“Perché tu mi dici: poeta? Io non sono un poeta. Io non sono che un piccolo fanciullo che piange”

Sergio Corazzini

Domenica, 13 Dicembre 2020 00:00

Tu sì che vali

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Adesso voglio raccontare esattamente come tutto è successo. Non a voi, eventuali morbosi lettori, di cui non mi importa niente. Nemmeno a lei, o a lui, o a me stesso (io, conosco già anche troppo bene quello che è accaduto, in me e fuori di me).

Diciamo ai posteri, o a un qualsiasi inquisitore che volesse indagare su colpe e responsabilità, mantenendosi fedele a una glaciale e imperturbabile valutazione dei fatti.
Dunque mi chiamo: Guido.
Dunque ho: 29 anni.
Lei, la mia lei, si chiama Valeria.
Ha 31 anni.
Lui (il mio lui, il suo lui) si chiama Giorgio.
Ha 36 anni.
Questi gli imprescindibili presupposti.

Conosco Valeria da quindici anni.
Sì, ero piccolo: di statura e di età. Poi, ovviamente sono cresciuto: in statura e in età. Non so se in sapienza e grazia, come pare sia capitato a Gesù; forse no.
Adesso, comunque, sono alto 1,83. E ho, appunto, 29 anni.
Lei, Valeria, è alta circa 1,70. E ha sempre due anni più di me. Continua anche a essere bella come quando l’ho incontrata. Dolce e caparbia, futile e geniale.
Vale, come il suo nome: una per cui vale la pena. Soffrire, tacere.

Ho sofferto, ho taciuto. Per tutto questo tempo. Quando l’ho vista per la prima volta, stava appoggiata di schiena a un termosifone del corridoio della nostra scuola: ero salito al piano superiore delle classi liceali, io che frequentavo la sezione C della quarta ginnasio, per portare un registro al nostro professore di latino impegnato in una supplenza.
Lei era lì, asciutta e seria e sola, i capelli sciolti sulle spalle, una gonnellina corta a mostrare le gambe magre. Mordicchiava una penna, sembrava immersa in lontane riflessioni. Bellissima. Mi rivolse sguardo e parola: “Dove stai andando, così di corsa?”
Mi bloccai, due metri di fronte al suo corpo, come fossero tre centimetri o un chilometro, il fiato sospeso. Feci cenno al registro, “Prima B”, risposi a voce bassa.
“È la mia classe odiosa”, fece lei.
Ripresi a camminare come un automa. Bussai alla porta indicata, consegnai il registro, mentre tanti occhi di ragazzi e ragazze più grandi mi osservavano annoiati.
Allora ero timido; anche adesso, un po’. Ma da piccolo timido, complessato, emotivo, ansioso.
Richiusi la porta della I B, tornai sui miei passi, sbirciandola sempre ferma appoggiata al termosifone.
“Come ti chiami?”, mi domandò: chissà da che mancanza di curiosità spinta.
“Guido”, risposi. Confuso, abbassando la testa.
“Ah. Mai conosciuto un Guido prima. Io Valeria, in pratica Vale”.
“Ciao”, e mi misi a correre verso la mia salvezza di ginnasio.

“In pratica Vale” mi rimase in testa per mesi, e non solo in testa. La cercavo nel cortile grande durante la ricreazione, la spiavo tra i compagni all’entrata e all’uscita delle lezioni, arrivavo a seguirla nel vialone trafficato che portava in centro città: cauto e sospettoso come un detective di provincia, muto e felpato.
Non se ne accorgeva, credo.
La pensavo tanto prima di dormire, troppo appena sveglio, felice come un pettirosso che saluta il mattino in primavera. Perché l’avrei rivista, in lontananza dapprima, spingendomi poi il più possibile accanto a lei nella calca degli studenti davanti al cancello della scuola. Speravo di annusare il suo profumo. Ma non mi sembra ne avesse uno di particolare.

