momentaneamente acuito contrasti e rivalità, per lasciarle alla soglia dell’età adulta equilibrate portatrici di un bagaglio di reciproche insoddisfazioni con le quali erano giunte a patti.
I loro rapporti erano intrisi di una cordialità serena; si guardavano col rispetto di due avversarie che lottino disperatamente per affermare la propria inconciliabile diversità. Allo specchio seguitavano a vedere l’amica e rivale e da questa traevano la volontà ferrea di continuare a camminare, spinte da una forza che chiamavano come filosofe necessità.
Anna era bella. Così sin dall'infanzia aveva sentito dire Barbara, sminuita da quegli stessi adulti che tentava senza successo di compiacere. A Natale le maestre la posizionavano in fondo alla scena, perché non si notasse in mezzo agli altri bambini un angioletto dalla folta chioma color pece. Anna era davanti a tutti, a pochi metri dalle prime file dei genitori estasiati, e con una piccola torcia illuminava il palco a ritmo di musica deliziando il pubblico con una voce paradisiaca che invano dal fondo del palco Barbara cercava di sovrastare gracchiando rabbiosamente, per ritrovarsi alla fine della recita imbottita di sensi di colpa per la sua meschinità.
Barbara era una disadattata. Il bene e il male li teneva ben fissi davanti a sé ed era poco incline a tenere la bocca chiusa o a rispettare regole ingiuste. Poco amata, si sentiva spinta dall’interno verso una cosa  o un’altra in base a un infallibile senso di giustizia. Anna invidiava la capacità dell’amica di dire le cose come stavano ma riconosceva anche che Barbara, rispetto a lei, non aveva affetti da perdere perché antipatica e superba per natura.
Anna di furbizia e avvenenza faceva le sue armi serpentine per sopravvivere nel mondo. Non era pronta al sospetto degli altri, alle loro parole taglienti in difesa di consuetudini che davano per buone: se lei era il bene e Barbara era il male, era necessario continuare a recitare quel ruolo, come sul proscenio il giorno di Natale. Se Barbara, con i suoi modi e i suoi pensieri, non si sarebbe mai realizzata nella vita, Anna non poteva alzarsi e dire: sono d’accordo con lei, quindi vi siete ingannati perché anche io non realizzerò un bel nulla. E se a causa del suo modo di essere Barbara sarebbe stata scansata da tutti come un cane rabbioso e, come asserivano malignamente gli adulti, non avrebbe mai trovato marito, Anna non poteva alzarsi e dire: allora non dovrei trovarlo neppure io, perché le avrebbero risposto distrattamente che lei era bella.
Le due vivevano ogni giorno come il Natale della loro fanciullezza, una in fondo al palco alzando la voce per farsi sentire e l’altra esposta a complimenti e sospiri, ingabbiata in un ruolo dal quale temeva di staccarsi. Così gli inizi di Barbara furono certamente più duri di quelli di Anna, seppure ugualmente fruttuosi: restia a piegarsi a qualunque compromesso, la giovane studiava a lungo tutte le possibili strade per la libertà e in questa prigione viveva felicemente schiava. Anna dal canto suo aveva presto imparato a destreggiarsi con abilità in un mondo prepotente e inospitale, protetta dall’insospettabile maschera dell’angelo di Natale.
Quello era il primo anno che avrebbero trascorso le feste separatamente. Barbara si trovava in Scozia, dove frequentava l’università; Anna si trovava in montagna, dove si era ritirata per preparare gli esami della sessione invernale. Un angelo di ceramica pendeva dal soffitto della casa di legno, decorata con cura per il Natale solitario che Anna aveva deciso di trascorrere. Dietro all’angelo, la finestra affacciava sugli alberi inghiottiti dall’oscurità. Luci, palline e presepe risplendevano caldi nella piccola abitazione dove la giovane si spaccava la testa su grossi libri che l’avrebbero aiutata a dimostrare a tutti che non era una bella bambola scervellata.
Barbara da parte sua non aveva mai trascorso delle festività intense come quelle: la vita all’estero le piaceva. Non la trattavano come una straniera, la chiamavano Barbra e la facevano uscire; non si era mai accorta prima di allora di quanto fosse bello dicembre. Qualche giorno prima aveva visitato la Rosslyn Chapel con i suoi nuovi amici, le era piaciuta molto e pensava di sposarsi lì, dimentica delle reiterate profezie dell’infanzia che la volevano sola e incattivita come Scrooge. Tuttavia, giunta nella cripta della chiesa, una brutta sensazione l’aveva colta, di morte e tristezza, e quel cattivo presagio la accompagnava dopo giorni come una nuvola sopra la testa.
Aveva appena terminato di festeggiare nella bellissima casa piena di luci dell’amica Mary e ora saliva con fatica le scale del residence universitario nel quale viveva da qualche mese, con i tacchi alti ai quali non era abituata e che aveva indosso per pura vanità. Giunta in cima alla camera aprì la porta della sua camera. L’odore di Anna, inconfondibile, veleggiava tra quelle mura. Barbara non aveva più fretta di liberarsi dei tacchi, ma vagava per la stanza alla ricerca di lei. Un angioletto di ceramica giaceva a terra in mille pezzi. Fuori dalla finestra un cane eseguiva un disperato lamento funebre, perché nel moderno mondo civilizzato Anna era morta dilaniata dai cani.

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