Il mio innamoramento silenzioso durava, tenace. Il mio pedinamento che ritenevo inosservato pure.
Un giorno d’improvviso successe qualcosa: un prodigio. Ero passato legittimamente al piano di sopra, frequentando con eccezionale bravura il primo anno di liceo. Avevo anche già baciato, una giovinetta insipida mia vicina di casa, di nome Gloria.
Lei, in pratica Vale, era all’ultimo anno (III B), prossima all’esame di maturità.
Prossima anche ad essere da me persa, dopo l’estate. Magari si sarebbe iscritta in un’università lontana, o addirittura all’estero. La contemplavo con discreta devozione, sempre vagheggiando si accorgesse del mio sguardo, accompagnato da un sorriso mite, meritevole di un suo avvicinamento. Che ci fu.
Quell’aprile di un giovedì santo (santissimo, davvero, e benedetto!) si voltò brusca appena sfiorata dal mio gomito, riconoscendomi mentre mi profondevo in mille scuse: “Guido, vero? Ricordo bene? Sei cresciuto, sei diventato molto più alto di me!”. Mi sembrò un complimento, forse voleva lo fosse. Poi si era eclissata, nella massa vociante beota dei compagni che si precipitavano giù dalle scale.

Tempo dopo, quasi estate, rivedendola sola che fumava una sigaretta in cortile, mi avvicinai temerariamente spavaldo: “Emozionata per l’esame?”, le chiesi.
“No. Preparata”, rispose convinta. “Felicissima di lasciare questo liceo di barbari. Di gente inutile”.
Inutili e barbari, dunque. Così ci vedeva. Anche me? (tremai).
“Mi iscrivo ad Architettura, al Politecnico”, continuò, non richiesta.
Era un amo, un’esca, una pista da seguire, quella che mi indicava? Pollicino, le briciole.
“Interessante”, commentai, io che vagheggiavo di diventare astrofisico.
Fu quella l’ultima volta che le parlai, all’interno dei muri della nostra scuola che avevano visto nascere il mio amore, e l’avevano protetto, tenuto al sicuro.

Ovviamente, finite le superiori, mi iscrissi ad Architettura, al Politecnico. Non avevo più visto la faccia bella di lei, se non in sogno, ma non avevo smesso di pensarla. La scelta della facoltà aveva stupito tutti, in famiglia, visto che dall’adolescenza avevo sbandierato ovunque la mia passione per il firmamento. Ma è lecito cambiare idea, no? Soprattutto se vale la pena.
“In pratica Vale” valeva la pena: la mia stella luminosa, la mia Betelgeuse privatissima.
La incontrai appena iniziate le lezioni, perché mi iscrissi subito al corso di Scienza delle costruzioni del terzo anno.
Fu stupita, riconoscendomi nel banco dietro al suo, in classe. “Tu qui?”, chiese a voce bassa, voltandosi e appoggiando il mento sulla spalla.
Dio, il suo profilo! Il naso, la bocca, i capelli castani raccolti in una morbida onda sulla schiena.
Glieli sfiorai con le dita.
“Sì, e mi chiamo Guido”.
“Me lo ricordo, lo so. Bel nome, diverso dai soliti. Sei strano anche tu, pare. Un genio, passato per chiara fama dal terzo anno di liceo classico al terzo anno di università...”. Sorrise, ironica o lusingata.
Non risposi. Dovevo invece sussurrare, tenero e deciso, che avrei superato con lode ogni astrusità di esame solo per starle vicino, per ascoltarla dire poche parole tutte per me: ma si era già voltata verso la cattedra per seguire la lezione, e il cuore mi batteva, la voce mi mancava.
“Per te, ho scelto architettura”, volevo confessarle, “mia strada, chiesa, ponte e grattacielo, Valeria”.
Non osai. Rimasi in silenzio.
Procedeva spedita negli esami, lei, senza infamia e senza lode, ma superandoli con disinvoltura.
Io invece mi incagliai subito, a ogni appello mi ripresentavo con accresciuta titubanza.
Quando ci incontravamo (molto spesso; a lezione, al bar, in biblioteca: prevedevo e precedevo ogni suo spostamento), ci scambiavamo vicendevoli notizie sui reciproci successi e fallimenti scolastici.
Un pomeriggio, dopo aver saputo della mia ennesima bocciatura in Matematica, mi chiese come mai, dagli eccezionali risultati liceali fossi piombato in catalessi architettonica.
“Sono troppo innamorato”, osai confessarle.
“Della tua ragazza?” domandò sorella confidente.
“No, di quella no. Di un’altra”.
“Anch’io”, scoppiò a ridere.
Seppi poi che aveva lasciato il fidanzato storico per mettersi con uno già laureato in ingegneria, folgorata da un colpo di fulmine. Me ne parlava con trasporto alato, fervidamente gioioso.
Cominciò a prendermi in giro, scherzando mi chiamava “l’incompiuto”, alludendo al mio indeciso procedere, nei sentimenti e negli studi.
Balbettavo, sprofondando nella mia frustrata incompiutezza.

"Ma lo sai, vero? L’hai sempre saputo che sei tu il mio inciampo, il gradino che non riesco a superare, la rete in cui mi incaglio. E insieme torre, nuvola, aquilone: mi alzi in vetta, e intorno tutto si fa piccolo, inessenziale. Inferno e paradiso, condanna e premio, mio purgatorio perenne: perché non riesco a liberarmi da te, chiodo fisso, termine di confronto assoluto? Davanti a cui qualsiasi altra persona mi appare sbiadita, qualsiasi donna banale, qualsiasi conversazione noiosa. Eppure, non dici niente di speciale, non fai nulla di coinvolgente, non hai vinto nessun concorso di bellezza. Stai lì ferma, mordicchi la penna, parli a scatti: poi magari sorridi, inattesa dolcissima, e mi sciogli; alzi una spalla svogliata e mi scaraventi in un baratro; mi telefoni per raccontarmi idiozie e ti assorbo impregnandomi spugna assetata. Ti respiro nell’aria, maledizione che mi tormenti, e non riesco a concludere il minimo quotidiano impegno. Se ti incontro per caso svoltando un angolo mi paralizzo, e tu alzi gli occhi al cielo (ancora qui, continuamente qui, mi stai seguendo, mi sfibri, lasciami in pace...). Eccomi allora affranto, disutile, incompiuto come mi chiami: amorosa. Lo sarò sempre. Mi mancherai sempre. Ti vorrò bene sempre”.

Questo mi proponevo di dirle, ogni volta che la vedevo, ogni volta che la cercavo sul cellulare.
Non ci sono mai riuscito. Ma lei capiva, comunque: aveva capito già dal nostro primo incontro.
Ne era un po’ imbarazzata, un po’ addolorata, un po’ compiaciuta.

Nei primi giorni dell’autunno successivo, iscritto vanamente e illusoriamente al secondo anno di corso, mi imbattei in loro due allacciati stretti: un fiero colpo nel distinguere in lontananza lei da dietro, lui al suo fianco che le parlava affettuoso, braccia intrecciate intorno alla cintura, passo placidamente abbandonato.
Oh, lui lo conoscevo bene! Era dunque “quel” Giorgio, proprio “quel” Giorgio...
Sapevo anche troppo su di lui, io incompleto, lui perfetto.
Quindi, l’aveva conquistata, Giorgio. Ci era riuscito, a differenza di me.
Esercitando quali arti, mi chiedevo e gli chiedevo mentalmente, Giorgio?
Non provavo invidia, né rabbia. Solo rassegnata consapevolezza della mia scarsa abilità seduttiva, della mia irrimediabile piattezza adescatrice.
Però ero più alto di lui, più fine nei lineamenti del viso, più vigile nello sguardo, nelle mani nervose.
Allora perché non hai scelto me, Valeria adorata: perché?

“In pratica Vale” riuscì a laurearsi nei tempi previsti. Ero presente alla discussione della tesi. C’era anche lui. Appena proclamata Dottore in Architettura con la votazione di 104 su 110, lei si precipitò ad abbracciarlo e lui la fece ruotare sollevandola come fosse una bambina: intorno applausi, risate, urrah.
Io zitto, trafitto da una spina nella gola.
Zitto, in disparte, abbattuto, per tutti gli anni del loro fidanzamento.
Mi distraevo uscendo con ragazze diverse, sconfortanti nella loro inadeguatezza: pensavo che si adattassero alla mia mediocrità, sapendole mediocri. Come sostituire lei, infatti, anche solo in sogno?
Ma nel fondo più profondo di ogni fantasia, continuavo ad accarezzare l’ipotesi di una qualche imprevedibile circostanza capace di allontanare Giorgio da ogni orizzonte.
Con franchezza infantile lo ripetevo a me stesso e a lei: “Valeria, io aspetto”.
I miracoli accadono, a volte.

Avevo abbandonato l’università, mi ero impiegato in un’agenzia immobiliare.
I genitori rimproveranti delusi insistevano perché riprendessi gli studi, non rassegnandosi a un figlio incompiuto. Così decisi di lasciare la casa paterna, trasferendomi in un bilocale arredato, anonimamente moderno e funzionale. Mia mamma veniva a rifornirmi di pietanze surgelate e a mettere un po’ d’ordine ogni settimana, io conducevo una vita da single annoiato poco gaudente, in tormentata attesa delle telefonate confidenziali di Vale, a cui prestavo un orecchio fraterno, comprensivo, solidale. Il miglior amico, almeno, l’amico del cuore, aspiravo a essere.
Forse qualcosa cambierà, mi dicevo.
Infatti qualcosa cambiò. Una sera mi annunciò eccitata che con Giorgio stavano programmando le nozze. In municipio e in chiesa. Con tanti invitati.
Mi avrebbe voluto come testimone. Non ero il suo amico più caro?


“Ci sarò, amata. Sarò lì, elegante e discreto accanto a voi, a firmare un registro e la mia condanna. Ti guarderò pronunciare tremante una promessa che vuol dire per sempre. Ti vedrò mentre un altro che non sono io ti infila un anello al dito. Ti accompagnerò sul sagrato della chiesa, quando lui ti bacerà e intorno amici e parenti festanti applaudiranno e getteranno manciate di riso sui vostri vestiti nuziali, sul tuo velo bianco. Verrò immortalato anch’io, nelle fotografie che scatteranno: alle vostre spalle, con lo sguardo fisso su di te che mai potrai essere mia. Cercherò di sorridere, da buon amico e partecipe testimone. Non se ci riuscirò”.

Dopo il matrimonio, le sue telefonate si fecero più rade, e sbrigative. Mi aggiornava sull’arredamento della casa, sui progetti di vacanza, su problemi e soddisfazioni professionali. Fui invitato anche a cena, qualche volta, ma mi sentivo rigido e intimidito, soppesato con indulgente superiorità dal marito, con affettuosa benevolenza da lei.
Una domenica, molti mesi dopo, mi annunciò al telefono di essere incinta. “Ho aspettato a darti la notizia perché volevo essere sicura che tutto procedesse bene. Conosciamo anche il sesso, ora. È un maschio”.
Il muro si alza ancora di più, pensai.
Finsi entusiasmo. Mi congratulai. “Avete già scelto il nome?” chiesi, per nulla incuriosito.
“Ho proposto Guido. Mi piace, non si dà quasi più”.
Ecco, pensai, un piccolo Guido da crescere in dipendenza.
“Tuo marito cos’ha detto?”
Valeria, in pratica e divertita, gorgogliò un’allegra risata di gola.
“Ha detto, perché come mio fratello? Vuoi proprio un altro incompiuto in famiglia?”

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